Recensione CATTEDRALE e DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO D’AMORE di Carver Raymond

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Cattedrale : Einaudi, Super ET, 226 pagine

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore: Einaudi, Super ET, 134 pagine

Quello di Carver è un classico caso letterario davanti al quale qualunque lettore prima o poi verrà a trovarsi: è un autore che o si ama senza riserve o, nella stessa maniera, non si riesce ad apprezzare. La prima cosa che colpisce di lui è la coerenza, i suoi racconti sono riconoscibilissimi, il suo tratto definito. Le sue storie hanno per protagonisti uomini e donne colti nella quotidianità, che non è fatta di lavoro, famiglia, passioni, ovvero dalla dinamicità di una vita attiva, ma sono invece colti nella staticità: nelle loro giornate (apparentemente) non accade nulla, ogni episodio è raccontato in modo tale che, anche se qualcosa effettivamente succede o potrebbe succedere, la sensazione è sempre quella dell’immobilità. Ma del resto la realtà se viene svuotata di una analisi accurata, se viene meno la sensibilità, a cosa si riduce se non a un mero processo, a un susseguirsi sterile di azioni e reazioni? Carver prende in considerazione solo ciò che vede. Ci narra storie dove i protagonisti sono persone comuni  ma paralizzate dalle difficoltà della vita, dalle preoccupazioni che li pongono davanti alla disperazione che non sono in grado né di affrontare né di accettare. La realtà è quella del fallimento del sogno americano, la conseguenza la disillusione ed il disincanto. Non più un paese di grandi possibilità, non più le ambizioni, i sogni, il futuro di un popolo: l’attenzione è posta sul fallimento delle vite, delle speranze e dei sogni di quel popolo stesso. Il fallimento spesso è reso attraverso la scelta di non raccontare nulla: i racconti hanno per materia tutto quello che in altri testi (seguendo i Diritti del Lettore di Pennac) un lettore deciderebbe di non considerare importante. La descrizione ossessiva di ogni dettaglio, ad esempio in Penne, primo racconto presente nella raccolta Cattedrale, in cui apparentemente insignificante è tutto ciò che ci viene offerto dall’autore. Ma fa molto di più: Carver sceglie consapevolmente di non svelare il messaggio dei suoi racconti, il significato va cercato fuori dal testo, al di là delle parole, tra le pieghe del non detto. Tuttavia ciò che vuole farci capire arriva. Al lettore viene chiesto uno sforzo interpretativo solo apparentemente difficile: quando finisci di leggere un racconto tutti i pezzi del puzzle hanno trovato il loro posto. Carver qualche volta dà indizi, lascia qualche segno nel testo. La tecnica che utilizza è quella dell’omissione (esclude ciò che non è fondamentale enunciare) proprio perché egli è riconosciuto come uno dei massimi esponenti del minimalismo letterario americano, anche se lui detestava questa definizione:

« È  un’ etichetta usata per designare un sacco di autori straordinari, ma è solo questo, un’etichetta»

Marca fondamentale dei racconti contenuti sia in Cattedrale che in Di cosa parliamo quando parliamo d’amore è l’autenticità che appartiene sia ai personaggi che alle situazioni. Non si incorre mai in ambienti e soggetti che appaiono fittizi, costruiti, sono talmente tante le brutture che li contraddistinguono che non potrebbero che apparire reali. Generalmente ci troviamo davanti a delle coppie, un uomo e una donna nella maggior parte dei casi, ma anche padre e figlio, come in Sacchetti in Di cosa parliamo quando parliamo d’amore; gli altri ingredienti dei racconti sono: un bottiglia di qualcosa di forte da bere, un pacchetto di sigarette, un ambiente chiuso. Tutte le storie di Carver sono infatti ambientate in luoghi chiusi, nella maggior parte dei casi tra le quattro mura di una casa, o addirittura di una stanza, ma anche un aeroporto, un ospedale, un treno, una sala d’attesa. Mai l’esterno, non ci sono aperture, alle volte sembra mancare l’aria. Per noi Paper leaves questo scrittore appartiene all’estate, una stagione che parla di libertà, di imprevedibilità esattamente come imprevedibile è la scrittura. L’estate di Carver è grigia, scura. Non ci sono mai giorni soleggiati nei suoi racconti e allo stesso tempo è una stagione arida a causa del suo stile asciutto, secco, curatissimo ma ridotto alla più stringata essenzialità. Poi improvvisamente la prospettiva si distorce, in tutto quel non detto appaiono raggi di sole sparsi, speranze, il mutuo soccorso dell’umanità che si concretizza in azioni microscopiche, banali, come in Una cosa piccola ma buona in Cattedrale. Eventi casuali cambiano l’andamento delle storie. Il sistema di Carver si rivela bifronte, se da un lato c’è la staticità, dall’altro c’è il dinamismo, tutto cambia e nulla cambia, l’attesa di qualcosa si rivela nulla (un po’ come nel teatro di Beckett), ma non si ha la sensazione di trovarsi davanti a personaggi inetti. Questi vengono risvegliati improvvisamente dal torpore, dall’atmosfera plumbea nella quale sono immersi dagli imprevisti della quotidianità che diviene elemento fondamentale della produzione letteraria: tutto cambia solo perché si rompe il frigorifero, perché si riceve un invito a cena, perché si condivide un’esperienza e ci si apre all’imprevisto, al diverso, come nel caso di Cattedrale (testo omonimo della raccolta). I cocci di un’esistenza che va a rotoli possono essere rimessi insieme. La prospettiva non è  mai catastrofista. Una soluzione c’è sempre nei racconti di Carver solo che i suoi personaggi non ne sono ancora consapevoli e l’autore non la svela al lettore. Come un avvoltoio è costantemente presente il pericolo (alle volte già divenuto realtà) della mediocrità. I protagonisti sembrano essere messi costantemente dal loro burattinaio con i piedi nelle sabbie mobili, faticano a muoversi, ad analizzare i loro reali problemi e tutto si risolve nell’incomunicabilità.

Con uno stile influenzato da Fitzgerald ed Hemingway (soprattutto quello dei Quarantanove racconti), parlando della sua scrittura afferma:

« È difficile essere semplici. La lingua dei miei racconti è quella di cui la gente fa comunemente uso, ma al tempo stesso è una prosa che va sottoposta a un duro lavoro prima che risulti trasparente, cristallina. Questa non è una contraddizione in termini. Arrivo a sottoporre un racconto persino a quindici revisioni. A ogni revisione il racconto cambia. Ma non c’è nulla di automatico; si tratta piuttosto di un processo. Scrivere è un processo di rivelazione»

Un processo che si rivela anche ricco di incoerenze (come in Chi ha usato questo letto) ma non per questo meno efficace.

Andate disperatamente alla ricerca dell’estate in Carver, provate a trovare raggi di sole oltre le apparenze, l’acqua nella siccità dello stile perché è uno di quegli scrittori che ha la capacità di cambiare le prospettive del lettore e in genere della letteratura.

Elisa

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