Recensione CASSANDRA AL MATRIMONIO di Dorothy Baker

Foto Ioanna 1

Editore: Fazi Editore, 2014

Autore: Dorothy Baker

Pagine: 274

Prezzo: € 16,50

Link al sito Fazi Editore

Fin da sempre il tema della gemellarità ha affascinato l’uomo: basti pensare ai numerosissimi esempi forniti dalla mitologia, soprattutto greca e dall’ampio ventaglio di leggende dell’antichità. Molto spesso si tratta di storie cruente, difficili, caratterizzate da forti rivalità e dall’idea del destino e della morte. Predominano, in questo “campo minato” il senso della conflittualità ed il problema dell’identità del singolo. Che tipo di rapporto hanno i gemelli? E, più specificatamente, come vivono la condizione simbiotica due fratelli o due sorelle perfettamente uguali dal punto di vista fisico? Il legame che si crea tra gemelli monozigoti è esplorato con una lucidità pazzesca (concernente soprattutto la dimensione traumatica dell’esperienza) da Dorothy Baker (1907 – 1968), che con Cassandra al matrimonio, opera ambientata in un’estate americana dei primi anni Sessanta, regala al lettore una storia particolare, che ad un primo impatto sembra non essere altro che il racconto di una vicenda familiare con i suoi alti e bassi. In realtà, come riconoscerà bene Peter Cameron nella postfazione dell’edizione Fazi, si tratta di una superficialità che sparisce immediatamente ad uno sguardo attento e critico dell’opera. La storia è solo la punta di un iceberg, che nasconde sotto una torbida massa d’acqua problematiche e dinamiche psicologiche assai complesse.

Tornando all’idea della gemellarità, scriveva René Girard, filosofo francese contemporaneo:

“l’identità e la differenza hanno sempre la tendenza a sprofondare nella reciprocità, nell’ indifferenziato. In molte comunità arcaiche dell’Africa si uccidono i gemelli dalla nascita, perché si confonde la loro somiglianza fisica con la reciprocità del conflitto: si ha paura che i gemelli siano come un batterio, che contaminerebbe tutta la comunità creando una crisi sacrificale. Ci sono molte culture, tra cui quella dell’antica Grecia – dove troviamo gemelli tragici – che vedono i gemelli in questo modo. Non solo sul piano simbolico, ma anche su quello reale si può prevedere che i gemelli si trovino in una situazione di rivalità. Romolo e Remo sono identici e nessuno può sapere chi sia l’erede legittimo del padre, in caso si creda al diritto del fratello maggiore. Eteocle e Polinice sono sempre in lotta e non riescono a riconciliarsi, e alla fine diventano dei supergemelli. Si uccidono a vicenda nello stesso momento. L’ispirazione tragica mette sempre in luce le similitudini al di sotto delle differenze. In realtà il significato dei gemelli sta nella mancanza di differenza. La cultura ha talmente paura dell’identità che non ne parla mai…”

Questo commento è utilissimo per comprendere cosa rappresenta Cassandra al matrimonio, e quanto sia sottile l’analisi psicologica delle due sorelle protagoniste che ne fa l’autrice. Cassandra, una delle gemelle, torna nel ranch di famiglia per un evento importante, il matrimonio della sorella Judith. La ragazza si è trasferita a Berkeley per gli studi universitari, ormai giunti al capolinea, con una tesi che fa fatica a procedere e, il lettore lo capirà andando avanti nella lettura, non solo questa. Cassandra non conosce il futuro sposo della sorella (a quanto pare un bravo ragazzo in procinto di iniziare un importante tirocinio in medicina, innamoratissimo di Judith) e nutre nei suoi confronti fin da subito una forte ostilità. Ad accoglierla, nella sua casa di sempre, il padre, professore di filosofia in pensione, un uomo che sembra vivere in un mondo tutto suo e che non si rende conto dell’imminente pericolo che sta per travolgere la loro famiglia e la nonna, donna conservatrice e amante della tradizione ma complice affettuosa delle nipoti. Tra un tuffo in piscina, svariati bicchieri di brandy, confronti che riveleranno paure, insicurezze ma anche ricordi, ognuna delle gemelle sarà portata a confrontarsi con l’altra e a riflettere sulle conseguenze che questo matrimonio avrà l’una sulla vita dell’altra. La storia, proprio per questo motivo, è sapientemente raccontata da entrambi i punti di vista: dove finisce la versione di Cassandra inizia quella di Judith, per poi concludere, di nuovo, con quella di Cassandra, che non può far altro che chiudere il cerchio e tentare di dare un senso ai fatti avvenuti, con interrogativi futuri che rimangono senza risposta e sollecitano la riflessione del lettore attento.

A mio parere, e credo sia anche piuttosto evidente, la vicenda si concentra su Cassandra, il cui nome compare nel titolo dell’opera stessa, un nome che rievoca (non a caso) un esempio letterario fortissimo, quello della veggente, figlia di Priamo, re di Troia che, proprio a Troia urlava e si disperava sulle mura, dopo aver previsto la distruzione della città in una delle sue famose visioni, ignorate da tutti.

Simbolo della loro unione è il pianoforte, acquistato dai genitori quando erano ancora bambine, un pianoforte trovato da Cassandra e suonato da Judith: come se ogni cosa non potesse appartenere soltanto ad una delle due, come se la vita intera imponesse loro, per una condizione naturalissima, un’esperienza sensoriale e vitale simbiotica, indivisibile.

Restai lì ad ascoltarla e a pensare quant’era brava e a com’era bello il nostro pianoforte, e più tardi, verso sera, quando smise di suonare e mi raggiunse in terrazza, dov’ero rimasta a guardare le luci e ad ascoltarla disse: «Dovremmo vivere così per sempre, vero?». Era come se avessi aspettato tutta la vita per sentirglielo dire e risposi sì, oh sì, come potremmo immaginare di vivere diversamente? Non lasciamoci fermare dagli estranei, restiamo noi due da sole, incontaminate, col nostro pianoforte.

Le conversazioni tra le due gemelle rivelano al contempo un attaccamento speciale, inimmaginabile tra due esseri umani e un timore, forte soprattutto in Cassandra, di fronte all’idea del cambiamento e della separazione. A poco a poco, il ritorno a casa, svelerà tutte le paure e i problemi psicologici di Cassandra, che si sente soffocata dalla sua vita, dal confronto continuo con l’esempio della sua defunta madre, una scrittrice di successo, che non riesce più a mangiare, che non vede più un futuro per sé stessa, perché (lo confesserà più volte) si è sempre sentita incompleta, parte di un intero, metà che trova il suo esatto corrispondente nella sorella Judith, che ora ha deciso di dare uno strappo e di iniziare una vita davvero indipendente. Cassandra lo sa bene, sa che se perderà quella metà lei non sopravviverà a lungo: come nelle leggende più famose, uno dei due gemelli si rivela più debole dell’altro ed è destinato a soccombere. L’impulso all’autodistruzione la condurrà ad una scelta drammatica:

Quando sono tornata in camera, avevo già deciso. Come ho detto, non è stato difficile, perché non potevo sopportare quello che stava per succedere e sapevo anche che, ormai, non potevo più impedire che succedesse. Quindi coraggio ragazza mia. Avremmo dovuto essere un’unica persona, non due, e almeno in questo modo l’altra poteva sopravvivere, magari portando con sé una parte del mio spirito fino alla fine dei suoi giorni, per compensare la parte di lei che stavo per portare con me.

Il rapporto si arricchisce, in un crescendo di tensione e scontri verbali, di sfumature oscure, fino al conflitto estremo tra vita e morte, tra impulso a vivere, difeso da Judith ( “Hai una vita da vivere. È un dovere. Se sei nata per vivere. Ma devi ricordarti che… che può essere anche molto bello, bellissimo”) ed istinto di autodistruzione di Cassandra, profetessa inascoltata e abbandonata al suo destino. La comunicazione totale intrauterina si trasforma paradossalmente in inconciliabilità, incomprensione, paura.

Il finale lascia sospesi, la storia si chiude con l’immagine emblematica di un ponte, che suggerisce domande senza risposte: riusciranno le due gemelle a superare il distacco? O meglio, riusciranno a staccarsi… per sempre? Chi può saperlo.

Ottimo romanzo, da gustare nella sua prosa accurata, come lo ha definito Peter Cameron,

un cibo preparato con grande abilità, ci sbalza fuori dall’esistenza disincantata di tutti i giorni e all’improvviso ci fa sentire di nuovo vivi; ci appassiona e ci stimola. (…) Dorothy Baker dà l’impressione di un provetto giocoliere che, con uno stile e un controllo stupefacenti, tenga in vorticoso equilibrio le tante palline e i piattelli di cui dispone.

Libro che io valuto in modo decisamente positivo, più per i contenuti impliciti che per la storia in sé e per sé: ve lo consiglio davvero! 

Ioanna

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