Recensione LA LUNA BLU, di Massimo Bisotti

Layout 1

Pagine: 188

LIT, 2013

Sapevo che prima o poi avrei fatto cilecca! E quindi oggi tocca a me inaugurare un’altra categoria, quella chiamata “inverno”, ovvero i libri bocciati, bocciatissimi.

Ahimè, devo parlarvi de La luna blu, di Massimo Bisotti, un polpettone sentimentale che si trascina per ben 188 pagine con citazioni pseudo – sagge sull’amore.

Al di là delle centinaia di pagine – monologo, la trama è tristemente scarna.

La protagonista, Meg, è una traduttrice di romanzi che non crede nell’amore. Ha ventisette anni, vive a Torino e ama partecipare alle feste e divertirsi in compagnia della sua amica Melissa. I suoi legami sentimentali sono un disastro, anche se le motivazioni non sono approfondite. Semplicemente ha il vizio di iniziare storie e di terminarle senza un perché. Già da questo uno intuisce che la ragazza, di testa, non ci sta tanto. Non contento della sua natura psicolabile, Bisotti decide di farle incontrare George, l’uomo che vive solo nei suoi sogni. Da quel momento in poi, il libro è peggio di una camomilla. Notte dopo notte, George rivela a Meg le sue grandi scoperte sull’amore. La ragazza si illude quindi di avere una storia con questo fantomatico George, di baciarlo, di fare l’amore con lui. Meg racconta tutto all’amica Melissa, che, ovviamente perplessa, le consiglia di rivolgersi ad uno psicologo ( ma va?!?) perché i sogni stanno lentamente sostituendo la realtà ed iniziano ad essere pericolosi. Ma Meg non vuole sentir ragioni, e continua ad incontrare George nel suo idilliaco mondo onirico. Un bel giorno, Melissa fa una scoperta sensazionale: esiste un libro, intitolato La luna blu di uno scrittore inglese, che sembra riproporre esattamente le stesse parole di George. L’autore, Demian Sinclair, è in coma in un ospedale di Londra dopo un brutto incidente. Indovinate Meg cosa fa? Sì, proprio quello. Lascia tutto su due piedi per raggiungerlo, nella speranza di risvegliarlo dal coma. E ci riesce! Insomma, i due si conoscono e scatta l’amore, di nuovo l’amore tossico, tormentato ed infarcito di citazioni, fino ad arrivare all’ happy end prevedibilissimo.

Scusate se nel raccontare la trama mi sono lasciata andare al mio giudizio personale. Ma sul serio, finire questo libro è un’impresa. 188 pagine e sembrano 800 per quanto è pesante.

Ci sono davvero troppe, troppe cose che non vanno in questo romanzo:

1 – l’inconsistenza della storia. I personaggi e la vicenda, scontata e decisamente poco reale, sono inutili. Non so se Bisotti si è reso conto che i personaggi fungono da mero appoggio per il suo saggio mancato sull’amore. Se non gli dà importanza lui, più intento a pavoneggiarsi con frasi contorte e saccenti per dimostrare chissà cosa, figuriamoci il lettore.

2 – la noia e l’irrealtà. Le parole di George sono esattamente quelle del libro di Demian. Cosa significa? Che non solo dobbiamo sorbirci le pippe mentali di Bisotti una volta, ma addirittura due, perché, ehi, è straordinario questo collegamento  Meg – George – Demian, quindi ripetiamo le stesse identiche frasi più volte per renderci conto del miracolo! E poi, il coma di George: ma vi pare che una persona in coma debba svegliarsi improvvisamente dopo aver ascoltato una donna sconosciuta che legge le pagine del suo libro? Eh sì perché nella realtà funziona proprio così.

3 – la verità sull’amore. Bisotti si erge a profeta dell’amore: dall’alto della sua esperienza ci svela verità assolute, cose mai viste né udite prima! E poi che dire, il suo libro è pieno di luoghi poetici comuni, frasi trite e ritrite che annoiano e basta.

Avete presente i monologhi no – sense dei personaggi di The lady, la web serie demenziale di Lory Del Santo? Quelle tirate improbabili dei personaggi che riflettono sulla vita e le loro scelte? Che capolavori! Beh, ecco, ammetto che il paragone è forte, ma immaginate queste tirate che vanno avanti per un romanzo intero. L’amore, diciamocela tutta, è più semplice di come la vede Bisotti. Io posso anche capire che sia un sognatore, uno degli innamorati dell’amore. Però è davvero troppo, il suo ego è insostenibile.

4 – la protagonista, Meg. Seppur inconsistente Meg è un personaggio che dà sui nervi. Fa cose senza senso, non si capisce cosa voglia dalla vita, prima ama, poi se ne pente, poi torna suoi suoi passi, poi… però gente, ha il potere di far svegliare i malati dal coma! Tanto di cappello!

5 – i dialoghi. Ora, io non pretendo che un libro debba essere sempre aderente alla realtà. Però, signori io non posso leggere cose di questo tipo, che farebbero accapponare la pelle anche al primo dei romantici:

“-Ti ho portato un regalo – esclamò Demian tornando con una tazzina in mano, mentre Meg con un sussulto lasciò scivolare l’agenda dalle mani.

-Che cosa mi hai preso?

-Amore per te stessa. L’ho preso a buon mercato, non preoccuparti.”

“Io sono stanca di inseguire chimere. Voglio un angelo. Un angelo che si sia bevuto l’anima e l’abbia vomitata nel bagno sporco di una discoteca. Ti sembra dissacrante?”

“-Riportami a casa.

-Quanto è grande la tua casa?

-Se lo spazio interiore è condiviso diventa infinito.

-Dove affaccia la tua casa? Sul mare, sul lago, su un giardino, sulla strada?

-La mia casa? Si affaccia sulla vita. In ogni posto io mi trovi sono sempre a casa quando abito te. La mia casa è dentro di te.”

Conversazioni improbabili e stucchevoli, noiose e pretenziose che rendono lo stile faticoso ed impersonale. E sono solo degli esempi!

Mi sembra di non aver letto un romanzo, ma un libro di aforismi. Ho visto qualche recensione a riguardo, ma sembra che il web si divida tra chi ha amato questa storia, ritenendola preziosa ed intellettualmente impegnativa (molti parlano di lettura psicologica) e chi invece ha abbandonato il libro dopo le prime 20 pagine. Insomma, La luna blu è uno di quegli strani casi che non lascia spazio a compromessi: lo si ama o lo si odia.

Confesso: ho saltato anche pagine intere, avvalendomi di uno dei diritti indiscutibili di ogni lettore, a detta di Daniel Pennac (se non li conoscete e siete curiosi, cercate su Google “I diritti imprescrittibili del lettore”).

Io lo sconsiglio fortemente (per quelli che sono i miei gusti personali) per una semplice ragione, al di là delle mie motivazioni: non c’è rispetto per il lettore. C’è solo l’autore, in tutta la sua grandezza stilistica esibizionista. Il lettore è abbandonato a se stesso così come, in parte, anche i personaggi. Io lettrice ho avuto grandissima difficoltà a finirlo, proprio perché ho avuto l’impressione di navigare in mari avversi, annaspando alla ricerca di un po’ di ossigeno (che è arrivato nel momento in cui ho concluso finalmente il libro).

L’amore è una cosa bella, anzi, bellissima. E allora perché spaventare con questa marea di consigli e di riflessioni ridondanti alla “Bacio Perugina” che tolgono bellezza e spontaneità alla natura del sentimento?

Credo che l’amore cantato da Bisotti finisca per cadere nella trappola dell’artificialità e dell’aggressiva sapienza delle sue parole. La pretesa “profondità” del romanzo fallisce miseramente e rimane a boccheggiare in superficie.

Troppa densità di pensieri fa una palude. E io in quella palude non sarei mai voluta cadere!

Livello: pesantezza e sonnolenza post pranzo di Natale. Sono stata troppo cattiva?

Ioanna

 

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