Recensione UNA BARCA NEL BOSCO di Paola Mastrocola

cover

Editore: Guanda

Autore: Paola Mastrocola

Pagine: 266

Prezzo:  11,00 €

Link al sito Guanda

Quanto conta l’omologazione, l’essere esattamente come tutti gli altri? Parlare, vestirsi, pensare soprattutto. È tutta una questione di abitudine. E di paure verso l’altro. Il protagonista del romanzo di oggi, vincitore del Premio Campiello nel 2004,  è un ragazzino quattordicenne, Gaspare Torrente, un adolescente decisamente diverso dai suoi coetanei, che con la sua alterità, la sua alienazione e superiorità mentale, il suo essere “una barca nel bosco” dovrà fare continuamente i conti nel corso della sua vita. Senza riuscire mai a liberarsi di se stesso.

Gaspare, figlio di un pescatore del Sud Italia, si trasferisce con la madre a Torino dalla zia Elsa, per frequentare un prestigioso liceo scientifico. O almeno così crede. Forte della fiducia della sua insegnante delle scuole medie, madame Pilou, che ha visto in lui il lume di un’intelligenza attiva e precoce, il ragazzo aspirante latinista (già questo fatto può far capire molto!) attende con trepidazione ed ansia l’inizio delle lezioni. Ma sarà costretto a fare i conti con un sistema scolastico decisamente poco all’altezza delle sue capacità, totalmente incapace di riconoscere ed incoraggiare un talento. Anzi! Le qualità intellettuali del ragazzo sono soffocate, prese in giro, limitate dagli insegnanti stessi. Paola Mastrocola disegna con una spietatezza realistica (mi vengono in mente certi professori del mio liceo…) l’attuale – ahimè – sistema scolastico: insegnanti annoiati che non hanno voglia di far lezione, presidi poco attente e prive di autorità, compagni viziati e mediocri con i loro altrettanto mediocri genitori. Fin dal primo giorno, Gaspare si sente un alieno nella sua classe e l’autrice non esita a sottolineare questa drammatica convinzione con scene spassose e spietate. Come nel caso del primo incontro con il suo compagno di banco, un tale Giumatti, che trascorre gran parte del suo tempo incidendo le tacche dei giorni di scuola sulla copertina del diario:

“Ah, fai un po’ come Angelica e Medoro, eh?”

Strizzandogli anche mezzo l’occhio. Ho in testa i due innamorati che incidono gli alberi con i loro nomi, cuore, freccette e tutto il resto. Ma lui mi squadra con la bocca aperta, il filo di bava che gli sta per scendere e mi chiede:

“Angelica chi?”

“Angelica e Medoro.”

“Angelica e Medoro? E di che classe è? È figa?”

Lo guardo. Rifletto. Penso: gli parlo o no dell’Orlando furioso? Se gliene parlo, magari si offende perché è un po’ come dargli dell’ignorante. Però se non gliene parlo?

Gliene parlo.

Sbaglio enorme, perché è lui che si mette a guardarmi come se fossi un analfabeta, e mi dice:

“Faccio come in birreria che, hai presente sui tavoli della birreria, hai presente che ci intagli il nome della tua punza?”

E così via. Gli insegnanti non sono da meno, a partire dal professore di latino, De Gente Ruggero, che lo prende in giro davanti alla classe per avergli chiesto ingenuamente di iniziare a tradurre le versioni. Eh no, perché dopo due mesi fermo ad una decina di pagine del libro di testo, l’insegnante sente il dovere di difendersi, inventando la storia poco convincente di un “latino agile flessibile” perché “basta con queste grammatiche decrepite stantie, la scuola sta cambiando, il cambiamento è alle porte ed è giusto fare cose utili… Utili alla vostra vita, utili per il mondo del lavoro (…)”.

Utilità, questa parola che ritorna costantemente nella storia di Gaspare, che ha l’impressione che tutte le cose a lui care siano inutili, invisibili agli altri.

Non sembra esserci posto nel mondo per un ragazzino che legge Verlaine e traduce, di nascosto, Orazio. A quel punto la soluzione sembra l’unica possibile: abbassare l’asticella e conformarsi alle norme del branco. E Gaspare, intelligentissimo, a poco a poco inizia ad afferrare le regole nel gioco della scuola, e non solo. Capisce che deve iniziare a vestirsi come gli altri, a parlare come gli altri, a prendere brutti voti, come gli altri. L’unica regola è il conformismo spietato, che traccia un confine netto tra chi è accettato dal gruppo e chi ne resta fuori. L’outsider apprende con velocità tutto ciò che gli viene presentato come giusto. E Gaspare, incredibilmente, scopre che i compagni iniziano ad accettarlo. Non è dello stesso parere la madre, che si vergogna dei cambiamenti del figlio, non è più in grado di comunicare con lui, non comprende le difficoltà che sta attraversando, non capisce quanto la vita si stia rivelando al figlio in tutta la sua nuda crudeltà. L’educazione di un tempo non conta più: a Gaspare interessano le feste, le ragazze, gli abiti firmati, ha anche imparato a dire le parolacce… è l’emblema della madre impotente di fronte alle tempeste adolescenziali, ma non può condividere con nessuno il suo dolore: il marito è lontano, infarcito di bugie sulla condotta del figlio per non destare alcuna preoccupazione.

Eppure, c’è qualcosa nel personaggio di Gaspare, che ci colpisce tanto, tantissimo. È vero che ad un certo punto si uniforma ai suoi compagni, ma mette in atto il cambiamento con un atteggiamento scientifico e ben studiato: osserva, analizza, riproduce. Senza esserne mai realmente “dentro” . E sapete perché? Perché Gaspare non cambierà mai e non potrà mai cambiare la natura del suo essere. A sue spese capirà che la diversità nel mondo non paga, anzi, è l’ostacolo più grande, perché ti ritrovi incompreso, eternamente incompreso da tutto e da tutti. L’unico sincero e vero amico, non a caso, è un certo Furio, ragazzo isolato dalla compagnia, ma che inevitabilmente attira la sua attenzione. Un ragazzino ossessionato dagli occhi dei giocattoli, un piccolo creativo che vuole metter su una fabbrica di peluche. Le loro manie li uniscono, le loro stranezze diventano un punto di incontro. Come quando ad un certo punto Gaspare inizia a riempire la sua casa di piante ed alberi sotto cui trovare rifugio nei momenti di sconforto. Le piante diventano una metafora della vita: così come un albero, anche Gaspare è radicato nel suo terriccio. Non può farci nulla, le sue radici non possono portargliele via del tutto.

Dovremmo stare un po’ fermi. E invece guarda qui: i piedi, le mani, il naso, tutto il corpo ci è cresciuto in questa maniera orribile… Comincia tutto piano, senza che te ne accorgi. Prova a pensare a un lungo periodo di tempo, diciamo una ventina d’anni: hai idea di come diventa una pianta dopo una ventina d’anni? Ecco, e se non succede, è solo perché noi ad un certo punto decidiamo che è cresciuta troppo e le tagliamo via la cima. Ogni anno sempre via la cima. La livelliamo. Finché lei si stufa e comincia a perdere le foglie, sempre di più, e allora noi diciamo che è morta.

La critica della Mastrocola non si ferma qui: colpisce il mondo universitario e di conseguenza il mondo del lavoro; Gaspare si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, e le cose per lui non possono che peggiorare. Esilarante il discorso di un counsellor universitario, più interessato ai “divertentissimi Erasmus” che al suo progetto di tesi riguardante un autore latino poco noto.

Tutti che lavorano su Internet, l’inglese, le aziende, il Nasdaq, la statistica, l’epidemologia, le biotecnologie… E io su cosa mi laureo? Su Rutilio Namanziano.

Questa frase è emblematica del libro, è il perno attorno a cui ruota tutta la storia. È una di quelle che ti colpisce al cuore, come il monologo del professor Keating ne “L’attimo fuggente”, che replica lo stesso, bellissimo e difficile messaggio: “La poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita”. Sono queste le cose che ci tengono in vita, e che ci tolgono il respiro, allo stesso tempo. In un universo parallelo Gaspare avrebbe trovato il suo professor Keating. Ma la Mastrocola non ama le favole, non perché disprezza i lieti fini, ma perché restituisce al lettore la verità pura, senza fronzoli o abbellimenti. A costo di sembrare drammatica e pessimista.

Non importa, dominus. Non si preoccupi. Nulla importa davvero. A noi son state date cose piccole a cui badare, qualche foglia che ingialla, un rametto spezzato. In queste minuzie ci siamo beatamente perduti. E ci siamo resi, così, imprendibili.

Eh sì, non ci prenderete mai! Abbiamo certi rivoletti e sentierini noi, che voi neanche immaginate, cari signori del mondo. Non ci prenderete nella vostra rete, maramao.

Ho apprezzato  la sua scrittura, palesemente vicina all’incredulità e all’ingenuità del personaggio, ma così viva, così acutamente intelligente, irta di contraddizioni lungo il sentiero di un racconto di formazione, anzi, di “sformazione”. L’eroe deve crescere ed è posto di fronte alle sue prove, ma si è reso conto che le sue armi non sono come quelle degli altri. E non sono in grado di affrontare i mostri del mondo.

Troverete un romanzo divertente, spassoso e allo stesso tempo pungente e affilato, se deciderete di leggere “Una barca nel bosco”. Lo amerete e allo stesso tempo avrete voglia di prenderlo e scagliarlo lontano da voi per quanto è realistico. Si fa presto a parlare di ottimismo, quando si è come tutti gli altri. Quando non si hanno tempeste nel cuore, quando i tuoi occhi vedono la Bellezza e sei disperato perché nessuno la riconosce, oltre a te. Non potrete più farne a meno se, parafrasando l’autrice, amate le isole o siete voi stessi, un’isola.

Bisognerebbe scavare sotto i piedi dei figli e vedere lì, nella terra, quanto sono cresciuti. Se no poi, da grandi, cadono, cadono a faccia in giù, come pali mal piantati nel terreno, senza radici.

Ioanna

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