Recensione IL NASO – IL CAPPOTTO di Nikolaj Gogol’ con illustrazioni di Altan

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classici BUR deluxe sono una meraviglia per gli occhi di ogni lettore. Questo mese vi parlerò del testo di Nikolaj Gogol’ con le illustrazioni di Altan, ma non sarà l’unico perché tra i testi illustrati di questa bellissima collezione ci sono alcuni dei libri più straordinari di tutti i tempi: Peter PanAlice nel paese delle meraviglie, Moby Dick.

Sono due i racconti di cui si compone il testo: Il Naso e Il Cappotto. L’apparenza in Gogol’ inganna sempre. Ma lui è uno scrittore russo, e gli scrittori russi hanno la capacità di catapultare il lettore in un mondo lontano ma allo stesso tempo reale, fantastico e terribilmente terreno. Ed è proprio questo quello che accade. Apparentemente i due racconti sono delle storie stravaganti: un uomo si sveglia e scopre di avere perso il suo naso; nel secondo caso, invece, il protagonista risparmia per farsi cucire un bel cappotto e questo immediatamente gli viene rubato. Attraverso una commistione di realismo, patetismo e grottesco, il nostro autore costruisce delle metafore taglienti della società in cui vive, quella russa di Nicola I (ma valide in tutti i tempi). I personaggi si identificano con ciò che perdono, sono marionette senza identità se non quella datagli dalla società che li riconosce solo se appartengono alla norma: un uomo non può non avere il naso e la perdita di un “pezzo”, peraltro così visibile, ha a che fare con la disapprovazione dei suoi concittadini, con le brutture dell’apparenza, la quale conta molto più della sostanza. Ciò che smarrisce l’assessore di collegio Kovalev non è solo una parte del suo corpo ma è soprattutto la sua identità, tanto che, in passaggi che ricordano Bulgakov, il naso prende vita, diventa umano, parla e indossa una divisa da ufficiale e si rifiuta di tornare nella sua faccia perché ha dei compiti da svolgere. Inoltre la scelta della perdita di una parte del corpo fa di Gogol’ un precursore del Realismo Magico, quella corrente letteraria in cui elementi magici compaiono in un contesto realistico, o meglio, che altrimenti sarebbe realistico: qui tutto è descritto minuziosamente, in ogni minimo particolare anche quando ciò sarebbe impossibile.

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La medesima funzione avrà, per Akakij Akakievič, il cappotto: la sua vita era stata quella di un uomo mediocre, un inetto fino al momento della perdita del cappotto che lo sprona a reagire perché era stato accettato dalla società solo dopo il suo acquisto. La ricerca spasmodica di ciò che hanno perso, mostra i personaggi disposti a tutto pur di riconquistare la propria identità, ma non disposti a cercarla in loro stessi. La società per Gogol’ rende l’uomo mostruoso e capace di compiere qualsiasi atto. Ma la critica non è rivolta solo a determinate fasce della gerarchia sociale, è estesa e investe tutto e tutti: l’autore mostra i vizi che rendono involontariamente ridicolo l’uomo. Certo, un piglio in più è riservato ai gradi più alti della catena gerarchica: non si sottrae dal sottolineare la corruzione dei potenti e anche in quel caso l’identificazione della loro identità con la loro posizione, con il bisogno di esercitare l’autorità. L’intensità dell’esistenza di qualunque personaggio è direttamente proporzionale alla propria posizione all’interno della catena gerarchica. La vanità è il valore principale. Apparire e non essere: quando sono messi dinanzi a loro stessi i personaggi si sgretolano.

«Vedete fino a qual punto, nella Santa Russia, tutti sono contaminati dall’imitazione: ciascuno mette in ridicolo il proprio superiore – e poi lo scimmiotta» (Il Cappotto)

Due sono i sintomi della mediocrità umana per Gogol’: l’ingiustizia, dinanzi alla quale non sa rimanere in silenzio, e quella che viene definita la volgarità cioè il nulla, l’inettitudine. Akakievič è solo apparentemente una vittima della società che si accanisce contro di lui, nonostante la sua insignificanza: proprio per questo l’autore lo sceglie, perché un personaggio come lui non ha mai scelto nulla, si è solamente accontentato di un posto qualunque in una vita qualunque. Quella di Gogol’ è prima di tutto una diatriba morale: egli è diviso tra un desiderio di comprensione, di bontà cristiana verso gli esseri umani e la necessità, quasi fisiologica, di sottoporre a dura critica i costumi della società russa. Il dissidio è reso talmente bene da risultare attualissimo anche oggi, anche in paesi diversi dalla Russia. Ma un problema morale di queste proporzioni non è semplice da affrontare e sarà proprio questo a spingerlo a bruciare, pagina dopo pagina, la seconda parte di uno dei suoi capolavori, Le anime morte.

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È un pezzo di bravura questo di Gogol’, esattamente come lo sono le bellissime ed eccentriche tavole di Altan. D’impatto le illustrazioni sono un’ esplosione di colore, gli elementi quasi irriconoscibili, astratti, poi però l’occhio mette a fuoco le figure che lentamente riemergono da tutto quel colore: riconoscerete il tratto tipico, quello delle sue vignette satiriche; non a caso in quest’opera di satira ce n’è in abbondanza e Altan è fondamentale nel farla venire in superficie: i suoi personaggi e gli ambienti sono grotteschi, caotici. La sua Russia, e quindi la sua visione dei racconti, ha le forme tondeggianti, i cieli gialli ed è stracolma di cose da osservare pazientemente, è onirica, confusa, soffocante. L’artista ci spinge inevitabilmente a guardare e a riguardare le sue opere e, proprio come fa Gogol’, è bravo nel nascondere i veri significati sotto un mare di apparenza. Del resto Dostoevskij diceva: « Siamo tutti usciti dal Cappotto di Gogol’ ».

Elisa

 

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