Recensione ASPETTANDO BOJANGLES di Olivier Bourdeaut

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Editore: Neri Pozza

Autore: Olivier Bourdeaut

Pagine: 144

Prezzo:  15,00 €

Link al sito Neri Pozza

Conoscevo un uomo di nome Bojangles che danzava con addosso delle scarpe ormai consunte

Aveva i capelli color argento, una camicia stracciata e pantaloni sformati, e quelle vecchie morbide scarpe
Saltava così in alto, saltava così in alto, e poi atterrava con agilità
Mr. Bojangles, Mr. Bojangles, danza

Lo incontrai in una cella a New Orleans, io ero ridotto alla miseria
Mi guardò mentre parlava
Parlava della vita, parlava della vita ridendo e batteva la sua vecchia gamba
Mr. Bojangles, Mr. Bojangles, danza”

Mr Bojangles è il titolo di una canzone di Nina Simone, protagonista e colonna sonora della vicenda familiare raccontata dall’esordiente Olivier Bourdeaut nel romanzo edito da Neri Pozza, Aspettando Bojangles.

“La sua storia era come la sua musica: bella, ballabile e malinconica”

Voglio iniziarla così questa recensione, a passo di danza, cullata dalle note di un vecchio giradischi, ammaliata dal ballo di una coppia, un uomo ed una donna un po’ speciali. Perché sono così speciali? Perché non vivono sulla terra, ma sulle nuvole, il cuore vicino alle stelle, lontani dagli affanni quotidiani, più in alto di tutti, inafferrabili nella loro leggerezza. Lo strano universo familiare di questa coppia strampalata, è raccontato attraverso gli occhi del loro unico figlio, un bambino dall’età imprecisata, che ci svela con dolcezza, ma anche inusuale ed interessante malinconia, le loro giornate. Sembra di essere entrati nel mondo “a rovescio” di “Alice allo specchio”: suo padre chiama la madre ogni giorno con un nome diverso (solo il 15 febbraio ha un nome fisso: Georgette), vivono in una casa enorme, sul pavimento dell’ ingresso le piastrelle formano una gigantesca scacchiera su cui si giocano grandi partite a dama, il loro animale domestico è una gru salvata da un safari in Africa, chiamata “Damigella Superflua”, il bambino dorme in una camera con tre letti di dimensioni diverse, appartenuti alla sua prima infanzia e mai rimossi…

Non ci state capendo nulla? Bene, scendo un po’ dalle nuvole anch’io e vi presento meglio i personaggi di questa storia. Inizio dal padre del bambino, Georges, un “sollevatore di garage”, poi diventato scrittore, di cui si dice:

Il suo taglio di capelli, con la riga in mezzo e due alette che scendevano sulle tempie, mi faceva pensare alla pettinatura del cavaliere prussiano del quadro appeso nell’ingresso. A parte lui e il prussiano, non avevo mai visto nessuno pettinato in quel modo. Le orbite leggermente incavate e gli occhi azzurri appena un po’ sporgenti gli conferivano uno sguardo strano. Profondo e mobile. A quell’epoca lo vedevo sempre felice, e del resto lui ripeteva spesso: «Sono un imbecille felice!»

Georges è un uomo dall’animo romantico, che adora raccontare favole strampalate al figlio, odia le convenzioni, ama oltremodo sua moglie, il perno di follia attorno al quale ruotano le sorti della famiglia, un perno meraviglioso, eppure fragilissimo. Una donna che ripudia il lavoro e lo ritiene terribile perché ti allontana dalle persone che ami, qualcosa di più di una sognatrice perché i suoi sogni non rimangono tali, ma, a poco a poco, sostituiscono la realtà e diventano quotidianità nuova, mai banale, divertente ed eccentrica. Una donna che dà del lei a tutti, persino a suo figlio, a suo marito e alla sua gru di compagnia, ma che stranamente, “dava del tu alle stelle” e tratta suo figlio non come un normale bambino, ma come  il protagonista di un romanzo, di un libro sempre nuovo, mai noioso, mai ripetitivo.

Non voleva sentir parlare né di grattacapi né di tristezza.

«Quando la realtà è banale e triste, inventatemi una storia, voi che sapete mentire così bene. Sarebbe un peccato se non lo faceste».

Allora io le raccontavo la mia giornata immaginaria e lei batteva freneticamente le mani ridacchiando:

«Che fantastica giornata, bambino mio, sono felice per voi, vi sarete divertito un mondo!»

Le giornate di questa famiglia sono scandite da eventi improbabili, feste illogiche, viaggi last – minute nella loro residenza in Spagna… la storia è condita a tratti dai ricordi di Georges, che racconta il primo incontro con sua moglie e fornisce un punto di vista in più nella vicenda, che da favola si trasforma in dramma.

L’amore tra George e Renée, Josephie, Marylou… insomma, sua moglie, è di una delicatezza, di un etereo impalpabile che commuove e diverte allo stesso tempo. È uno di quei rapporti che traggono linfa vitale dallo stare sempre, perennemente insieme, è un amour fou, bellissimo ma inconciliabile con la realtà. Della pazzia di questa storia, Georges confessa di esserne al corrente sin dall’inizio:

Il suo comportamento stravagante aveva riempito tutta la mia vita. Si era annidato in ogni recesso, occupava l’intero il quadrante dell’orologio, depredando ogni istante. Quella follia l’avevo accolta a braccia aperte, poi le avevo richiuse per stringerla forte fino a restarne infuso; ma temevo che una tale dolce follia non fosse eterna. Per lei, la realtà non esisteva. Avevo incontrato una Don Chisciotte in gonnella e stivali che ogni mattina, gli occhi appena aperti e ancora gonfi, saltava sul suo ronzino, lo spronava e partiva al galoppo all’assalto dei suoi reconditi mulini quotidiani. Era riuscita a dare un senso alla mia vita trasformandola in una baraonda continua.

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“La passeggiata” di Marc Chagall (1917-1918)

 

Tuttavia, a poco a poco, il sorriso si trasforma in qualcos’altro, qualcosa che Georges ha sempre sospettato, ma che solo il tempo ha portato a galla, con una potenza ed un’ingiustizia davvero crudeli: la malattia mentale della donna ed il suo conseguente ricovero in ospedale.

Il romanzo di Olivier Bourdeaut, lo ammetto, mi ha colpita tantissimo. Impossibile, a primo impatto, non lasciarsi attrarre dalla bellezza della copertina! E ancora più impossibile, non lasciarsi travolgere totalmente da questa storia, che ho divorato in un pomeriggio e che mi ha lasciato un senso di spossatezza mentale. Secondo me non ci sono vie di mezzo per descrivere questo libro: o lo si ama o lo si odia. Anzi, più che odiarlo, non si capisce. Il mio parere è entusiastico, perché non è assolutamente razionale. Se iniziate questa bellissima e poetica lettura, non pensate di dare delle spiegazioni agli eventi, perché uccidereste letteralmente il libro. La storia raccontata non pretende di essere verità, ma è una critica spietata, anzi, spietatissima al mondo e alle sue menzogne. Ecco, si tratta di raccontare una menzogna per parlare della realtà, “alcune menzogne a dritto e altre a rovescio, perché spesso la vita è così”.

Georges, sua moglie e suo figlio vivono in un modo “al contrario”: il loro animale domestico non è un pesciolino, un canarino o un gattino ma una gru, nessuno lavora e apre la corrispondenza, ogni giorno lo si passa tra balli e giochi. Il diverso (ma anche, se vogliamo, l’esotico, rappresentato da un uccello stravagante come la gru) si burla delle convenzioni, si anima in un mondo a parte, si costruisce un equilibrio precario in un ritaglio di mondo e di tempo. Il mondo esterno si manifesta sempre in forma ostile e negativa: la maestra di scuola, arrogante e spocchiosa, il fastidioso ispettore delle tasse, l’ospedale dei pazzi…

La realtà, tuttavia, prende il sopravvento sul loro mondo magico: chi vede le cose con animo puro diventa un folle, un decerebrato, una minaccia per la società. Leggendo alcune recensioni, mi sono accorta che molti hanno apprezzato il libro per la sua leggerezza, per essere il racconto di una follia ingenua, divertente. Non hanno tutti i torti, ma secondo me, questa forma di divertimento è tremenda, perché mette totalmente a nudo la realtà ed è doppiamente sconvolgente! Don Chisciotte era diventato un folle per la lettura di troppi romanzi cavallereschi; la protagonista del romanzo, diventa folle perché ha visto troppa realtà, e l’ha ripudiata. Questa la sua unica colpa.

E allora via, un altro ballo. Di nuovo la canzone di Mr Bojangles, perchè

Ballava il signor Bojangles, ballava di continuo, come i miei genitori. La gente gli pagava le birre perché ballasse e lui ballava nei suoi pantaloni troppo larghi, spiccava dei gran salti e ricadeva delicatamente. Mamma mi diceva che ballava per far tornare il suo cane, lo sapeva da fonte sicura. E lei ballava per far tornare lui, il signor Bojangles. Era per questo che ballava tutto il tempo. Semplicemente perché lui ritornasse.

Lasciate ogni razionalità o voi che leggete. Regalatevi questa “signora” storia, adatta solo a chi ha un animo tanto, troppo sensibile, a chi vede le cose con lucidità folle, a chi è un “Piccolo Principe”, a chi ha paura di crescere come Peter Pan. Perché di esordienti come Bourdeaut, ce ne sono ben pochi. Una storia con i piedi piccini ma che fa passi da gigante. Un libricino modesto nella sua mole, ma che ti resta nel cuore in tutta la sua poesia, in tutta la sua insopportabile e velata drammaticità.

«Datemi il nome che preferite, ma vi prego, fatemi divertire, qui le persone profumano tutte di noia e scocciature!»

Ioanna

 

 

 

 

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