Recensione TONIO KROGER di Thomas Mann

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Editore: Einaudi

Autore: Thomas Mann

Pagine: 179

Prezzo: 9,80 €

Link al sito Einaudi

Il fatto era che Tonio amava Hans Hansen e aveva già molto sofferto per lui. Chi ama di più è il più debole e deve soffrire – la vita aveva ormai insegnato alla sua anima quattordicenne questa dura e semplice verità; e secondo la sua indole simili esperienze influivano profondamente su di lui; ne prendeva nota interiormente e in certo modo ne traeva gioia, senza però applicarle al suo caso personale e ricavarne un profitto pratico. Era inoltre nella sua natura considerare quegli ammaestramenti molto più importanti e interessanti delle conoscenze che gli venivano impartite a scuola, tanto che le ore della lezione, nelle aule dalla volta gotica, le dedicava per lo più ad approfondire il più possibile quegli insegnamenti, a rifletterci su con tutte le sue facoltà.

Tonio Kröger è un ragazzo di quattordici anni quando prova queste sensazioni. Il suo primo amore è Hans Hansen, straordinariamente bello, biondo, dagli occhi azzurri. Entrambi vengono da famiglie importanti nella loro città, condividono la stessa scuola ma sono completamente diversi. La più marcata differenza è nell’aspetto fisico: Tonio è moro, ha gli occhi scuri e i lineamenti meridionali ereditati da sua madre, la straniera, Consuelo, che sceglie per lui un nome “esotico”. L’altra differenza è negli interessi: mentre Hans coltiva le passioni tipiche di un ragazzo di estrazione borghese, l’altro ama la scrittura, appunta le sue sensazioni e il suo amore per Hans, la lettura, la poesia.  Il suo amore lo rende geloso e invidioso perché sin da adolescente il protagonista si sente diverso, escluso dal mondo delle convenzioni. Questa è solo la prima delle antinomie sulle quali è costruito il testo di Mann:

Lo amava prima di tutto perché era bello; ma poi, perché gli appariva il proprio opposto, sotto ogni aspetto.

A sedici anni conosce Ingeborg Borg, “la bionda Inge dagli occhi d’acciaio”, che aveva visto centinaia di volte ma mai nella luce in cui la vide davvero per la prima volta. Prova un sentimento molto più forte di quello “provato talvolta in passato nel contemplare Hans Hansen, quando egli era ancora un ragazzetto sciocco”, si innamorò di lei e comprese che:

Quello era l’amore. Ma quantunque sapesse benissimo che l’amore gli avrebbe portato pene, tormenti e umiliazioni, che per di più avrebbe distrutto la sua pace e riempito il suo cuore di melodie senza lasciargli la pace necessaria per definire una forma e foggiarne con calma qualcosa di compito, tuttavia l’accolse con gioia, gli si abbandonò interamente e lo coltivò con tutte le forze dell’animo, perché sapeva che esso rende ricchi e vivi, e aspirava a essere ricco e vivo, invece di trarne posatamente una cosa compiuta…

La bionda Inge non lo vede, non come Tonio vorrebbe essere guardato. Lei è una figura luminosa, attira l’attenzione di lui così diverso, estraneo a quel mondo di occhiazzurrini che accomuna lei, Hans e il console Kröger, suo padre: i loro occhi sono il simbolo della felicità, dell’umanità felice, ma anche di un’umanità diversa da Tonio, convenzionale, poco riflessiva, la quale non si pone domande, borghese. Inizia la diatriba tra la sua natura, quella dell’artista e quelle che dovrebbero essere le sue naturali inflessioni, la vita che costruisce per lui suo padre, quella che lo accomuna ai suoi amanti. Questa è la seconda delle opposizioni che Mann ci mostra, il rapporto di amore/odio per quello che è, il figlio del console; per quello che vorrebbe essere, l’artista; per Hans e Inge; per il mondo, con il quale non riesce ad entrare in contatto (anche volendolo) in quanto tutto concentrato sulla letteratura.

Dopo una serie di vicissitudini familiari Tonio si allontana dalla sua città natale, Lubecca, per trasferirsi a Monaco dove trascorrerà tredici anni e dove scrive, si afferma, viene applaudito per quello che è, o che crede di essere, e si dedicò

alla potenza dello spirito e della parola […] le si consacrò ed essa lo ricompensò con tutto ciò che era in suo potere di donare e gli prese spietatamente tutto quello che suole prendere in cambio. Gli acuì lo sguardo […] ma tutto ciò che vide fu comicità e miseria- comicità e miseria. Allora, col tormento e la superbia venne la solitudine, perché egli non tollerava la vicinanza dei bonari, dagli innocenti dallo spirito gaiamente ottenebrato […] e soleva dire che la solita conoscenza delle anime avrebbe condotto immancabilmente alla tristezza, se i piaceri dell’espressione non ci conservassero desti e vivaci…

La sua riflessione però non si ferma: in questo lo aiuta la sua amica russa Lisaveta Ivanova (questo capitolo, il sesto, è il capitolo più lirico dell’intero racconto) alla quale confessa che l’arte è unaimgres.jpg malattia, la letteratura una maledizione. L’artista vero, colui che non esercita una professione ma segue una vocazione, si riconosce facilmente, dice Tonio: per il senso di isolamento che esprimerà la sua figura, la diversità e il disagio nel sentirsi riconosciuto; racchiuderà insieme sul suo volto i segni lasciati dal senso di inadeguatezza e allo stesso tempo avrà tratti regali: quest’ultimi non possono essere nascosti da nessun abito borghese. Ancora il rapporto antitetico tra le inclinazioni e le origini che lo spinge a compiere un viaggio a ritroso, a ritornare nella sua città natale passando per il mar Baltico: con un immaginario che ricorda quello di Viandante sul mare di nebbia di Friedrich il viaggio, il mare gli consentono di procedere verso nuove riflessioni, scruta l’orizzonte, l’infinito, alla ricerca di risposte definitive alle domande che, da sempre, lo assillano. Come nell’opera di Friedrich la tensione dell’uomo romantico ricorda il pensiero di Nietzsche, anche Mann si rifà al filosofo tedesco però per superarne il concetto di superomismo, lo condanna insieme all’esaltazione del Rinascimento fatta nell’ambito del culto della forza della bellezza e della vita; mentre l’eterno ritorno delle domande che, come una cantilena, vengono fatte ripetere dall’autore al suo personaggio – che in qualche modo è lui stesso, basti pensare ai tantissimi riferimenti autobiografici – manifestano l’influenza esercitata da Wagner dal quale riprende la scelta di un leitmotiv come filo conduttore dell’opera.

Proprio come un filo rosso tornano le immagini e le situazioni. Nella sua sosta ad Aalsgard, nell’albergo nel quale soggiorna incontra, non riconosciuto, Hans e la bionda Inge, insieme. Ora che sono una coppia comprende la loro somiglianza, prima di tutto fisica, comprende la distanza tra sé e loro e la loro più paradossale somiglianza con suo padre e non con lui, vede “quella natura luminosa, dagli occhi azzurri come l’acciaio e dai capelli biondi che evocava l’immagine di purezza non offuscata, di serenità, di ritrosia al tempo stesso semplice e fiera, intoccabile”. Ancora una volta Tonio si sente escluso, guarda come uno spettatore, è un passo indietro rispetto allo spettacolo della vita: osserva ma non recita. Si sente come si sentiva Magdalena, la ragazza che inciampava e cadeva durante le lezioni di danza alle quali tutti i personaggi partecipavano da adolescenti e che ritrova in una scena identica ora, nell’albergo dove vede i suoi amori perduti insieme. Magdalena è l’immagine riflessa di Tonio, lei involontariamente gli mostra come sarebbe stata la sua vita se avesse deciso di vivere inserito nell’ordine delle cose: non si sarebbe mai sentito in accordo con Dio e con il mondo. E allora confessa a Lisaveta con “loquacità amletica” che l’unico modo di raggiungere questa condizione, che lo porterebbe a sentirsi come i biondi occhiazzurrini, sarebbe l’unione delle sue parti interne – un’altra antinomia, la più importante – quella dell’uomo borghese e quella dell’artista:

Sto fra due mondi, non mi sento a casa mia in nessuno di essi, e mi trovo quindi in qualche difficoltà. Voi artisti mi definite un borghese, e i borghesi sono tentati di mettermi in prigione […] i borghesi sono stupidi; voi adoratori della bellezza però, che mi chiamate flemmatico e senza ideali, dovreste ricordarvi questo: che c’e un modo di essere artisti così profondo, così determinato alle origini e dal desiderio che nessun ideale gli appare più dolce e più degno di essere posseduto di quello avente per oggetto le gioie della vita ordinaria.

L’artista è un avventuriero, estraneo alla normalità. Tormentato, irrequieto, non intraprende nessuna strada perché per soggetti come lui non ne esiste solo una da percorrere. La bellezza nell’arte è per lui sempre collegata alla sofferenza: le persone sane non scrivono, non sono artisti. Quest’ultimi vivono il dissidio tra vita-arte-spirito. La loro diversità è antitetica al contegno, alla vita decorosa del commerciante (di suo padre), la diversità è malattia contrapposta alla sanità dell’uomo comune. Tonio Kröger è l’analisi del pensiero dell’artista (Tonio/Thomas), l’investigazione del suo mondo, dei suoi dissidi. È il tentativo di comprendere quando il germe della creatività nasce e in quali pieghe della personalità si vada a insinuare, è il racconto di un percorso di crescita (anagrafica/artistica). Mann sembra dare voce al suo personaggio per cercare di sedare le sue angosce, per esorcizzare le sue paure, dare risposta alle sue domande.

No, la “vita” […] non si presenta a noi, che non siamo esseri comuni, come qualcosa di fuori dal comune,come una visione di sanguinosa grandezza e di selvaggia bellezza. Il paese della nostra nostalgia è proprio la normalità, il decoro, l’amabilità, la vita nella sua seducente banalità! È ben lontano […] dall’essere artista chi prova un entusiasmo estremo e profondo per il raffinato, l’eccentrico e il satanico, chi non conosce la nostalgia per le cose ingenue, semplici e vive, per un po’ di amicizia, di abbandono, di confidenza e felicità umana- la furtiva e struggente nostalgia per l’incanto delle cose comuni.

Elisa

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