Recensione TRILOGIA DI NEW YORK di Paul Auster

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Editore: Einaudi Super ET

Autore: Paul Auster

Pagine: 314

Prezzo:  12,50€

link al sito Einaudi

Una delle primissime frasi della Trilogia di New York di Paul Auster è

Nulla era reale tranne il caso […] La questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo.

Leggendo questi tre testi e addentrandosi nello stile del nostro autore sembrerebbe essere proprio così: la chiave di lettura viene immediatamente fornita al lettore inconsapevole che solo arrivato all’ultima pagina, inevitabilmente, sa di dover tornare all’inizio!

La trilogia si compone dei romanzi Città di vetro, Fantasmi e La stanza chiusa, pubblicati tra il 1985 e il 1987 consacrando Auster come uno dei maestri della letteratura americana contemporanea. Sono tre detective-stories ambientate a New York: una città allucinata che assomiglia a tutti i posti e a nessun luogo, nonostante i nomi delle vie o i riferimenti ai simboli che la rendono tanto famosa. È una città strana, vorticosa, post-moderna esattamente come la scrittura di Auster: ti intrappola e di porta dentro di sé, non puoi fare nulla per uscirne.

Quinn era abituato agli andirivieni. Le sue escursioni metropolitane gli avevano insegnato a comprendere il collegamento fra interno ed esterno. Usando il movimento senza meta come tecnica di ribaltamento, nei suoi giorni migliori riusciva a spingere dentro il fuori spodestando così i domini dell’interiorità. Inondandosi di esterno, sprofondando il sé fuori da se stesso, era stato capace di esercitare una parvenza di controllo sulle sue crisi di disperazione. Insomma, il  vagabondaggio era una forma di oblio.


Città di vetro racconta la storia di Daniel Quinn: scrittore di romanzi gialli sotto lo pseudonimo di William Wilson, viene scambiato per l’investigatore privato Paul Auster, di cui decide di assumere l’identità per risolvere il caso di Peter Stillman che lo incarica di seguire sue padre Peter Stillman. Quest’ultimo è appena uscito di prigione e precedentemente aveva rinchiuso per nove anni il figlio per cercare il linguaggio originale dell’innocenza. Il figlio ha paura che il padre lo possa trovare e fargli del male, ma lui uscito di prigione riprende la sua ricerca. Talmente forte è la sua ossessione per le parole che con i suoi percorsi a piedi per le vie di New York scrive lettere e lascia indizi.

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Città di vetro è diventata una graphic novel, City of glass: The graphic novel, nel 2004

Auster affronta il tema della lingua, dell’uso delle parole ripartendo dalla distinzione tra significante e significato di Ferdinand de Saussure (chiaramente non esplicitamente citato) per arrivare a creare un linguaggio che definisca l’essenza delle cose. Per parlarci dell’importanza delle parole procede citando una serie di autori fino ad arrivare a Lewis Carrol che in Attraverso lo specchio fa dire all’uovo parlante Humpty Dumpty che il problema del linguaggio è chi deve esserne il padrone: la salvezza quindi è diventare padroni delle parole che pronunciamo per far sì che il linguaggio corrisponda alle nostre necessità. salgoodsam_auster.jpg

«La gente per lo più non si sofferma su queste cose. Pensano che le  parole siano macigni, grandi oggetti inanimati e inerti, come monadi immutabili»

«Le pietre possono cambiare. Possono essere dilavate dall’acqua e dal vento. Si erodono. Si possono schiacciare. Tramutare in frantumi, ghiaia o polvere»

Ma questo è anche un romanzo sull’identità, a partire da Peter Stillman, in cui coincidono (nomen omen, il destino è nel nome) e si dividono le vite di padre e figlio; ma soprattutto quella dello scrittore Quinn, già coperto da una finta identità, quella di Wilson, che potrebbe identificarsi con lo scrittore reale del romanzo, ma allo stesso tempo decide di cambiare identità diventando l’investigatore privato Paul Auster. La situazione si complica quando Quinn si mette alla ricerca del reale Auster, il quale però non è un detective ma uno scrittore che si è imbattuto nella stesura di un saggio sul Don Chisciotte in cui cerca di scoprire la vera identità di Benengeli, il narratore della storia di Cervantes. Ogni singola scelta crea una spirale per cui tutti i personaggi potrebbero essere identificati con loro stessi, con gli altri e addirittura con lo scrittore stesso. Un meccanismo allucinante e perfetto, un grande esercizio di meta scrittura.

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Città di vetro è divenuta una graphic novel, City of glass: The graphic novel, nel 2004


Fantasmi narra la storia dell’investigatore privato Blue, cresciuto professionalmente sotto la protezione di Brown, che viene incaricato da White di indagare sulla vita di Black. A White consegna settimanalmente delle relazioni di ciò che vede: un uomo che scrive. Passa le sue intere giornate a compiere brevi passeggiate, leggere e scrivere. La vita di Blue diventa alienante e decide di dare una svolta al caso avvicinando Black con una serie di travestimenti. Blue comincia però a sentirsi a sua volta pedinato.

Ancora la scelta stilistica come sempre è accurata e complessa. Non casualmente sceglie i nomi dei colori: ancora una volta la confusione dell’identità, i colori opposti si troveranno ad essere spaventosamente simili. Ancora una volta Auster scrive di scrittura e di scrittori: i fantasmi sono le anime degli scrittori – Walter Whitman, Henry Davis Thoreau, Hawthorne – che impestano Orange Street, la via dove Black (e quindi anche Blue) risiede. Loro insegnano a Black tutto quello che sa e questo a sua volta scrive, a sua volta diventa un fantasma. Blue scrive rapporti per White, un cliente che non rivela mai la sua identità: diventa anche lui un fantasma che scrive per un fantasma.

Ha sempre goduto di questo rapporto col mondo, per cui alle cose non chiedeva nient’altro che di esistere […] E ora all’improvviso, col mondo come alienato da lui, senza nient’altro da vedere che un’ombra vaga di nome Black, si concentra su cose che non gli erano mai venute in mente […] Se pensiero a questo punto è una parola troppo forte, un termine un po’ meno ambizioso- speculazione, per esempio- può avvicinarsi alla realtà. Speculare, dal latino speculari, spiare, osservare, e legato alla parola speculum cioè specchio, riflesso, immagine. Perché spiano Black nella casa dirimpetto è come se Blue guardasse in uno specchio, e capisce che invece di osservare solo un’altra persona sta osservando anche se stesso.

In questi due romanzi entrambi i protagonisti scrivono su un taccuino rosso, che si rivelerà fondamentale ai fini delle storie. Con Auster dovete stare molto attenti ai particolari, perché nulla è lasciato al caso. Il filo rosso che lega questi primo due romanzi al terzo, oltre il tema, l’investigazione, sono i nomi: tornano Quinn, Stillman, Henry Dark (dietro le sue iniziali si nascondeva Humpty Dumpty).

La stanza chiusa non è una storia come le altre, non è una storia di un investigatore in senso più o meno canonico, ma è la storia di uno scrittore che sostituisce il suo migliore amico, scomparso nel nulla, nella sua professione- anche lui è scrittore, molto più talentuoso del primo- e nella sua vita, fino a sposarne la moglie e adottarne il figlio (no, non è uno spoiler, non vi ho raccontato neanche tutto l’incipit, pensate un po’!).

Se per scrivere serve del coraggio, so anche che scrivere è la mia unica possibilità di salvezza, fa dire Auster al protagonista senza nome, e questo pensiero assomiglia molto ad una sua dichiarazione: «Scrivere non è più un atto di libera scelta per me, è una questione di sopravvivenza». Oltre alle solite tematiche (identità, investigazione) vi è ancora la meta letteratura, questa volta già presente nel titolo, la stanza chiusa si rifà all’enigma della camera chiusa inaugurato dai due racconti di Edgar Allan Poe contenuti nella raccolta I delitti della Rue Morgue in cui si narra di due brutali omicidi avvenuti in un vecchio stabile in Rue Morgue ma la stanza dove vengono rinvenuti i cadaveri è chiusa dall’interno. Ciò che cambia è la prospettiva in cui deve essere affrontata la storia: non è più primario scoprire chi ha commesso il delitto ma come questo sia avvenuto. Non è più importante scoprire perché il migliore amico del protagonista sia scomparso, quanto comprendere come abbia potuto rinunciare al suo lavoro e alla sua identità. Ma c’è di più, per non rimanere ossessionato da questa storia, il protagonista è costretto a riporre il suo migliore amico e la sua storia in una stanza chiusa nella sua mente. Non solo investigazione concreta ma anche scoperta dei meccanismi della mente, dove decidiamo di riporre i pensieri scomodi, quelli difficili da affrontare, appunto i fantasmi che ci fanno più paura, quella stanza che benché in noi stessi, sembra essere chiusa da dentro e nasconde la parte più oscura. La stanza chiusa sembra essere un concetto della psicoanalisi.

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Quanto è difficile e quanto è bella questa trilogia? Auster è l’ennesimo maestro americano, dallo stile minimale ed ermetico: vi dice solo il necessario e quando ve lo dice sembra semplicemente complicarvi quelle poche idee che vi fornisce, quindi torniamo all’inizio di questo articolo: la storia non ci deve spiegare nulla, l’importante è la storia stessa.

Questo autore ci ricorda che i lettori non devono sempre essere imboccati: cercate, scavate tra le pieghe del teso, impegnatevi e vi si apriranno mondi straordinari (questa cosa l’ho già detta altrove, e non sono ancora stanca di ripetervela!).

Elisa

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