Recensione LA MACCHIA UMANA di Philip Roth

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Editore: Einaudi Super ET

Autore: Philip Roth

Pagine: 402

Prezzo: € 13,00

Link al sito Einaudi

Athena College, New England. Coleman Silk, stimatissimo professore di lettere classiche, viene ingiustamente accusato di razzismo da due studenti per aver utilizzato la parola spook, il cui primo significato è fantasma, mentre nel linguaggio gergale ha il senso spregiativo di negro. Lascia la cattedra, affida il suo sdegno a Nathan Zuckerman, scrittore e suo amico, che ha il compito di raccontare la sua versione dei fatti. Perché questo accada, però, Coleman sarà costretto a raccontare la verità, dovrà spiegare le radici della sua rabbia e far venire a galla i suoi segreti.

La macchia umana di Philip Roth non è la semplice storia di un uomo: in Coleman si nascondono tutti gli uomini. Egli è un uomo solido, con delle idee precise, che vive per quelle idee; ha finalizzato la sua intera esistenza alla rappresentazione di sé. Mosso da un esagerato narcisismo, tiene tutto sotto controllo, costruendo nei minimi particolari la sua esistenza. Quando le sue idee e la sua figura vengono screditate, l’unica cosa che resta da fare è tentare di riabilitare la sua immagine facendo raccontare a Zuckerman (sorta di alter ego di Philip Roth, figura più volte presente nei suoi romanzi) la sua versione dei fatti, la sua verità. Lo fa progettando tutto nei minimi particolari, raccogliendo prove. Lo fa ignaro del fatto che raccontandosi avrebbe dovuto scavare in profondità, far venire a galla i fantasmi (ecco di nuovo spook – fate attenzione alle parole con Roth!) del suo passato, far emergere la realtà del suo presente, dire la verità. Nel suo desiderio di autorappresentazione, Coleman dovrà fare i conti con sé stesso. Il castello di carta delle sue certezze non cade solo nel momento in cui comincia a raccontarsi ma soprattutto dal momento in cui incontra Faunia Farley: la bidella del college, quarant’anni più giovane di lui, quasi analfabeta, che ha attraversato più volte l’inferno. Incontro che confessa solo a Nathan.

Lei è l’antitesi del protagonista. Lei è l’ago della bilancia. Il loro incontro rovescia le certezze dell’impeccabile Coleman, molto più dell’accusa di razzismo anche se quest’ultima è (almeno apparentemente) il motore dell’azione. Faunia, inconsapevolmente, lo spinge a rivedere tutto quello che ormai era certo nella sua esistenza, a tirare le somme. Quello che resta è un’analisi cruda, aspra della vita del protagonista e in generale dell’uomo, bestia carnale.

C’è qualcosa di affascinante in ciò che la sofferenza morale può fare a una persona che, nella maniera più evidente, non è debole o irresoluta. È ancora più insidioso di quello che può fare un malanno fisico, perché non c’è iniezione di morfina, anestesia spinale o radicale intervento chirurgico capace di alleviarla. Una volta che sei nella sua morsa, è come se, per liberartene, le dovessi permettere di ucciderti. Il suo crudo realismo non assomiglia a nessun’altra cosa.

Coleman è un uomo straordinariamente forte e determinato. La sua sofferenza inspiegabile. Tutto improvvisamente diventa un’ossessione ma questa velocemente si trasforma in esame e racconto delle sue scelte.

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“La macchia umana” film del 2003 diretto da Robert Benton, con Anthony Hopkins e Nicole Kidman

Infinite sono le tematiche toccate da Roth, come la sofferenza reale o presunta (cioè quella contro la quale l’uomo non può combattere perché non dipende da lui, e quella che ognuno potrebbe decidere di infliggersi, contro la quale rimedio ci sarebbe): la prima è di Faunia, la seconda di Coleman. Ma anche i rapporti familiari, quello tra genitori, tra fratelli, tra coniugi, che si ammalano molto spesso per via dei segreti.

Legati a quest’ultimi, in primis troviamo la relazione tra Silk e la giovane Faunia, ma anche la razza: egli fa credere di essere un bianco ebreo rinnegando l’ appartenenza alla sua famiglia afroamericana. Proprio lui che vedrà la fine della sua carriera per un’accusa di razzismo, per aver usato la parola negro. Ma i segreti vengono a galla, travolti da un tornado che spazza via tutte le barriere che Coleman aveva costruito pazientemente nel corso degli anni, lasciando scoperta la verità: tutti sanno. Tutti sanno della sua relazione con una donna più giovane. La loro storia è principalmente mossa dal desiderio, quello carnale: non a caso Coleman la soprannomina Voluptas, lo attrae questa giovane-vecchia, una donna che vive infinite e dolorose esperienze, così tante da bastare almeno per due esistenze, lei che continua a sopravvivere, che ha molto più da insegnare a Coleman di quanto lui possa fare nei suoi confronti. Coleman finisce per innamorarsi di lei, del suo coraggio, quello stesso coraggio che pensava lo avesse distinto in passato così come nella sua battaglia contro il college.

Voleva sapere qual è il peggio. Non il meglio, il peggio. E con questo intendeva la verità. Cos’è la verità? Lui allora glielo disse […] perché il quel momento lui l’amava. […] Fu il momento in cui si sentì più vicino a lei. Possibile? Fu il momento in cui Coleman si sentì più vicino a qualcuno. L’amava. Perché è così quando ami qualcuno: quando li vedi pronti ad affrontare il peggio. Non coraggiosi. Non eroici. Solo pronti. Lui non aveva riserve su di lei. Nessuna. Era una cosa che andava oltre i calcoli e i ragionamenti. […] Lei non è religiosa, non è un’ipocrita, non è deturpata dalla favola della purezza, per quanto possa essere stata sfigurata da altre perversioni. Non le interessa giudicare: ha visto troppe cose per queste cazzate.

Ed è proprio contro l’ipocrisia, contro il perbenismo che si schiera Roth: lo fa criticando il suo paese, la guerra in Vietnam, lo fa parlando del caso Monica Lewinsky (ovviamente pagine censurate in America), facendo innamorare un uomo di settantun’ anni di una donna di trentaquattro. L’opposizione tra l’individualismo e il vivere sociale è fortissima. I suoi personaggi si battono per essere ciò che vogliono. Affermano il loro desiderio individuale (chiaramente non solo quello carnale) sfidando la morale, il desiderio e l’inconscio collettivo, perché tutti, alla fine, sanno tutto di tutti (ritorniamo al caso Lewinsky). Ma cosa sanno? Chi sa cosa?

Perché noi non sappiamo, no? Tutti sanno… cosa? Perché le cose vanno come vanno? Cosa? Tutto ciò che sta sotto l’anarchia del corso degli avvenimenti, le incertezze, i contrattempi, il disaccordo, le traumatiche irregolarità che caratterizzano le vicende umane? Nessuno sa […] tutti sanno è l’invocazione del cliché e l’inizio della banalizzazione dell’esperienza, e sono proprio la solennità e la presunta autorevolezza con cui la gente formula il cliché a riuscire così insopportabili. Ciò che noi sappiamo è che, in un modo non stereotipato, nessuno sa nulla. Non puoi sapere nulla. Le cose che sai…non le sai. Intenzioni? Motivi? Conseguenze? Significati? Tutto ciò che non sappiamo è stupefacente. Ancor più stupefacente è quello che crediamo di sapere.

Quello che pensiamo di sapere è una menzogna. Tutto quello che l’uomo può sapere con certezza lo dice Faunia ed è che il suo passaggio lascia un segno, la macchia umana:

Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la disobbedienza. Nulla a che fare con la grazia o la salvezza o la redenzione. È in ognuno di noi. Insita. Inerente. Qualificante. La macchia che esiste prima del suo segno. Che esiste senza il segno. La macchia così intrinseca che non richiede un segno. La macchia che precede la disobbedienza, che comprende la disobbedienza e frustra ogni spiegazione e ogni comprensione. Ecco perché ogni purificazione è uno scherzo. […] La fantasia della purezza è terrificante. È folle. Cos’è questa brama di purificazione, se non l’aggiunta di nuove impurità? Della macchia Faunia diceva soltanto che era inevitabile.

Coleman con questa consapevolezza impara, probabilmente troppo tardi, a vivere al di là del giudizio, della condanna della collettività. Il coraggio che pensava di aver dimostrato compiendo scelte discutibili per essere un uomo banalmente perfetto, si rivela una menzogna. Quello che sta lasciando, il segno, la macchia, non gli somiglia. Inizia a prendere forma concreta solo quando diventa veramente impavido: cioè quando comincia a vivere come vuole, quando smette di avere paura del giudizio, non si giustifica più, vive in balia dei suoi desideri, non ha più segreti. Diventa un uomo libero, perché nessuno sa. Decide di essere vivo, semplicemente e  clownescamente vivo.

La macchia umana è un meccanismo perfetto: il ben pensante rimane vittima del suo stesso sistema di valori, il nero che si finge bianco vien accusato di razzismo, il professore si innamora dell’ analfabeta, lui che pensava, come tutti gli altri di sapere, non sa nulla. Le sue ragioni diventano vane quindi esorbita da quel sistema, diventa un outsider, e lo giudica. Però, per poterlo fare deve per prima cosa redarguire sé stesso. Tutto quello che non pensava sarebbe stato alla fine è diventato reale. È la quadratura del cerchio. Non c’è assolutamente niente di rassicurante in La macchia umana, non c’è niente di rassicurante nel passaggio dell’uomo, nel suo segno. La figura dell’uomo non ne esce nobilitata, anzi. È un po’ come quello che diceva Schopenhauer (e come diceva anche Beckett): non siamo altro che goffi tipi da commedia. Lo sforzo di una vita ordinaria non è nient’altro che il tentativo di dare una risposa positiva alle richieste della società, l’uomo non fa nient’alto che tentare di essere ciò che gli altri vorrebbero che fosse, ciò che è giusto essere. A volte però succedono cose straordinarie, e il passaggio di alcuni di noi, la macchia umana di alcuni di noi non è una macchia informe e insignificante, come quella di Philip Roth.

Elisa

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Philip Roth

 

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Serena ha detto:

    Questo libro è meraviglioso! E’ stato il mio primo libro di Philip Roth e mi ha colpito tantissimo, questo autore sta diventando uno dei miei preferiti 🙂

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    1. Paper leaves ha detto:

      Assolutamente uno dei miei preferiti! Ma io ho un debole per gli americani! Grazie per il commento!
      Elisa

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