Recensione EUGENIE GRANDET di Balzac

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Editore: Garzanti

Autore: Honoré de Balzac

Pagine: 174

Prezzo:  8, 50 €

link al sito Garzanti

In certe città di provincia si trovano delle case la cui vista ispira una malinconia pari a quella che suscitano i chiostri più cupi, le lande più squallide o i ruderi più tristi. Forse in queste case ci sono insieme il silenzio dei chiostri e l’aridità delle lande, e gli scheletri dei ruderi; la vita e il movimento vi sono così sopiti che un estraneo le crederebbe disabitate, se all’improvviso non gli capitasse di incontrare lo sguardo vacuo e freddo di una persona il cui volto quasi monastico si sporge, al rumore di un passo sconosciuto, oltre il davanzale della finestra. Questi tratti malinconici si ritrovano nell’aspetto di una casa situata a Samur, in cima alla strada in salita che, attraverso la parte alta della città, mena al castello.

Questo l’incipit di Eugénie Grandet, forse il romanzo più conosciuto di Honoré de Balzac, pubblicato per la prima volta nel 1883 ed inserito in un volume che inaugurò la serie di “Studi di costumi del XX secolo”. Due gli elementi portanti di questo breve ma interessante approccio al romanzo: la descrizione della vita di provincia di un paesino francese (ambientata nell’Ottocento) e la storia, infelicissima, di Eugénie, figlia di Felix Grandet, padre di famiglia esasperatamente avaro, senza dubbio una delle figure indimenticabili nella storia della letteratura francese. Leggere questo romanzo significa prima di tutto aggiungere un tassello timido e silenzioso all’interno della vasta produzione romanzesca dell’800. Particolare, è particolare. Ma perché, direte voi? Beh, innanzitutto vi spiego perché ho parlato di “approccio” al romanzo, tenendomi, come dire, distante (ma non troppo) dalla definizione pura e vischiosa del genere.

Senza alcun dubbio Eugénie Grandet è una storia che si prende il suo tempo. Poco tempo, nella realtà dei fatti narrati, ma in effetti un tempo estremamente alterato, diluito, ma che dico, allungato e farcito di pochi, ma significativi eventi. Desiderate un romanzo pieno di colpi di scena? Volete perdervi nelle pompose ed intriganti storie di famiglia? Vi piacciono le avventure sentimentali e le storie d’amore che fanno sognare anche i cuori più cinici? Leggete altro. No, sul serio. Leggetevi “Anna Karenina”, perdetevi ne “Il rosso e il nero”, per dirvene un paio. Ripiegate su Dostoevskij, se la pazienza è il vostro forte. Ma non leggete Eugénie Grandet di Balzac! Non troverete azione, non troverete eventi indimenticabili. Ma conoscerete personaggi di elevato spessore narrativo, avrete a cuore la piccola ed ingenua protagonista di questa storia, romantica ma neanche troppo, a dirvi la verità. Non ve ne pentirete, ve lo prometto!

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Honoré de Balzac (1799 – 1850)

Faccio un passo indietro, anzi due, e vi racconto, in breve, gli elementi principali della storia (difficile anche questo, dato che la trama è così semplice da rischiare uno spoiler totale!). Balzac scrive un dramma familiare e sentimentale, che ha come protagonista la famiglia di Felix Grandet, ex commerciante di botti che, in seguito ad un consistente arricchimento del patrimonio è diventato un “braccino corto” non solo di fronte al denaro, ma spesso e volentieri anche nei sentimenti.

Il lettore impavido non farà fatica a superare lo scoglio delle prime (circa) dieci pagine, in cui l’autore dà spazio ad un’ampia digressione su Samur, luogo d’ambientazione e sulla posizione sociale di M. Grandet. La sua descrizione è bellissima ed evocativa, limpida e chiarificatrice.

Erano pochi i giorni in cui non venisse fatto il nome di M, Grandet, vuoi al mercato vuoi durante le conversazioni serali in città. Per qualcuno, la fortuna del vecchio vignaiolo era motivo di orgoglio campanilistico. Così più di un negoziante, più di un locandiere diceva ai forestieri, con una certa soddisfazione: “Signore, noi abbiamo qui due o tre famiglie milionarie; ma quanto a M. Grandet, nemmeno lui conosce le sue ricchezze!”

Ve lo dico io che odio le lunghe descrizioni e le digressioni: questa parte è fondamentale! E secondo me, ben incarna lo spirito dell’opera, che non vuole raccontare nulla di straordinario, nulla di potentemente evasivo o peggio, eversivo. È una storia se vogliamo anche banale. Nella tranquilla vita di provincia, l’autore, prendendoci per mano, ci descrive il clima provinciale e chiacchiericcio del luogo, facendoci conoscere i pochi personaggi presenti nella storia. Oltre a Felix, simbolo del romanzo (e di un’epoca), si dà una descrizione di Nanon, donnone dal carattere forte che aiuta la famiglia di Grandet nelle faccende domestiche (“forse la sola creatura umana capace di accettare il dispotismo del padrone”) e della moglie, vittima del carattere tirannico dell’uomo, vittima ma non stupidamente rassegnata come potrebbe sembrare, anzi, intelligente nella sua pacatezza e docilità (doti, lo ammetto, un po’ da “animale domestico” ma l’idea che e dà Balzac è proprio questa secondo me):

La dolcezza angelica, la rassegnazione dell’insetto torturato dai bambini, una devozione rara, un umore costante, il buon cuore, la facevano compatire e rispettare da tutti. (…) Si era sempre sentita umiliata dalla dipendenza e dalla soggezione contro le quali la mitezza d’animo le impediva di rivoltarsi, e non aveva mai chiesto un soldo (…). Una fierezza sciocca e segreta, una nobiltà d’animo costantemente misconosciuta e offesa da Grandet, regolavano la condotta di questa donna.

Arriviamo così al personaggio che dà titolo all’opera Eugénie, simile in tutto e per tutto alla madre, ma con elemento che (inizialmente) la differenzia: la giovane età e, di conseguenza, le belle speranze. Cosa c’è di più struggente, di più delicato, di più fragile, di più insopportabilmnte commovente di una giovane ventenne che, dopo aver passato tutta la sua esistenza nel timore reverenziale del padre, nell’obbedienza cieca ed arrendevole delle circostanze e del quieto vivere, improvvisamente scopre l’amore?

Nella casta e monotona vita delle fanciulle arriva un momento in cui il sole riscalda con i suoi raggi la loro anima, in cui il fiore acquista un significato, in cui le palpitazioni del cuore comunicano al cervello un calore fecondo, e amalgamano le idee in un vago desiderio; giorno di innocente melanconia e di gioia soave! Quando i bambini cominciano a vedere, sorridono; quando una fanciulla intravede il sentimento nella natura, ella sorride come sorrideva da bambina. Se la luce è il primo amore della vita, l’amore non è la luce del cuore? Per Eugénie era arrivato il momento di veder chiaro nelle cose di questo mondo.

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Ebbene, in questo consiste il motore, il carburante anzi, dell’opera, l’arrivo improvviso, a casa Grandet, di un cugino lontano, il povero Charles (suo padre, fratello di Felix, si è suicidato per debiti) la cui sfortuna muove a compassione il cuore inesperto della ragazza, subito rapita (insieme alla madre e alla stessa Nanon) dai suoi modi garbati, raffinati, dall’abbigliamento e dalle pretese altolocate che disturbano immensamente Grandet, che come ci si aspetterebbe, vede nel nipote una minaccia al suo patrimonio, una pericolosa bocca in più da sfamare. Uomo calcolatore, egli si ritrova a dover fronteggiare l’imprevisto, e la soluzione non può che essere l’unica pensabile: allontanare Charles il prima possibile. Il tempo però non assume lo stesso valore per Eugénie: non un tempo – denaro, ma un tempo – sentimento: il tempo di conoscere questo bel giovane e la ragazza se ne innamora perdutamente, innocentemente. Eugénie ama come si ama solo il primo amore: senza calcoli, senza previsioni, con una passione infantile, più che sentimentale quasi materna ed incestuosamente pura. Ma allo stesso tempo, l’autore non permette, a mio parere, un’identificazione col personaggio: non ci si riesce ad immedesimare, ma il lettore prova un sentimento tutto “esterno”, sente di accompagnare questo personaggio nella maturazione del sentimento e nello scacco finale che la vita le riserva. Eugénie è una creatura d’altri tempi, fatta più di sogni letterari che di una concretezza reale, ma emblema dell’eroina che soffre per amore, figlia dei tempi ed imprigionata in questi stessi tempi, in quelle stesse costrizioni che la soffocano, e le fanno comprendere presto quanto la vita sia altro e quanto le cattiverie e le menzogne degli uomini possano far male e distruggere l’intera esistenza. Ambigua la figura di Charles, un ragazzetto viziato, certamente incline ad accogliere la dolcezza di Eugénie, ma anche un personaggio privo di consistenza sentimentale: i sentimenti sono ricambiati in parte, ma non sono fondamentali e si dimenticano di fronte alle logiche della vita e del dio denaro. Charles è l’incarnazione di tanti giovani adulti di tutti i tempi, innamorati più di sé stessi, inabili a gestire il mistero dell’ amore, un po’ per inesperienza, un po’ per svogliatezza, trascinati da altre correnti, altri interessi. Ma come si dice, l’amore non è per tutti, facciamocene una ragione. Fastidiose le figure che fanno da “contorno” alla storia, come i tanti frequentatori di casa Grandet, tutti interessati al patrimonio di famiglia, macabri avvoltoi che danzano attorno alle sorti di Eugénie, cinici osservatori dai comportamenti tutt’altro che disinteressati.

La genialità del romanzo si coglie secondo me non subito. Anzi! A lettura ultimata ho provato un senso di amaro, quasi di disgusto di fronte all’ingiustizia della storia di Eugénie. Uno si aspetta grandi finali concilianti e invece si ritrova punto e accapo. Non hai trovato un romanzo che ti ha dato delle risposte, ma che ha suscitato nel tuo animo tante, troppe domande!

Ed è questa la cosa bella che rimane. La semplicità nel mettere a nudo la realtà. Una storia di quotidianità per parlare del reale. Non a caso Balzac fu il padre del romanzo realista francese. Eugénie, in fondo, non è l’eroina. Eugénie è una delle tante. Ma non si perde nel flusso dell’anonimato. Dà voce all’anonimato e restituisce alla realtà il ruolo di vera ed unica protagonista sul palcoscenico dello spettacolo più autentico, quello della Vita.

Ioanna

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Alessandra ha detto:

    Bella recensione, che condivido in ogni punto. Come dici nel finale i personaggi di Balzac non hanno lo scopo di affascinare i lettori, non sono degli eroi o delle figure suggestive destinate a far sognare, a far volare la mente, visto che appunto il compito di riflettere le peculiarità umane nel loro più immediato realismo, con tutti i pregi ma anche, soprattutto, con tutti i difetti.

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    1. Alessandra ha detto:

      “visto che hanno appunto il compito” (pardon)

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  2. Paper leaves ha detto:

    Ti ringrazio! Infatti non c’è nulla di eccezionale,se vogliamo, nel racconto. La vita non è una favola per la protagonista, anzi, dimostra di essere proprio il contrario! L’impatto della realtà è ancora più forte se pensi alla sua innocenza. Ma come tutti deve “farsi le ossa” e accettare il mondo per quello che è. Molto, molto realistico!

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