Recensione LA LETTERA di Kathryn Hughes

La Lettera 2

Editore: Casa Editrice Nord, 2016

Autore: Kathryn Hughes

Pagine: 352

Prezzo: € 16,60

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Un paio di giorni fa mi trovavo in treno, decisamente poco entusiasta all’idea di dover affrontare sei lunghissime ore di viaggio.

Tuttavia ho scoperto ben presto di non essere sola e di avere, al mio fianco, un compagno inaspettato: “La lettera” dell’esordiente Kathryn Huges, comprato il giorno prima, rovistando voracemente tra le novità del mese.

Ne ho sentito molto parlare in queste ultime settimane, ma volutamente non ho letto recensioni dettagliate per preservarne la sorpresa ed andare oltre l’idea del libro supervenduto (anche perché il mio naso tende sempre ad arricciarsi fastidiosamente e, ahimè, altezzosamente, quando si parla di best-seller: grandi vendite non equivalgono sempre a qualità della lettura, ovvio).

Ho deciso dunque di iniziare questo romanzo dalla copertina accattivante, senza conoscere nulla della storia, fidandomi del mio spirito romantico: un titolo del genere destava in me un’enorme ed insopportabile curiosità! Ecco com’è andata.

Ho sistemato la borsa accanto a me. Ho aperto la prima pagina. Ho iniziato a leggere, con calma.

Oggi

Adorava le piccole cose. Il debole ronzio di un enorme bombo peloso che svolazzava solerte di fiore in fiore, ignaro che dal suo compito dipendessero le sorti dell’umanità. Il profumo inebriante e la magnifica esplosione di colore dell’aiuola di piselli odorosi che aveva deciso di seminare nell’orto, preferendoli ai loro cugini commestibili. E poi suo marito che si massaggiava la schiena dolorante mentre concimava le rose senza fiatare, sebbene ci fossero mille altri compiti di cui avrebbe preferito occuparsi. S’inginocchiò a strappare alcune erbacce e sentì la manina tiepida della nipote scivolare fiduciosa nella propria. Tra tutte le piccole cose, quella era la sua preferita, e ogni volta le regalava un sorriso e un tuffo al cuore.

«Che cosa stai facendo, nonna?» chiese la bambina.

Si voltò a guardare quel faccino adorato, le guance arrossate dal sole pomeridiano e il naso a patata sporco di terra. Prese di tasca il fazzoletto e glielo passò delicatamente sul viso. « Niente. Sto solo strappando queste erbacce.»

«Perché?»

«Be’, perché non devono stare qui», rispose lei dopo un istante di riflessione.

«Ah. E dov’è che devono stare, allora?»

«Da nessuna parte, tesoro. Sono soltanto erbacce.»

La bimba sporse in fuori il labbro inferiore, corrugò la fronte e poi disse: «Non è mica bello. Tutti devono avere un posto in cui stare».

Tutti devono avere un posto in cui stare. Quante volte abbiamo rivendicato il “nostro posto”? Non è detto che sia un luogo in cui vivere. Si tratta, più specificatamente, di capire, o meglio, di avere l’intuizione di comprendere ciò che ci fa stare realmente bene. Ciò che ci fa dire: questo è il posto giusto, quello che aspettavo. Il posto migliore, secondo la Hughes, si identifica nel rapporto amoroso, uno dei più difficili da conquistare nel corso della propria vita. Rassegnatevi: in questo romanzo si parla d’amore. E se ne esplorano tutte le fasi. Si va dall’amore idilliaco a quello tormentato, passando e rallentando, come in una moviola, per la dimensione più spregevole e tristemente attuale: la violenza domestica.

La storia inizia quando una nonna risponde alla domanda ingenua quanto difficile della nipote: ma tu e il nonno come vi siete conosciuti?

Ed ecco, il racconto inizia con una scena forte, orrenda. Una di quelle di cui si sente spesso parlare, ma di cui molte donne, come la protagonista, Tina, preferiscono tacere per vergogna.

Marzo 1973.

Stavolta sarebbe morta, ne era sicura. Sapendo che le restavano ancora pochi istanti, pregò in silenzio perché la fine arrivasse in fretta. Sentiva un rivolo di sangue tiepido e vischioso scorrerle lungo la nuca, e aveva percepito l’orrendo crac prodotto dal suo cranio sfondato quando il marito le aveva sbattuto la testa contro il muro. Le parve di avere in bocca un sassolino, ma si accorse che era un dente e cercò con tutte le sue forze di sputarlo fuori. Lui le stringeva le mani attorno al collo con una forza tale che lei non riusciva né a respirare né a gemere. I suoi polmoni erano ormai a corto di ossigeno e la pressione che avvertiva dietro gli occhi era così intensa che – ne era certa – prima o poi le sarebbero schizzati fuori dalle orbite. Le venne un tremendo capogiro e iniziò, con sollievo, a perdere conoscenza.

Scene di questo genere, ahimè, si ripeteranno spesso nel corso della storia. La protagonista è una donna ingabbiata in un matrimonio infelice, che non le dà via di scampo. I suoi genitori sono morti e Rick, l’uomo che ha sempre amato, è per lei l’unico punto di riferimento. Ma Rick non ha nulla di concreto da offrirle: il suo problema evidente con l’alcool lo trasforma in un bruto privo di sentimenti, incurante del dolore della moglie, incline alla violenza fisica e sessuale, con un’assurda personalità bipolare. Già, perché dopo essersi ripreso dalle sue numerose sbronze, Rick torna sempre dalla moglie con la coda tra le gambe e si dimostra amorevole per convincerla a perdonarlo. Ed il perdono sbagliato di Tina arriva puntualmente ogni volta, come se fosse una garanzia ed un obbligo da rispettare all’interno del matrimonio.

La donna, come spesso accade, dimostra di essere la più forte della coppia: è lei a reggere le sorti economiche della casa, dato che Rick non lavora. È lei a occuparsi di tenere sempre tutto perfettamente in ordine. È lei che nasconde tutto il dolore in fondo al cuore. Ma è lei che matura, a poco a poco, anche la necessità di non darsi per vinta: ha solo 28 anni, e dalla vita si aspetta ben altro di quello che le è stato offerto fino a questo momento.

Oltre ad un lavoro che la tiene impegnata tutta la settimana, Tina lavora, con grande entusiasmo, in un charity shop, l’unico rifugio che le permette, almeno per qualche ora, di distendere i nervi, di incontrare nuova gente ma soprattutto di condividere autentici momenti di serenità con il suo amico Graham, a cui confida ogni nefandezza dell’uomo con cui vive ormai nel terrore.

Un giorno di questi, tastando una giacca appena arrivata in negozio per essere venduta, si accorge di un particolare inaspettato: da una tasca spunta una piccola busta ingiallita, ancora sigillata. La curiosità è fortissima e Tina decide di aprirla. Non sa ancora che quella lettera datata “4 settembre 1939” sconvolgerà completamente la sua vita, spingendola a fare i conti con la sua infelicità ed i suoi desideri di riscatto.

La lettera è indirizzata ad una certa Christina ed il mittente si chiama Billy.

La guerra potrà anche separarci fisicamente, ma le nostre anime saranno legate per sempre. Ho bisogno del tuo perdono, Chrissie. Ti amo.

Intrappolata in un presente che la soffoca, un semplice avvenimento come il ritrovamento di questa lettera diventa una boccata d’aria buona. Piano piano Tina, provando una forte empatia con la donna a cui tanti anni fa era stata indirizzata la lettera, si appassiona ad una storia così lontana nel tempo, pensando ad una fuga dalla sua realtà, una fuga che, a sua, volta si trasformerà in un incontro inaspettato.

A partire dalla scoperta della lettera il romanzo perde la linearità temporale degli eventi.

Veniamo catapultati nella bellissima quanto difficile storia d’amore tra due ragazzi non ancora ventenni, appunto Billy e Christina. Billy è il classico belloccio che tutte vorrebbero conoscere e, prevedibilmente, si innamora non della ragazza più bella e sfacciata, ma di quella più dolce e timida, che preferisce starsene in disparte (però che nervi questo stereotipo!).

La storia d’amore sarà fortemente ostacolata dalla famiglia di lei, o meglio, soprattutto dal padre, un medico che ha pensato a tutt’altro futuro per sua figlia, e di certo non vuole lasciarla sposare un orfano che lavora in panetteria, seppur attraente, leale ed intelligente. Ma il padre non ha fatto i conti con “le conseguenze dell’amore”: quale conseguenza più naturale e sconsiderata può esserci se non la scoperta di aspettare un bambino?

Da quel momento in poi tutto cambierà: il giorno prima della data della lettera accade uno degli eventi più significativi della storia contemporanea. Il 3 settembre 1939 Francia e Regno Unito entrano in guerra contro la Germania. Centinaia e centinaia di giovani uomini sono costretti ad imbracciare le armi e, tra questi, toccherà inevitabilmente anche a Billy. Nel frattempo Christina sarà brutalmente allontanata dalla famiglia e trasferita in Irlanda, da una parente. Per il padre, un uomo senza cuore, è inammissibile sopportare il fardello di un simile tradimento per la sua immagine, per cui compie il gesto più semplice: allontana il problema, come se la distanza annullasse ogni legame di sangue ed ogni ricordo spiacevole.

La Lettera

A partire dal suo trasferimento la vita di Christina si avvicinerà pian piano a quella di Tina, fino a combaciare perfettamente in un incontro insolito, che unirà due vite per sempre, raccogliendo il mattone di un ricordo e cementificandolo nella costruzione di un nuovo futuro.

Vi dico la mia, spassionatamente. Il libro è indubbiamente forte, sotto molti punti di vista. Il pregio migliore è la scorrevolezza, la costruzione della storia ed il modo in cui la scrittrice riesce ad intrecciare le storie di due donne, lontane nel tempo ma legate da sentimenti e destini comuni. Non posso dire che non mi sia piaciuto, perché mi sono commossa con i personaggi (se avete la lacrima facile preparatevi una bel pacco di fazzoletti prima di iniziare a leggere!) e più volte la scrittrice è riuscita a farmi entrare in empatia con essi. La scrittura è buona, semplice, senza fronzoli. E poi si vince facile, almeno tematicamente: amore, morte, guerra, ricordi, violenza.

Il lato “violento” del libro forse è quello che ha la meglio, narrativamente parlando: non si parlerà mai abbastanza di quanto sia spregevole che un uomo osi anche solo schiaffeggiare sua moglie. Il tema della violenza è declinato anche in un’altra forma, quella subita da Christina nel convento irlandese in cui le ragazze incinte, molto spesso già vittime di violenze sessuali, sono costrette a subire percosse e lavori umilianti per “espiare le loro colpe”, senza la possibilità di tenere i loro bambini, affidati a famiglie adottive di cui non sapranno nulla per il resto della loro vita. Ammirevoli sono entrambi i personaggi femminili, che dimostrano, ancora una volta, la forza di cui una donna è capace anche quando la vita è in grado di offrire solo sofferenze.

Eppure… sento che non riesco a promuoverlo a pieni voti. In una scala da uno a dieci questo romanzo si aggiudicherebbe un bel sette e mezzo, facciamo anche otto.

Tutto funziona. Alla fine il cerchio si conclude, con un finale edificante e positivo (forse scontato?). Il romanzo è un ottimo prodotto editoriale, e non fatico a credere come abbia potuto scalare le vette di vendita negli ultimi mesi.

Ho però l’impressione, da lettrice rompiscatole, che manchi qualcosa. Non fraintendetemi, la storia mi è piaciuta e penso che ogni lettore possa sentirsi coinvolto. Specialmente è lodevole la capacità di lasciare con il fiato sospeso nei punti salienti della storia, che, guarda caso, danno spazio a salti temporali che ti lasciano con la voglia di leggere e leggere ancora. Vi dico solo che io l’ho letto in una giornata!

Ho le mie piccole riserve. La prima, ma questa è del tutto personale, è il thè. Sì, avete capito bene. In questo romanzo ogni momento sembra essere buono per prendersi un thè, non sto esagerando! È un particolare che magari poteva essere ripetuto meno, dato che risulta solo un espediente per parlare. A volte, non sempre però, ho avuto l’impressione che la storia avrebbe potuto essere più approfondita. Mi spiego: la Hughes procede per schieramenti buoni – cattivi. I cattivi in prima linea sono Rick, il marito di Tina, ed il medico, padre di Christina. Fino alla fine sono personaggi privi di evoluzione, con cui si crea scontro. E basta. Schiera e divide senza punti di incontro. Che va bene, non ci sono, ma forse sarebbe stato meglio creare personaggi con più sfumature, arricchiti da maggiori dettagli descrittivi.

Le ragioni complicano, le sfumature arricchiscono, le divisioni, invece, bilanciano e semplificano. I protagonisti delle storie non devono essere sempre “belli” fisicamente o totalmente positivi. Il lato interessante della scrittura sta anche nei lati oscuri, nelle sbavature dei caratteri. Forse il problema è stato proprio il rimanere in superficie, non so se mi spiego.

Manca quel qualcosa in più che ti fa urlare al grande scrittore. Manca quel tocco di scrittura personale in più. “La lettera” è come un bellissimo ragazzo che ha tutte le qualità per essere amato: eppure tu lo respingi perché c’è qualcosa che non ti attira, qualcosa che non è scattato. Mi è mancata la scintilla!

Kathryn Hughes ha fatto un ottimo esordio, ha dimostrato di avere le gambe adatte a correre e a scalare le classifiche. Mi aspetto ancora qualcosa di più, mi aspetto una personalità letteraria che qui, purtroppo, non ho trovato. Bello, ma non indimenticabile, ecco.

Per cui io vi consiglio di leggerlo, se avete voglia di una lettura coinvolgente, che accende la speranza, ricca di emozioni e che tenga i vostri occhi incollati alla pagina. Non mi è sembrato di leggere un libro, ma di vedere un film. Forse non è in questa sensazione già la risposta alle mie perplessità? Lascio la parola a voi! Fatemi sapere se lo avete letto e cosa ne pensate!

Ioanna

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