Recensione di MARTA LA SARTA di Valentina di Cesare

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Editore: Edizioni Tabula fati

Autore: Valentina Di Cesare

Pagine: 160

Prezzo: € 13,00

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Narrare un fatto non è una sciocchezza, è necessario essere concentrati: ci vogliono impegno e dedita partecipazione perché tutte le parole si mettano in fila, allineate come i bambini dietro il sipario, pochi istanti prima di una recita. Se non è tutto pronto, se le parole da dire quelle dette non collaborano, il vocio degli astanti non s’arresta, la musica parte prima e scombina la scena, dietro le quinte impera la confusione e il pubblico lascia in fretta le poltroncine, seccato e  infastidito. Raccontare è una cosa seria, talmente seria e complessa che sempre più spesso le moltitudini depredate della propria umanità, la descrivono invece come un affare da niente, adatto solo agli sfaccendati senza rigore o agli inoperosi senza giudizio.

Valentina Di Cesare è una ragazza coraggiosa, che non ha paura di raccontarvi una storia. Vi parla delle piccole, quotidiane avventure, che prima di tutto sono incontri e riflessioni, di Marta la sarta.

Il testo è organizzato per capitoli che potrebbero essere considerati racconti staccati l’uno dall’altro, senza una continuità cronologica, tenuti insieme dalla costruzione anaforica dell’inizio di ognuno di essi (iniziano tutti con le parole “Marta la sarta aveva…”) che ci rivela che la protagonista è il filo rosso, il collante che tiene insieme le diverse storie altrimenti slegate. Lei, con i suoi incontri e la sua storia, rappresenta l’espediente per parlare delle diverse figure umane, i diversi tipi umani, in una descrizione quasi pirandelliana dell’umanità. Ognuno è descritto attraverso qualche particolarità prima fisica e poi psicologica: tramite essi la scrittrice critica, valuta, ammonisce, prende in giro i diversi personaggi che non sono altro che la caricatura delle diverse tipologie umane. Dalla segretaria che abusa del suo potere, alla direttrice di banca frustrata e sola, dallo zio scappato in Svizzera a cercare fortuna, alla zia che non ha una buona parola per nessuno: Marta ha come compito quello di far venire fuori tutte le caratteristiche degli altri personaggi, è come se attraverso di lei venisse filtrata, e arrivasse al lettore, la loro psicologia.

Ma di lei non sappiamo nulla, è un personaggio fuori dal tempo e dallo spazio, non viene descritta nel suo aspetto né nella sua psicologia, non sappiamo quanti anni ha, non sappiamo assolutamente nulla di lei se non che è inconsapevolmente capace di far venire a galla i più nascosti aspetti della psicologia dei personaggi che incontra. Come nel Piccolo principe, non solo la storia progredisce per episodi ma anche lei compie una serie di incontri tesi a mostrarci e a farci riflettere su concetti decisamente più vasti rispetto a quelli descritti. E come lui, Marta è inconsapevole portatrice di valori universali, fondamentali e incomunicabili ma che emergono quando si va oltre l’apparente semplicità della sua figura e si sposta l’attenzione sul fatto che l’unica cosa che la scrittrice ci dà di Marta è la sua psicologia: lei è buona, è un personaggio lontano dalle dinamiche della realtà, è un’osservatrice della realtà ma è come se da questa non venisse ancora sporcata. Lei sembra essere accidentalmente capitata in questo mondo, sembra provenire da un altrove in cui nessuno è stato ancora corrotto dalla realtà. La sensazione, quando si legge Marta la sarta, è quella di un’ispirazione arrivata alla scrittrice, non solo come le è stato già detto, dal Realismo Magico, quanto dal Codice di Perelà di Palazzeschi. Perelà e Marta sono personaggi insofferenti davanti alle cose di questo mondo, inadeguati, ingenui. A differenza del personaggio di Palazzeschi, dell’uomo di fumo, inconsistente e magico abitante della terra, tanto insofferente alle cose del modo da decidere di sparire, Marta è un personaggio reale ma è come se fosse uno specchio che mostra ai personaggi e al lettore quello che realmente sono, nel bene e nel male.

La felicità! pensava Marta. La felicità è facile da affibbiare, difficile da trovare, impossibile da mantenere. Le sembrava un’equazione esatta, un calcolo perfetto, eppure fino ad allora non ci aveva mai pensato. Quella storia dell’erba del vicino che è sempre più verde non era solo un proverbio: era un comandamento, una specie di prescrizione medica, una cosa che deve avvenire per forza. Linee infinite di problemi e di angosce seminate minuziosamente in fila come ceci, sono schierate in tutte le menti di questo mondo. Le nostre le vediamo di continuo e ci sembrano le più lunghe, inarrivabili, sfiancanti; quelle degli altri invece ci piace guardarle con occhio ottimista, a ben osservarle non ci sembrano mai così inaccessibili, piuttosto rivelano spiragli che le nostre no, non hanno proprio. Ci piace assai guardarle, vederle sfilare quelle code di dilemmi: che siano le nostre per compiangerci, che siano degli altri per fare il confronto, siamo per natura vocati ad essere spettatori.

Quello di Valentina Di Cesare è un esordio promettente e unico. Una critica (che no, non significa sempre e solo avere da ridire!) a tutti i livelli della società, una riflessione sul tempo, quello investito per se stessi, quello investito per gli altri che è comunque un valore aggiunto a noi stessi, quello della vita e quello della storia. Una storia che si presta a diversi livelli di lettura: trasversalmente potrebbe essere proposto a diverse fasce di lettori di tutte le età, dagli adolescenti agli adulti, perché è una storia che cambia a seconda di quanto vogliate scavare in profondità.

 «Hai mai riflettuto su quanto è brutta la parola “normale”? ne abusano tutti […] e paradossalmente questo vocabolo non vuol dire nulla, nulla di preciso né di esatto. È un po’ come il concetto di bello o brutto, non se ne può dare una definizione precisa perché ogni persona si affida ai propri parametri»

 «L’errore forse, è che con la parola “normale” forse intendiamo dire “giusto”»

 «Esatto Marta ma sappiamo bene che normale e giusto sono due parole estremamente diverse […] non so se esiste una parola in grado di sostituire il termine “normale”, posso solo dirti che sarebbe sufficiente sapere che nell’usarla spesso commettiamo un errore».

 

Sarà che non mi sono mai sentita una persona normale, ma secondo me in Marta la sarta troverete tanti spunti di riflessione.

 

Elisa

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