Recensione OVUNQUE IO SIA di Romana Petri

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Editore: Neri Pozza, 2012

Autore: Romana Petri

Pagine: 606

Prezzo: € 9,00

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Affermo, e ne sono certa, che questo sia stato uno dei più bei romanzi che io abbia mai letto in vita mia.

Recensire “Ovunque io sia”, tomo di seicento e più pagine, è complicato, perché tocca le corde del cuore e le usura con una prepotenza pungente, dolorosa. Temi preponderanti di questo romanzo intriso di emozioni e di drammaticità sono i leitmotiv dell’amore e della sofferenza, declinati nel rapporto di coppia e nell’idea, fortissima quanto contraddittoria, di maternità. 

Non conoscevo questo testo prima di acquistarlo, non ne avevo mai sentito parlare. Non conoscevo neanche l’autrice, Romana Petri, editrice, traduttrice e critica letteraria. Mi sono fatta guidare dall’istinto e direi che stavolta il “fiuto” da lettrice non mi ha tradita affatto!

Da dove iniziare… beh, cercare di fare un riassunto dettagliato della storia non è una proposta adeguata, credo che per gustarsi questo libro in tutta la sua bellezza il lettore debba fare da solo i conti con le vite intrecciate delle tre protagoniste: Ofelia, Margarida e Maria do Ceu.

Lo sfondo storico è quello di un Portogallo chiuso, rigido, in balia di una dittatura spietata, quella di Salazar, quella di uno stato che si insospettisce anche di fronte ad una semplice conversazione tra tre persone. Il romanzo abbraccia un periodo storico difficile, e racconta l’evoluzione di un sistema politico in crisi fino ad arrivare alla caduta della dittatura stessa.

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La città è Lisbona, conosciuta molto bene dall’autrice, un’ambientazione che diventa co- protagonista, in tutta la sua spietata e cruda realtà.

I destini di queste donne sembrano essere segnati fin dall’inizio: la società, pur in evoluzione, atterra qualsiasi loro giusta pretesa di felicità. La donna, in quanto genere, rappresentata in tutte le sue sfaccettature dalle tre protagoniste (e non solo) appare prevalentemente come un oggetto di cui l’uomo può farne uso a suo piacere, sia che si tratti di una moglie, sia che si tratti di un’amante.

Cosa dovrebbe aspettarsi ognuna di loro? Di essere una buona madre, una buona moglie. Di rispettare il vincolo coniugale. Di essere, volendo anche una buona amante. E se questa condizione non sarà possibile, allora dovrà adeguarsi alle distrazioni del marito, favorendo, tacitamente, la soddisfazione di appetiti “animali” poco rispettosi e decisamente imbarazzanti.

L’ideale di donna che viene proposto ad ognuna di loro sarà quindi quello di una figura remissiva, orgogliosa, che accetta a testa bassa tutte le sofferenze, che riserva al chiuso del proprio cuore ogni mancanza d’affetto, d’amore. 

Voglio almeno raccontarvele un po’, per farvi incuriosire, queste eroine senza armi, queste combattenti che si espongono al nemico senza armature.

La prima è Margarida, una ragazza senza famiglia, senza casa, senza prospettive future. Una ragazza che non ricorda nulla del suo passato, che si vergogna a dover confessare di non conoscere neppure la sua data di nascita. Una ragazza che ogni giorno deve fare i conti con la vita per strada, con la necessità di racimolare qualche soldo per poter mangiare.

Ma soprattutto, una povera indifesa costretta a dover sopportare la compassione degli altri nei suoi confronti.

Un giorno, però, qualcosa cambia. Specchiandosi nella vetrina di un negozio…

si era sentita una voce alle spalle che le diceva: «Gambe fatte per ballare!». Allora lei si era voltata di scatto e l’aveva visto, dall’altra parte della strada, appoggiato alla Cafeteria dos Dias, con una sigaretta tra le labbra da dove saliva un fumo così nettamente verticale da dividergli perfettamente il volto. E lei se ne sarebbe pure andata via di corsa, ma non riuscì, proprio a farlo perché era davvero incredibile come quel ragazzo fosse identico a Fred Astaire, e allora l’unica cosa che fece fu aprire le braccia come in segno di grandissima sorpresa, e lui, negli abiti da povero che aveva addosso, aveva fatto altrettanto, come a dire «Proprio così, il sosia sputato».

Inizia così la sua breve storia con Carlos, un ragazzo che la toglie dalla strada e la invita ad abitare con lui nel suo angusto appartamento. Ben presto il suo “Fred Astaire” si rivela per quello che è: un imbroglione, un approfittatore ma, prima di tutto, un uomo sposato. Che le confessa di dover partire con la moglie per l’America. Lasciando però, il segno della loro relazione, un segno indelebile, nel corpo di Margarida. Sola, incinta e disillusa, la ragazza dovrà fare i conti con le durezze a cui la vita l’ha messa di fronte. Ma lo fa senza rabbia, con una strana ed autolesionistica rassegnazione. Paradossalmente i suoi dolori diventano il senso della sua vita: lei, senza passato, ora finalmente ne ha uno. È una ragazza madre, è “qualcuno”, non si sente più un essere inutile.

La vita di Margarida si intreccia con quella di Ofelia, la donna che si è affezionata alla ragazza, la quale le presta servizio domestico ogni settimana.

Attraverso un percorso a ritroso, l’autrice racconta la storia di Ofelia a partire dalla sua infanzia:

Era stata una famiglia normale quella di Ofelia, né ricca né povera. Insomma, non troppo povera, gente che viveva con un certo decoro e qualche piccola pretesa. A volte anche qualche pretesa di troppo, qualcosa di simile al lusso che non ci si può permettere ma che si vorrebbe almeno ostentare. La bambina non usciva di casa senza guanti e cappello. (…)

«Ci vogliono i guanti, bambina mia» le diceva ogni volta. «Senza i guanti una donna non sarà mai una signora. E tu vuoi essere una signora, vero Ofelia? E ti vuoi sposare con un signore, giusto?»

Ofelia, a differenza di Margarida, una famiglia ce l’ha. Sua madre ha grandi aspettative per il futuro di quella bambina così diversa dalle altre: un futuro pieno di gioia, con un marito degno di lei. E Ofelia il marito lo trova eccome, nonostante il desiderio di farsi monaca: si tratta di Manuel Ramalhete, un rappresentante di camicie e abiti da uomo, che se ne innamora al primo sguardo il giorno in cui si reca al negozietto di alimentari dei genitori di Ofelia. Lei è quasi arrivata ai trenta, ed è una ragazza ormai rassegnata ad un futuro di solitudine e preghiera. L’amore arriva destando nel suo animo il sospetto di avere a che fare con un sentimento strano, quasi ostile; poi però si arrende al sentimento stesso e decide di sposare questo ragazzo più giovane di lei, un ventenne pieno di sé, abilissimo a manipolare le persone con le parole, grande oratore: non a caso il suo mestiere è quello di venditore.

Con Ofelia e con la sua famiglia dimostra di sapersi vendere benissimo e di conquistarla con piccole attenzioni che risvegliano il cuore, appena sbocciato come un germoglio a primavera, di una donna che non ha mai conosciuto l’amore.

Fosse stata capace lei di parlare come lui! Glielo diceva quasi in continuazione, e Manuel Ramalhete rispondeva che saper parlare non è una buona qualità in una donna, che il meglio, per una donna, era saper ascoltare e poi dare buoni consigli. Quello era il segreto della perfetta unione, perché, sia ben inteso, un’unione se non è perfetta non serve a nulla, concordava?

Non passa molto tempo e Manuel si stanca dell’unione coniugale: cerca la sua felicità altrove,  in un amore del passato, inventando bugie su bugie. E davanti alle prove della moglie, le sue ragioni sono disarmanti:

-Ti sei dimenticato che hai una moglie?

– Piantala, Ofelia. Un uomo fa quello che vuole. Cosa pensavi, che ti sarei stato fedele fino alla morte?

– Questo abbiamo promesso davanti a Dio.

– Questo l’avrai promesso tu che ci credi tanto. E comunque Dio si riferiva alle donne. Una donna deve essere fedele, quello che fa un uomo non conta.

L’idea di libertà sessuale da parte del marito è un motivo ricorrente nel romanzo: le storie di coppia sono sempre segnate da una rottura dell’ordine, provocata dall’uomo e giustificata sempre con la stessa alzata di spalle, che si scrolla di dosso la responsabilità e finisce per rendere accettabile ciò che è ripugnante.

La stessa cosa accade al terzo personaggio femminile, Maria do Ceu, nome parlante che prelude, almeno inizialmente, alla possibilità di un cambiamento, di un riscatto rispetto a sua madre, Margarida, e alla sua matrigna, donna Ofelia, che la accoglie in casa come una figlia e che cerca in ogni modo di assicurarle un futuro più sereno, con buona pace della madre vera.

Tre storie ma in fondo un unico destino, tutto raccontato al femminile.

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Per la maggior parte del romanzo sembra non esserci pietà nei confronti del genere maschile, inquadrato nelle tre figure dei mariti, che rappresentano i difetti maggiori: l’adulterio, la ricerca spasmodica del successo e della ricchezza lavorativa, il loro essere degli eterni Peter Pan, bambinoni che di fronte ad una gravidanza girano i tacchi e si imbarcano su una nave, furboni senza scrupoli, immaturi che si pentono solo alla fine e che, come dei cagnolini, tornano dal loro padrone dopo una fuga solo perché hanno ancora bisogno di qualcosa.

Ho avuto la fortissima impressione che la maggior parte dei personaggi, soprattutto quelli maschili, abbia seguito un’evoluzione negativa, anzi un’involuzione che paradossalmente li ha bloccati nei loro difetti, rendendoli incapaci di risolvere i conflitti.

Margarida, come il fiore dai petali chiari, ha un animo puro, che conserverà fino alla morte: il suo attaccamento spasmodico a quell’amore lontano, che è convinta che un giorno prima o poi tornerà, diventa un’ancora di salvezza, dà senso alla sua vita ma allo stesso tempo la svuota di una prospettiva futura, relegandola ad un amore malato, gestito come un giocattolo dall’uomo che prima l’ha messa incinta con i suoi giochetti, poi è partito per l’America senza batter ciglio. Le fotografie di Carlos, indirizzate alla bambina, ritraggono sempre un uomo affascinante, sicuro si sé, in pose intellettuali, spesso mentre legge il giornale, come se sua figlia fosse una parentesi, un inconveniente a cui prestare la propria immagine tra una pagina e l’altra.

Incredibilmente sofferente è Ofelia, che conscia dell’infelicità del suo matrimonio affoga il dispiacere nelle pastiglie di antidolorifici che assume in quantità industriali autoconvincendosi del loro potere di sonnifero dell’anima e dei moti del cuore, che solo in quei momenti si assopiscono, forse per un effetto di suggestione pura. Ofelia rimarrà sempre una donna rassegnata al suo destino, votata alle sue preghiere, immobile nel flusso di eventi che la trasportano, la capovolgono e la soffocano.

L’unica donna in evoluzione, di sicuro la più forte ed indipendente, sarà Maria do Ceu: Tiago, il suo grande amore, sarà l’ennesimo uomo incompetente negli affetti, attratto dal successo lavorativo e poco attento alla sua famiglia, atteggiamento che inevitabilmente ne segnerà l’allontanamento. Ma non per questo ella si comporterà come Ofelia, che resta accanto al marito nonostante un tradimento conosciuto da tutti in città o come sua madre, che aspetta il ritorno di un uomo a cui non è mai interessato nulla di lei: vuole lasciare il marito, metterlo fuori dalla porta di casa, avere la possibilità  di essere libera ed indipendente, lucidissima nella scelta senza per questo considerarsi una poco di buono, mentalità piuttosto diffusa all’epoca per etichettare una donna di siffatta specie.

Sai, a volte si può essere molto forti senza fare nessuna carriera e molto deboli arrivando in alto. Accanto ad un’altra donna ti sarà tutto più facile, sarà più lieve, Tiago. Tu dici di non saperlo e forse sei sincero. Allora ascolta, te lo dico io. È probabile davvero che questa donna non sia il tuo grande amore, eppure è una bella opportunità di fuga, magari nemmeno te ne rendi conto, ma la scegli piuttosto per liberarti di noi che per te saremmo un peso troppo grosso. È una scelta di comodo, dunque per me ancora più umiliante. Vuoi sentirti leggero? E allora vola. Vola via.

Il tratto che accomuna le tre protagoniste è l’idea di maternità come riscatto personale: lo sarà per Margarida, lo sarà, nella forma dell’adozione di Maria do Ceu da parte di Ofelia.

Ma lo sarà soprattutto proprio per Maria do Ceu, che dà alla luce una bambina e due gemelli, un maschio e una femmina.

La nascita diventa, allora, un evento altamente simbolico: quella di Rita, la primogenita, non sarà la semplice nascita di una bambina. Rita è nata sana, ma con i tratti somatici completamente sconvolti, cosa che la condannerà per sempre ad una vita di interventi dolorosi e lunghi.

Rita è il prodotto deforme della vita di queste tre donne, è la maternità disperata che nasce senza bellezza alcuna perché dalla vita, di bellezza, ne ha ricevuta ben poca. Ella è, insieme a Julieta, la sorella invalida ma sempre sorridente di Manuel, la rappresentazione di un genere di rifiuto, inutile come un peso: se non si è oggetto sessuale “appetibile” per l’uomo, allora tanto vale sparire ed essere relegate in un angolo buio.

Altro sconvolgimento porteranno nella vita di Maria i due gemelli, Joana e Vasco.

L’immagine di Vasco, che apre e chiude il cerchio di drammaticità del romanzo, rappresenta l’unica speranza per il genere femminile: è il solo personaggio maschile positivo della vicenda, colui al quale la madre, anch’essa una fallita nel tentativo di trovare la felicità, dirà:

Vasco, qualsiasi cosa tu farai nella vita ti andrà bene. Sarai fortunato.

Ho davvero amato questo romanzo, che ti coinvolge come lettore sia per la storia, sia per la piacevolezza dello stile, molto curato formalmente e attento all’analisi dei pensieri dei personaggi, con una elevata capacità di carpire ogni singolo riflesso delle sensazioni  delle protagoniste. L’uomo appare come figura spesso e volentieri contraddittoria, illusoria, e la donna viene raccontata attraverso l’amore di una scrittrice, un amore romantico per i suoi personaggi, un sentimento palpabile nel racconto che arriva dritto dritto al cuore del lettore.

E lo fa commuovere, lo fa sperare, ma gli consegna anche una verità amara.

Ovunque io sia” è l’ultima frase che Margarida dirà a sua figlia, e come spiega la stessa autrice in un’intervista, è la frase che ogni figlio vorrebbe sentirsi dire dalla propria madre, come se la morte non significasse nulla, come se la mancanza di una madre fosse inconcepibile perché il suo amore non morirà, è l’unico sentimento che non si spegnerà.

Margarida sarà la sola, tra tutte, a sperare in un miglioramento fino alla fine dei suoi giorni.

E quando la figlia dagli occhi color del cielo le chiederà quando arriverà il momento di smettere di sognare, lei risponderà

Smettere di sognare? Mai, figlia mia, mai. Allora a che servirebbe vivere? La vita è una speranza dietro l’altra. Tutto quello che va male bisogna metterlo via e non pensarci più per continuare ad andare avanti. Ceruzinha, ricordati che il futuro può sempre essere migliore.

Il sogno, qui concepito come unica forza, al di là di ogni debolezza.

Al di là, delle brutture che la vita ci riserva.

Leggetelo. È stata una scoperta per me, un viaggio inaspettato che mi ha emozionata tantissimo e mi ha fatto capire quanto la lettura possa essere bella e davvero coinvolgente quando ci si trova di fronte a scrittrici con la S maiuscola come Romana Petri.

Ioanna

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Romana ha detto:

    Grazie a Ioanna per queste bellissime parole che continuano a far vivere il mio libro. Che dire? Ti chiedo di leggere anche il mio ultimo: Le serenate del Ciclone!!! sarebbe per me una gioia

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    1. Paper leaves ha detto:

      Grazie a lei per questo libro indimenticabile! Ho amato il suo stile di scrittura, coinvolgente ma allo stesso tempo attento ai dettagli…Ho già adocchiato il suo nuovo libro tra le novità e presto lo leggerò! ❤

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