Recensione I GIORNI DELL’ ABBANDONO di Elena Ferrante

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Edizioni e/o

211 pagine

Un pomeriggio d’aprile, subito dopo pranzo, mio marito mi annunciò che voleva lasciarmi. Lo fece mentre sparecchiavamo la tavola, i bambini litigavano come al solito nell’altra stanza, il cane sognava brontolando accanto al termosifone.

Inizia così “I giorni dell’abbandono”, secondo romanzo di Elena Ferrante, pubblicato nel 2002 e finalista al Premio Viareggio.

Inizia con una fine, un improvviso distacco tra moglie e marito.

Inizia laddove crollano quindici anni di matrimonio e di certezze. Olga, la protagonista napoletana trasferitasi a Torino, da un giorno all’altro si trova a dover fare i conti con la scelta di suo marito Mario, che si allontana da lei e dai due figli piccoli, Ilaria e Gianni, adducendo una scusa improbabile: un misterioso vuoto esistenziale.

L’assenza di Mario lascia spazio ai pensieri di una donna sola, costretta a riflettere sul suo passato, il suo presente ed il suo futuro. Elena Ferrante dà voce ad un personaggio femminile assimilabile ad una corda tesa, sempre in procinto di spezzarsi. Olga è spaventata, non ha alcun appiglio. L’unica sicurezza dovrà trovarla in sé stessa, nella sua forza e nella sua capacità di affrontare la rottura del matrimonio. Questo romanzo è un viaggio esistenziale nell’animo di una donna ferita, che non trova pace in nessuna esperienza: i figli sembrano non appartenerle più, il suo corpo sembra non appartenerle più. Olga cerca conferme, ma non le trova neanche quando si spinge all’estremo di un rapporto carnale che la rende, se possibile, ancora più insicura.

I giorni dell’abbandono sono i giorni della solitudine, del distacco da sé stessa, della ricerca di cause che in fondo non esistono. La protagonista, a tratti allucinata, trasporta il lettore in pensieri che oscillano pericolosamente tra un’alterata percezione del presente e la comparsa di fantasmi che ondeggiano nella sua mente conducendola ai bordi della follia, come quello della “poverella” napoletana abbandonata dal marito, immagine allucinogena che riaffiora pericolosamente nella percezione – non percezione della realtà.

Il ricordo vivido di questa signora si trascina nella mente di Olga, come se giungesse ad una sofferta ed improbabile identificazione.

Perdere l’identità di moglie / madre – e – basta, spinge la protagonista a fare i conti con i “se”: e se avessi un lavoro tutto mio? E se avessi pensato più a me stessa? E se avessi continuato a scrivere? E se avessi dato più importanza alla mia carriera? Le cose sarebbero state migliori?

L’Olga del presente ricorda l’Olga del passato, e lo fa con tenerezza sì, ma anche con una gran rabbia:

Ero giovane, avevo pretese. Non mi piaceva la pagina troppo chiusa, come una persiana tutta abbassata. Mi piaceva la luce, l’aria tra le stecche. Volevo scrivere storie piene di spifferi, di raggi filtrati dove balla il pulviscolo. E poi amavo la scrittura di di chi ti fa affacciare da ogni rigo per guardare di sotto e sentire la vertigine della profondità, la nerezza dell’inferno.

La donna matura precipita affannosamente nel ricordo appassito della giovane di un tempo. Olga parla a sé stessa ed è incredibile come un’unica donna riesca ad interfacciarsi con le molteplici identità che, di volta in volta, la catturano in un vortice inspiegabile di emozioni e di malinconie. Il suo pensiero è inafferrabile, è una corsa sulle nuvole dell’irrealtà, pronta a dissolversi nei momenti più fastidiosi: la malattia del figlio, i problemi di Otto, il cane lupo tanto odiato, l’invasione delle formiche in casa, le impellenti commissioni quotidiane.

La situazione si complica quando scopre che il marito ha una nuova donna: Carla, una giovanissima studentessa. Altro che vuoto esistenziale! La ragazza diventa un’ossessione ed un fastidioso metro di paragone che le causa insoddisfazione personale: la giovane età, l’apparente innocenza di angelo biondo, il favore di cui gode presso il marito e i due figli sono tutti elementi inaccettabili e disgustosi.

L’unica presenza amichevole è quella di Carrano, enigmatico vicino di casa per cui Olga prova attrazione e repulsione, sentimento che, d’altronde, rievoca il difficile rapporto con sé stessa.

L’abbandono, termine chiave del romanzo, si sdoppia in due direzioni. Prima c’è quello di Mario. Ma ancora più a fondo c’è l’abbandono che Olga compie nei confronti delle sue aspirazioni e dei suoi desideri.

La vita vissuta sino al momento del distacco ha sempre conosciuto equilibri silenziosi. La carriera della donna è passata in secondo piano, condizione che inevitabilmente l’ha relegata nello stretto e limitante (almeno per lei) ruolo di Madre – Moglie.

Ho avuto l’impressione che l’abbandono sia stato una costante nella sua vita: abbandono di sé stessa, abbandono del marito, poi di nuovo, abbandono di sé stessa. Se nel primo caso ella lo fa, in qualche modo sacrificandosi, facendo scivolare su di sé tutta l’ingiustizia di tanti anni, nell’ultimo caso ella consapevolmente raggiunge una forma preoccupante di alienazione, che si traduce, simbolicamente, nel rifiuto del suo abituale linguaggio cordiale e nell’apertura al volgare. Le sue frasi diventano “politicamente scorrette”, i suoi modi di fare sfociano nella vergogna assoluta e nella perdita di autocontrollo.

La sua incapacità, anche questa in qualche modo simbolica, di non riuscire ad aprire le serrature delle porte, è indizio fortissimo della non appartenenza alla realtà. Olga, tradita e distrutta, affronta la tempesta, i fulmini, la pioggia, la grandine. E lo fa sfidando i pericoli, le convenzioni, l’educazione, le buone norme. Poi, pian piano, rallenta. I toni di voce si abbassano. Le nuvole iniziano a scomparire, fino a raggiungere un accenno di sereno.

La Ferrante corre tantissimo. Eppure apre e chiude il cerchio del romanzo con un elogio alla lentezza, l’elogio alla quiete, quella tranquillità in cui Olga è vissuta per tutti questi anni. Il silenzio di Torino contro la chiassosità della sua infanzia napoletana. La calma e lo strepito. Due componenti che si mescolano, pur nella loro innegabile antiteticità. Eppure il cerchio trova il suo sigillo perfetto. Se l’inizio del romanzo è segnato dai “sentimenti quieti di Mario” il finale raggiunge una conclusione perfetta con l’avverbio “quietamente” che indica la fine del romanzo, ma anche l’inizio di una nuova vita per Olga.

Bellissimo questo percorso nella mente di una donna abbandonata, nelle sue angosce, nelle sue tentazioni, ma anche nella sua forza. La corda è tesa, tesa alla massima potenza, ma non si spezza. Perché una donna non si spezza. Mai.

Lei non ha altra responsabilità che quella di essere una donna molto sensibile.

Anche l’eccesso di sensibilità può essere una colpa”.

E voi, pensate che la sensibilità sia una colpa? Qual è il confine tra la pazzia e la sanità? Da cosa dipende la nostra felicità?

Volevo vedere cosa restava di me, una volta tolto lui” dice Olga alla fine. Non è più una domanda, ma un’affermazione di consapevolezza sofferta e offerta dalla genialità di una scrittrice che cattura, trascina e ci consegna, esausti, sulle spiagge apparentemente “quiete” della nostra realtà.

Ioanna

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