Recensione UOMINI E TOPI, di John Steinbeck

 

 

steinbeck_john_-_uomini_e_topi

Bompiani, 2012

132 pagine

Robert Burns, poeta scozzese vissuto tra il 1759 ed il 1796, scrisse nel 1785 un poema, intitolato “To a Mouse. On Turning Her up in Her Nest with the Plough”.

Qualche secolo più tardi John Steinbeck, punta di diamante della scrittura americana del Novecento, pubblicò nel 1937 un libricino di poco più di un centinaio di pagine: “Uomini e topi” (“Of mice and man”, tradotto in italiano l’anno successivo da Cesare Pavese per Bompiani).

Scriveva Burns:

Ma topolino, non sei il solo,

A comprovar che la previdenza può esser vana:

I migliori piani dei topi e degli uomini,

Van spesso di traverso,

E non ci lascian che dolore e pena,

Invece della gioia promessa!

La similitudine tra uomini e topi, a cui Steinbeck si ispira per il suo racconto, costituisce il nodo focale della storia: è l’immagine di un’umanità speranzosa e prevaricata, rappresentata da umili braccianti, costretti a lavorare, per una paga modesta, nei campi dei ricchi proprietari terrieri.

La trama del romanzo è ambientata nel periodo della Grande Depressione e ci offre uno scorcio impietoso della realtà del tempo.

I protagonisti, George Milton e Lennie Small, sono uniti da un comune destino: la loro vita non è altro che un continuo e faticoso girovagare per la California in cerca di un lavoro e di una paga che possa alimentare il sogno impossibile ed idilliaco di una fattoria tutta loro, con animali da allevare ed ettari di terreno da coltivare in modo autonomo. Il racconto inizia nel momento in cui i due arrivano al ranch in cui sono stati appena assunti; inizialmente i rapporti di lavoro non sono semplici, soprattutto per la presenza del figlio del proprietario, Curley, un buono a nulla che si diverte a seminare zizzania tra i lavoratori, forte della sua incolumità. Ben presto, però, i due riescono ad inserirsi nell’ambiente, riuscendo addirittura a coinvolgere alcuni dei compagni nel loro sogno solitario. 

Decisamente strano agli occhi dei lavoratori il caso di questi due braccianti che viaggiano sempre insieme. Come se la solitudine fosse per loro l’unica forma di sopravvivenza e considerassero inammissibile l’aiuto reciproco. L’unico diritto riconosciuto è quello del più forte: tutti gli altri sono condannati a scomparire. Uno di loro, Slim, sostiene: “Non sono molti quelli che girano insieme, non capisco perché. Forse che tutti al mondo hanno fifa l’uno dell’altro”. 

Steinbeck propone, con una chiarissima e piacevole capacità narrativa, una chiave di lettura tragica del mondo post – crisi del ’29 ( e, in generale, della contemporaneità), incuriosendo il lettore con pagine incalzanti, velocissime, che sfociano in un turbinìo di personaggi, ognuno oppresso dalla propria solitudine.

Parliamo della solitudine di George, che rinuncia al sogno di una famiglia per viaggiare con Lennie, un ragazzone poco sveglio a causa di un ritardo mentale ma in fondo buono ed inconsapevole come un bambino.

Parliamo dello stesso Lennie, il più solitario di tutti: il suo modo infantile di guardare le cose e la potenza della sua ingenuità “fisica” sono indirettamente proporzionali alla capacità di comportarsi con gli uomini e di sopravvivere in un mondo pieno di insidie.

Di conseguenza, i valori subiscono un capovolgimento totale: ciò che per Lennie è un bene, si trasforma inevitabilmente in male. Un male irreversibile ed irreparabile, con esiti altrettanto disastrosi.

É un solitario Crook, il bracciante di colore intimidito dai pregiudizi razziali del padrone e dei compagni.

É un solitario Candy, ormai anziano e rassegnato ad una fine meno dignitosa del suo cane malato.

Ed in fondo, solitaria è anche la moglie di Curley, il figlio del padrone, una vera “lupa” di verghiana memoria, con un passato ricco di illusioni ed un presente senza speranze.

Steinbeck offre una lettura compulsiva, in cui l’alienazione di ognuno dei personaggi sfocia nella più terribile delle tragedie. Si nasce e si muore da soli ed esistono trappole, nella vita, che nessuno potrà mai evitare. Proprio come quelle dei topi.

Non c’è spazio per l’ingenuità o la purezza dei sentimenti.  E la conclusione, amarissima, non può che essere negativa:

Non c’è bisogno di troppo cervello per essere un bravo ragazzo. Qualche volta mi pare anzi che il cervello faccia l’effetto opposto. Prendete uno che sia davvero in gamba, è difficile che sia una brava persona”.

Libro stupendo e triste allo stesso tempo, consigliatissimo e adatto anche ai lettori più svogliati: la quantità accessibile di pagine, la semplicità linguistica e l’abbondanza di dialoghi lo rendono un testo visivamente evocativo e coinvolgente. Anche le descrizioni paesaggistiche (che solitamente tendo a non sopportare in uno scrittore!) risultano piacevoli e non stucchevoli, anzi, accompagnano la lettura come una carezza leggera e si inseriscono dignitosamente nel tessuto della storia.

Per coloro che già conoscono Steinbeck: non vi lascerà delusi neanche questa volta!

Ioanna

 

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