Recensione ROSEMARY’S BABY di Ira Levin

il

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Editore: Sur, collana Big Sur

Autore: Ira Levin

Pagine: 253

Prezzo: 15, 00 €

Link al sito Sur

 

Rosemary e Guy Woodhouse avevano già firmato il contratto d’affitto per un appartamento di cinque locali in un palazzone tutto bianco sulla First Avenue quando, da una certa signora Cortez, appresero che nel Bramford era libero un appartamento di quattro locali. Il Bramford, un vecchio edificio nero e imponente, è un agglomerato di appartamenti coi soffitti alti, ricercatissimi per via dei camini e dei particolari vittoriani. Rosemary e Guy si erano messi in lista sin dal giorno in cui s’erano sposati, ma alla fine avevano dovuto arrendersi.

Questo è l’incipit di Rosemary’s baby di Ira Levin (pubblicato nel 1967 e nell’anno successivo diventato il capolavoro cinematografico firmato Roman Polanski con John Cassavetes e  Mia Farrow. A quest’ultima, nel 1997, Levin dedica il sequel del romanzo, Son of Rosemary. Il testo viene pubblicato nuovamente in Italia, dal 2015, dalla Sur, nella collana Big Sur) che ci racconta la storia di questa giovane coppia che decide di trasferirsi in un appartamento del Bramford nonostante di questo palazzo si raccontino storie sinistre ed inquietanti: un altissimo numero di suicidi, ritrovamenti di cadaveri, persone che praticano la stregoneria. I Woodhouse però sono troppo interessati all’apparenza per preoccuparsi degli avvertimenti ricevuti. Dal momento del loro ingresso nell’appartamento iniziano una serie di eventi macabri che subiranno un’impennata proprio dal momento in cui Rosemary resterà incinta.

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La prima cosa che colpisce il lettore è la critica mossa da Levin alla società in cui vive (ma lo fa silenziosamente, quasi per sbaglio, e nel farlo ricorda un po’ il Truman Capote di Colazione da Tiffany: la tematica centrale dei testi è tutt’altra ma nascosta sotto di essa c’è la critica, quasi impercettibile, ma viva), i Woodhouse sono completamente concentrati sull’apparire: Guy cerca disperatamente di saziare il suo ego da attore, cerca di farsi conoscere e per farlo sarebbe disposto a tutto; Rosemary è sua moglie, inizialmente nient’altro che questo, una capricciosa ragazza trapiantata a New York. Moltissime sono le descrizioni delle azioni della vita quotidiana, dallo svolgimento di semplici compiti e impegni fino alla descrizione dell’arredamento, delle feste, dei ristoranti. Soprattutto gli interni sono descritti con cura (anche se mai con dovizia di particolari perché lo stile di Levin è misurato, tendenzialmente asciutto), ed è questo un altro particolare che colpisce quasi subito: nel libro è presente una forte dinamica interno/esterno. La vita di Guy si svolge tra la casa e il lavoro, quella di Rosemary quasi unicamente dentro il Bramford: la descrizione dell’appartamento, delle case dei vicini, della lavanderia nello scantinato; poi lo spazio si restringe sempre di più: si passa alla descrizione di singoli ambienti come la camera del bambino. Il racconto degli ambienti (e non solo) è sempre più caratterizzato dall’elemento coloristico: marrone, blu, viola, ma soprattutto il giallo (da notare che sono quasi tutti presenti nella cover scelta dalla Sur) che non solo è il colore scelto per arredare e per dipingere le pareti della stanza del neonato ma è anche presente in un momento fondamentale del testo:

Rosemary aprì gli occhi e vide due occhi gialli, ardenti, avvertì odore di zolfo e di radice di tannis, sentì un alito umido sulle sue labbra, udì i grugniti di piacere e di desiderio e l’ansimare degli spettatori. Non è un sogno, pensò. Sta succedendo veramente.

L’interno è lo spazio sicuro della protagonista, che lo sistema per come lei vorrebbe apparire, ma nella sua zona sicura, nella sua quotidianità entra l’inaspettato, il paranormale. Levin inframezza a descrizioni di una normalità quasi banale gli elementi inquietanti, generando lentamente nel lettore l’attesa di qualcosa di malvagio. È in questo che il testo è considerato un horror, nella capacità che l’autore ha di condizionare l’orizzonte di attese del lettore e di giocare con la sua psicologia proprio come gioca con quella di Rosemary: dal momento in cui scopre di essere incinta nella psiche di Rose succede qualcosa, attraversa diverse fasi, si sgretola e si ricostruisce (un po’ come quella di Danny Torrance in Shining) e più di una volta il lettore è in dubbio, non capisce più se lei è la vittima o la carnefice di se stessa, se finge o dice la verità. Questo è l’elemento inquietante. Non ci sono scene macabre o particolarmente impressionanti, nessun particolare sconvolgente. Ma il dubbio è strisciante anche nei confronti di tutti gli altri personaggi del romanzo, a partire da Guy: il sospetto che nulla sia come sembra diviene un tarlo nella mente del lettore.

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La descrizione della prima parte della gravidanza ricorda quella di Il quinto figlio di Doris Lessing: la tanta agognata maternità diviene un calvario, ed è proprio perché l’autore sceglie la maternità e un neonato come perno tematico intorno al quale gira tutta la storia che questa diviene ancora più inquietante. Ma ancora di più perché il vero protagonista è il male, il diavolo, l’incarnazione di tutto ciò che terrorizza l’uomo. Più la storia progredisce, prende ritmo (anche se Levin non corre mai, lascia sempre il tempo di riprendere fiato a chi legge) più diventa prevedibile ma contemporaneamente agghiacciante. Il finale di Rosemary’s baby è quasi un controsenso: è allo stesso tempo sconvolgente ma supponibile, inquietante e incredibile, tanto che in qualche modo si sente la necessità di allontanare anche solo il pensiero di una storia simile, ma paradossalmente rassicurante: in qualche modo la storia doveva fare il suo corso e, benché inaccettabili, alcuni comportamenti di Rosemary sono proprio quelli che vorremmo compisse; lei con le sue reazioni sembra sfidare ed esorcizzare il male e quasi non averne più paura. Ogni singolo personaggio paga il prezzo delle proprie scelte e a Rose tocca quello più alto, lei non sceglie ma subisce ed è la vittima soprattutto delle decisioni del marito. Guy è l’esempio dell’uomo disposto a fare qualunque cosa per raggiungere i propri obiettivi, per saziare il suo ego, il suo bisogno di attenzione.

Truman Capote a proposito di Rosemary’s baby ha scritto:

Un’oscura e brillante storia di stregoneria moderna, che induce il lettore a credere nell’incredibile

Elisa

 

 

 

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