Recensione SOFIA SI VESTE SEMPRE DI NERO di Paolo Cognetti

 

Copertina-di-Sofia-si-veste-sempre-di-nero-minimum-fax-2012

Pagine 208

Minimum Fax

Scopro questo libro per caso. Mi metto alla ricerca di un testo che sia pubblicato da una casa editrice indipendente, mi imbatto in Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti (Minimum Fax). Solo più tardi saprò che con questo testo l’autore è stato uno dei finalisti del premio Strega 2013.

Mi ritrovo tra le mani una raccolta di dieci racconti, le cui protagoniste sono Sofia e la sua vita. Un po’ come nel caso di Chi ti credi di essere? di Alice Murno i racconti possono essere letti anche senza seguire l’ordine di apparizione nel testo, separatamente, insieme però formano una storia che, benché proceda per episodi, delinea un personalità complessa, quella di Sofia, e molto altro ancora. La costruzione dell’identità di quest’ultima si articola lungo tutti gli episodi. I personaggi che accompagnano la sua vita sono presentati in più racconti e, in alcuni, diventano protagonisti. Verranno perciò presi in considerazione i singoli punti di vista ma sempre  in funzione della ragazza vestita di nero. Nonostante sia una raccolta si short stories avrete il tempo di affezionarvi ai singoli caratteri proprio come accade in un romanzo.

Sin dal primo dei racconti Cognetti mette il lettore, ancora inconsapevole, davanti al tema centrale del suo lavoro. Scrive infatti:  «Sofia» disse l’infermiera a voce alta «lo sai cos’è la nascita? E’ una nave che parte per la guerra». E la vita della ragazza dall’occhio pigro sarà proprio una guerra, anzi un arrembaggio dei pirati. Al centro di ogni vicenda c’è il dolore, la sofferenza di uomini, donne, bambini che si trovano a percorrere i sentieri più impervi dell’esistenza e lo fanno compiendo imprese grandiose e devastanti. I problemi apparentemente superficiali di Sofia nel periodo dell’adolescenza si rivelano profondamente radicati nella sua infanzia, in una casa di incomprensioni, di lunghi silenzi alternati a urla feroci.

Le famiglie erano come sommergibili sotto il tiro di disgrazie casuali, bombe di profondità lasciate partire dall’alto dei cieli in una battaglia navale tra te e l’imperscrutabile volontà di Dio.

Ogni membro della famiglia di Sofia verrà descritto nella sua completezza: la madre affetta da crisi depressive, il padre incapace di vivere con le sue due donne difficili, Oscar il compagno di avventure per il mare dell’infanzia di Sofia, solo per citarne alcuni. Una vita costellata di assenza, di abbandoni.

Così per la prima volta intravedi un finale. È un gioco che facevi spesso da ragazzina. All’inizio di ogni relazione ti sforzavi di immaginare la scena: mentre un ragazzo ti baciava tu ti chiedevi se quella era una storia da scusa, o una storia da allora ciao, o una storia da vaffanculo, o una storia da restiamo amici […] dopo ti sentivi più tranquilla. Era come conoscere già l’ultima pagina di un libro, per poi immergerti nella trama senza nessuna angoscia.

Tutto questo dall’autore è perfettamente inserito nel quadro dell’Italia degli anni che descrive, tematiche oggi molto attuali, vicinissime alla nostra sensibilità, basti pensare agli scioperi per contestare i tagli del personale nelle fabbriche. Nonostante Cognetti descriva così accuratamente il suo paese e la sua storia lo fa con uno stile che ricorda grandi novellieri americani, come Carver o Salinger, con uno stile asciutto, quasi aspro e secco ma allo stesso tempo lirico, basato sulla tecnica della reticenza; nelle sue descrizioni, nei suoi racconti è molto più importante ciò che non viene detto di quello che è apertamente spiegato ma questo non comporta dei buchi, delle mancanze per il lettore, anzi, è proprio nella capacità di non dire e allo stesso tempo di farci sapere, di non mostrarci apertamente ciò di cui sta parlando ma lasciarlo nascosto tra le riga dei racconti che si trova la grandezza dell’autore. Egli usa così sapientemente le parole da riuscire a  non chiamare quasi mai (soprattutto nei primi racconti) per nome la protagonista, al contrario marca le sue caratteristiche e ce la rende familiare. Le sue descrizioni fanno pensare alla grandezza compositiva di Cormac McCarthy, la sua capacità di descrivere con precisione orefice le situazioni, i sentimenti ma senza mai perdersi in dettagli superflui: viene detto solo ciò che è strettamente necessario ma con uno stile a tratti poetico. In ogni caso sono pochi gli elementi descrittivi espliciti: di Sofia abbiamo essenzialmente dettagli, sappiamo che ha il volto asimmetrico, un occhio affetto da un leggero strabismo, una cicatrice sul volto, la bocca leggermente inclinata ad accennare un ghigno: la sua asimmetria rappresenta la doppia natura della protagonista, quello che appare e quello che realmente è, il lato visibile a tutti, il nostro biglietto da visita, e la nostra vera natura. Come una sorta di Dr.Jekyll e Mr.Hyde l’apparenza nasconde la vera essenza dell’uomo, dietro l’arroganza di Sofia si nascondono le sofferenze. Questa è la caratteristica che la rende più umana, ed è anche il tratto che accomuna tutti i personaggi (personalità estremamente complesse) di questo libro: dietro le apparenze, le maschere si nasconde la verità, l’indicibile necessità di sentirsi diversi, non banali, di non abituarsi alle circostanze. Dice Sofia: «Abitare, abito, abitudine. È tutta roba che ci mettiamo addosso, tutti i nostri stati protettivi». È lotta quotidiana con se stessi per la sopravvivenza, ma soprattutto è la ricerca spasmodica di una via d’uscita dalla normalità. Ma poi cos’è la normalità?

Sei la maestra e l’allieva della tua vita. Impari dalla te stessa del passato, insegni alla te stessa del futuro: le persone normali si smarriscono lì dentro, tu ti ci muovi danzando.

La normalità quindi sembra essere non un dato di fatto (la bella casa, la brava figlia, la bella moglie) ma un modo di essere, non è abitudine ma accettazione: il riconoscimento dei propri limiti, la volontà di esorcizzare le paure, la comprensione di se stessi. Questa è la storia di una giovane donna, dalla nascita in avanti, che progredisce attraversano mari impervi e tempeste.

L’ultimo dei racconti cambia la prospettiva. Qui non si parla più in terza persona. Entra la prima persona, entra l’autore che in uno splendido esercizio di metaletteratura sistema l’ultimo pezzo del puzzle. La raccolta è costruita come un cerchio perfetto, è un ciclo conchiuso, dalla fine si torna all’inizio, le prospettive cambiano, la storia diventa, se possibile, ancora più vera. Anche l’elemento coloristico è fondamentale perché percorre i testi: la protagonista si veste sempre di nero e la descrizione dell’universo emotivo dei personaggi sembra far scendere una patina scura su tutta la narrazione, sembra quasi che nelle diverse città dove Sofia vive non si faccia mai giorno (con qualche eccezione per l’ultimo dei racconti). Tutto è organizzato come una macchina perfetta in questa raccolta: Cognetti userà la metafora dei pirati per parlare della necessità nella vita di essere intrepidi, di imparare a combattere sin da piccoli, e questa metafora tornerà in quasi tutti i racconti, come a dirci che Sofia ha imparato presto e non ha mai dimenticato il codice d’onore e lealtà ma anche la consapevolezza che bisogna essere duri per saper padroneggiare i casi della vita. Karen Blixen ha scritto: “la cura per ogni cosa è l’acqua salata: sudore, lacrime, o il mare”. In questi splendidi dieci racconti, in questo quasi romanzo c’è proprio tutto questo, la causa e la cura di ogni male.

Elisa

 

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