Non al denaro, non all’amore e né al cielo: tra “Sotto le ciglia chissà” e l’ “Antologia di Spoon River”

Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
l’abulico, l’atletico, il buffone, l’ubriacone, il rissoso?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Uno trapassò in una febbre,
uno fu arso in miniera,
uno fu ucciso in rissa,
uno morì in prigione,
uno cadde da un ponte lavorando per i suoi cari –
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie,
la tenera, la semplice, la vociona, l’orgogliosa, la felice?
Tutte, tutte, dormono sulla collina.

Una morì di un parto illecito,
una di amore contrastato,
una sotto le mani di un bruto in un bordello,
una di orgoglio spezzato, mentre anelava al suo ideale,
una inseguendo la vita, lontano, in Londra e Parigi,
ma fu riportata nel piccolo spazio con Ella, con Kate, con Mag –
tutte, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono zio Isaac e la zia Emily,
e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton,
e il maggiore Walker che aveva conosciuto
uomini venerabili della Rivoluzione?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Li riportarono, figlioli morti, dalla guerra,
e figlie infrante dalla vita,
e i loro bimbi orfani, piangenti –
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dov’è quel vecchio suonatore Jones
che giocò con la vita per tutti i novant’anni,
fronteggiando il nevischio a petto nudo,
bevendo, facendo chiasso, non pensando né a moglie né a parenti,
né al denaro, né all’amore, né al cielo?
Eccolo! Ciancia delle fritture di tanti anni fa,
delle corse di tanti anni fa nel Boschetto di Clary,
di ciò che Abe Lincoln
disse una volta a Springfield.

La collina, Antologia di Spoon River di E. L. Masters

 

Martedì 10 maggio sono stata presente all’inaugurazione della nuova mostra  intitolata Fernanda Pivano e Fabrizio De André. Ricordi tanti e nemmeno un rimpianto allestita presso il Salone Teresiano della Biblioteca Universitaria di Pavia. Si è trattato del terzo evento organizzato in occasione del maggio dei libri, un mese denso di iniziative e di appuntamenti davvero interessanti.

In quest’occasione si è esibita la compagnia teatrale Tra il Dito e la Luna, che ha dato voce ai personaggi dell’ Antologia di Spoon River, la famosissima raccolta di epitaffi di E. L. Masters che, non a caso, quest’anno celebra il centenario.

La lettura scenica è stata davvero emozionante: bravissime tutte le ragazze  (Alesia Preite, Diana Hirtan, Gaia Giardini e Ludovica Taurisano) che hanno impostato lo spettacolo in un modo davvero originale. Devo dirvi la verità: mi aspettavo di assistere ad una semplice lettura, invece mi sono trovata di fronte a quattro attrici che sono riuscite, per un’oretta circa, a farci dimenticare tutto ciò che avevamo intorno… eravamo, in qualche modo, anche noi fantasmi, come gli abitanti di Spoon River, spiriti che vagavano sulle note dolci e cadenzate delle canzoni di De André che, ora in sottofondo, ora prepotentemente protagoniste, hanno cullato e risvegliato in noi una coscienza nuova.

Ognuna delle attrici ha messo in scena un personaggio: Pavese, Masters, Pivano, De André. Tra dialoghi, letture di brani scelti dell’opera, commenti, ricordi, sono stata trasportata in un mondo irreale ed emozionante.

Ma cosa hanno in comune questi personaggi e cosa c’entra l’opera di Masters?

Facciamo un passo indietro, tenendo come punto di riferimento l’opera.

Apparsa in Italia per la prima volta nel marzo 1943, grazie a Cesare Pavese, essa ebbe immediatamente una grandissima risonanza ed una positiva accoglienza di pubblico. All’epoca Masters era già un autore molto conosciuto ed apprezzato negli Stati Uniti. Il primo giudizio di Pavese per la casa editrice Il Saggiatore fu questo:

 Come non riconoscere in lui la stirpe degli Hawthorne e dei Melville, infaticati e misantropici scrutatori del cuore e dei dilemmi della vita morale.

L’opera si presenta come una fitta raccolta di componimenti poetici nella forma dell’epitaffio, di un testo “parlante”, in cui a parlare non è un vivo, bensì un morto, che si rivolge al viandante/lettore. Il punto di vista gioca un ruolo fondamentale: solo una volta defunti, gli abitanti del piccolo paesino di una provincia americana, Spoon River, racconteranno la loro storia. Con passione, rabbia, amore, distacco, ironia, immensa tristezza.

L’idea dell’opera nasce, in primis, dal modello offerto dall’Antologia Palatina, raccolta di circa 3700 epigrammi greci che colpì subito l’autore per la struttura dell’opera e la varietà di tematiche in essa contenute. Altro referente fu Thomas Grey, con la sua Elegia scritta in un cimitero campestre: siamo nel clima preromantico e nel momento di passaggio da una dimensione classicistica ad una più ideale e spirituale. Basti pensare, ad esempio, alla scrittura de  I sepolcri di Foscolo.

Altro riferimento fu senza dubbio l’opera dantesca e l’affascinante viaggio nell’oltretomba. Parafrasando il commento di Walter Mauro (che introduce l’opera nell’edizione Newton Compton Mini Mammut) la poesia di Masters non è una poesia interessata a ricamare e a sublimare il bello: è come la freccia scoccata da un arco potentissimo, è la verità che arriva a colpire il lettore, crudele come non mai, senza alcun tipo di pudore o abbellimento. Una poesia sicuramente di denuncia, ma una denuncia filtrata attraverso l’impalpabile bellezza e fascino della lirica.

 Cosa c’entra De Andrè? Molto, moltissimo direi. Vi lascio alle sue parole

 Spoon River l’ho letto da ragazzo, avrò avuto 18 anni. Mi era piaciuto, e non so perché mi fosse piaciuto, forse perchè in questi personaggi si trovava qualcosa di me. Poi mi è capitato di rileggerlo, due anni fa, e mi sono reso conto che non era invecchiato per niente. Soprattutto mi ha colpito un fatto: nella vita, si è costretti alla competizione, magari si è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri, nella morte, invece, i personaggi di Spoon River si esprimono con estrema sincerità, perché non hanno più nulla da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare. Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di fare. Ho pensato che valesse la pena ricavarne temi che si adattassero ai tempi nostri, e siccome nei dischi racconto sempre le cose che faccio, racconto la mia vita, certo di esprimere i miei malumori, le mie magagne (perché penso di essere un individuo normale e dunque penso che queste cose possano interessare anche agli altri, perché gli altri sono abbastanza simili a me), ho cercato di adattare questo Spoon River alla realtà in cui vivo io. Perché ho scelto Spoon River e non le ho addirittura inventate io, queste storie? Dal punto di vista creativo, visto che c’era stato questo Signor Lee Masters che era riuscito a penetrare così bene nell’animo umano, non vedo perché avrei dovuto riprovarmici io.

Il risultato fu la pubblicazione dell’album Non al denaro, non all’amore né al cielo (1971), liberamente ispirato all’Antologia; delle 244 poesie, De André ne sceglie nove: Un matto, Un giudice, Un blasfemo, Un malato di cuore,Un medico, Un chimico, Un ottico.

E Fernanda Pivano? Ce lo dice lo stesso De André:

 Fernanda Pivano per tutti è una scrittrice. Per me è una ragazza di venti anni che inizia la sua professione traducendo il libro di un libertario mentre la società italiana ha tutt’altra tendenza. È successo tra il ’37 e il ’41: quando questo ha significato coraggio.

 Anche qui, grande colpo di fulmine con il capolavoro di Masters:

 Ero una ragazzina quando vidi per la prima volta l’Antologia di Spoon River: me l’aveva portata Cesare Pavese, una mattina che gli avevo chiesto che differenza c’è tra la lettura americana e quella inglese (…) l’aprii proprio alla metà, e trovai una poesia che finiva così “mentre la baciavo con l’anima sulle labbra, l’anima d’improvviso mi fuggì”. Chissà perché questi versi mi mozzarono il fiato: è così difficile spiegare le reazioni degli adolescenti.

Fernanda iniziò, quasi per gioco, a tradurre le poesie, nascondendole a Pavese. Quando quest’ultimo le scoprì, convinse Einaudi a pubblicarle: diventò immediatamente un vero best seller.

Insomma, questi quattro pilastri, De Andrè, Pivano, Masters e Pavese sono i protagonisti della mostra, allestita come un percorso visivo coinvolgente e ricco di collegamenti e spunti di riflessione.

Vi consiglio, se siete a Pavia e nei dintorni (e siete curiosissimi di conoscere altre informazioni) di farci un giro!

Ecco qualche foto scattata in occasione dell’evento:

Lascio ora la parola a Elisa, che vi parlerà di un testo bellissimo… buona lettura!

Ioanna

Editore: Mondadori, 2016

Autore: Fabrizio De André

Pagine: 240

Prezzo: € 19,50

Link al sito Mondadori

Esiste navigando un desiderio che sta al di là della necessità di capire: la meta non è più arrivare: è navigare; contro il tempo, malgrado il tempo, a favore del tempo, nonostante il tempo, in mezzo al tempo.

Questo è il primo pensiero di Fabrizio raccolto in Sotto le ciglia chissà. Qui c’è racchiuso molto di quello che lui sentiva la necessità di esprimere.

Il centro studi De Andrè dell’Università di Siena, Dori Ghezzi e la fondazione Fabrizio De Andrè Onlus ci fanno un regalo: ci danno la possibilità di entrare nel mondo privato del cantautore genovese. Una serie di aforismi, brevi testi, poesie, proverbi, che parlano delle sue influenze, degli interrogativi che si poneva, delle idee politiche, della sensibilità dell’uomo e non del personaggio.

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Fabrizio qui non è nient’altro che l’amico fragile di sempre, ma ancora più umano: un viaggio introspettivo è questo, attraverso i suoi scritti frammentari, una sorta di diario che nulla aveva dell’organicità della memoria messa per iscritto ma che è invece frammentaria come quella reale, apparizioni nella mente di Fabrizio appuntate ovunque, su qualunque pezzo di carta, foglio di quaderno, busta della spesa, carta da lettere, perché la sua non era volontà di scrivere ma vero e proprio bisogno (ancora di più perche Dori Ghezzi racconta che quando doveva scrivere una canzone o rispondere alle interviste o decidere le parole da portare sul palco, si muoveva dentro e in base a dei progetti). Spinto dalla necessità di fissare momenti e pensieri, più “reali” delle sue canzoni:

Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile.

Qui non troverete Fabrizio nascosto dietro una storia, lo troverete reale, con le sue riflessioni in una sorta di flusso di coscienza che registra la sua anima e la sua mente in movimento: dalla filosofia alla letteratura che utilizza sapientemente nella musica così come nella vita; la lingua e il dialetto, che rappresenta le sue radici, il suo attaccamento a Genova, alla Liguria e anche alla Sardegna, antenata della sua terra d’origine, cioè per molte cose similissime, ma quest’ultima più vecchia; dalla politica al destino (quest’ultimo collegato al suo concetto di anarchia che a sua volta è una categoria dello spirito), sempre riconoscibile è la sua poetica, quella dei vinti e degli ultimi; dalla lingua all’amore e alla famiglia, che guarda a volte con affetto, mostrandoci i ricordi della sua infanzia, immagini dei suoi figli piccoli, del fratello, di Dori, ma anche con occhio critico, paragonando la famiglia a una società omertosa; dal lavoro all’arte:

Non chiedete a uno scrittore di canzoni che cosa ha pensato, che cosa ha sentito prima dell’opera: è proprio per non volervelo dire che si è messo a scrivere. La risposta è nell’opera.

L’esigenza di essere trattato come un essere umano, di non essere guardato come qualcuno da ammirare, ma il bisogno di essere considerato “uno di voi”. Spesso è incompreso, allora la scrittura diventa urlo, urgenza di far venire fuori le vere necessità, l’urlo di chi ha la pancia piena, l’urlo di chi si sforza di vivere in modo che alla fine del percorso possa avere molti ricordi e nessun rimpianto. La fatica richiesta dall’affrontare gli errori, il coraggio di vivere la vita spesso definita meravigliosamente malvagia:

Tu non sei un uomo. Perché, perché ho paura? No, perché non riesci a vincerla. E come si fa a vincere la paura? Avendone di più.

L’attualità del suo pensiero emerge ancora una volta: quando si interroga sul razzismo, sul tempo che scorre inarrestabile, l’anarchia, l’emarginazione e la solitudine (La solitudine può portare a forme straordinarie di libertà), il rapporto con Dio (che cambia solo quando ripensa al rapimento o all’amore ricevuto e dato), e la morte, e lo fa sempre in direzione ostinata e contraria.

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Attraverso le sue parole, che fotografano i pensieri dell’uomo e non del mito, c’è molto poco del suonatore Jones e molto più dell’anima salva mostrata attraverso pezzi autografi, immagini che rendono Fabrizio “uno di noi”. E di più, ci aiutano a capire molto di quello che è nascosto sotto le ciglia e in fondo agli occhi.

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Elisa

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