Recensione UN SOLO PARADISO di Giorgio Fontana

il

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Editore: Sellerio Editore Palermo

Autore: Giorgio Fontana

Pagine: 208

Prezzo: 14,00 €

Link al sito Sellerio

Wow. Questo è quello che ho pensato dopo aver letto – ma che dico – divorato avidamente in una notte – “Un solo paradiso” di Giorgio Fontana. Wow.

Questo romanzo, seppur piccolino (passa quasi inosservato tra le novità del mese in libreria), apparentemente innocente (unico indizio la scelta editoriale della copertina con il particolare di un olio su tela di Clive Smith, che rappresenta un uomo immerso nella solitudine del suo letto), in realtà è davvero pazzesco: si rivela portatore di un malessere, di una malinconia, di un entusiasmo drammaticamente abortito che non ti aspetti. In fondo, l’argomento non ha nulla di originale: si parla di un uomo e della fine di un amore, una storia da cui non è mai riuscito a riprendersi. Tematica d’ogni tempo, tematica struggente, tematica fritta e rifritta. Quando si parla d’amore il rischio, si sa, è quello di cadere nella noia e nel patetismo. Quando si parla della fine di una storia, diventa ancora più complicato. È difficile, difficilissimo riuscire a colpire nel segno.

E Fontana cosa fa? Ti stupisce. Ti travolge. Ti toglie il respiro, sì, tu non puoi respirare se non arrivi alla fine della storia. Ti imponi di arrivare alla conclusione, perché ciò che più ti preme è il desiderio di conoscere delle risposte. La sua scrittura ti trascina pian piano, ti intorpidisce, poi, nel momento in cui sei più vulnerabile, ti cattura, ti entusiasma, ti fa salpare sulla nave di un amore come pochi e poi…ti butta in mare, ti fa fare i conti con ciò che leggi e, magari, con ciò che hai vissuto. E rimani, inaspettatamente solo ed inerme, sdraiato sulla spiaggia di quel mare bellissimo e tremendo, che è la Vita. Vorresti rimanere lì per sempre, a fissare quell’ultima – spietatissima – pagina, con gli occhi lucidi che solo un grande scrittore sa riempire di lacrime.

Niente sminuisce e fa cadere in basso un essere umano quanto la consapevolezza di non essere amato.

HJALMAR SODERBERG, Il dottor Glass

Due amici di vecchia data s’incontrano per caso in un bar – luogo un tempo di ritrovo del loro gruppo di tanti anni prima – dopo essersi persi di vista. Una scena apparentemente come tante. Uno dei due, Alessio, inizia a raccontare al suo interlocutore, con un impeto ed un’intensità travolgente, la sua storia d’amore con Martina, una storia finita male, che gli ha risucchiato lo spirito. A far da sfondo alla vicenda, una Milano labirintica e spettatrice, a volte interlocutrice (ma, ahimè, ben poco consolatrice), soprattutto nelle lunghe passeggiate compiute dal protagonista.  Il racconto segue, con avidità di dettagli, ogni singolo momento, a partire dal primo incontro tra i due innamorati.

A un anno e mezzo di distanza, mentre ordinavamo l’ennesima birra, mi chiese se fossi in grado di isolare il momento che aveva preceduto l’evento più importante della mia vita. Risposi di no, e aggiunsi che era impossibile. Fece un sorriso. A lui invece era toccata in sorte questa condanna: ricordare il modo in cui il tempo si contrae, il modo in cui la città si dispone a teatro, e ogni suo dettaglio – un piccione che becchetta la pozzanghera, l’insegna di una farmacia, l’odore resinoso dell’aria, la bandiera PACE avvizzita su quel davanzale – tutto perde identità e diventa schiavo di due persone soltanto: così lei si voltò e lo vide.

L’ amore nasce in modo spontaneo: Martina e Alessio si conoscono poco alla volta, scoprendo – a sorpresa – interessi comuni, come la musica jazz. E la loro storia si nutre di questa colonna sonora, vive nella pazzia del suono allegro di una tromba (Alessio stesso è trombettista in un piccolo gruppo) ma inaspettatamente scivola verso un suono cupo, sempre più giù, giù dove le note si fanno spaventose, mettono ansia, sembrano scavare una pozza di inquietudine e di morte.

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Il tempo che Alessio trascorre con Martina sembra quasi non essergli appartenuto: eppure è tutto così chiaro, tutto palpabile nel suo alone di passato. Le giornate insieme, le gite improvvisate, i viaggi in macchina senza destinazione, le camere d’hotel, le situazioni divertenti, gli abbracci, i baci, il sesso, l’entusiasmo di aver trovato una persona unica tra tante… era capitato tutto questo ad Alessio, proprio a lui che si era arreso all’impossibilità di trovare una donna, destinato a quello che lui stesso definisce un dolceamaro contentarsi, una sorta di stoicismo in una strana rivisitazione moderna, nell’assoluta mancanza di stimoli affettivi, nell’atarassia del tutto. E si sa, meno si ama, meno si soffre. Ci si accontenta. Ma di cosa, poi? Di qualcosa che alla fine non basta.

Per la prima volta voleva assolutamente vivere, e per la prima volta si scoprì oscenamente mortale.

Il racconto si arricchisce di fotografie, scatti rubati allo scorrere del tempo che Alessio mostra al suo amico durante il racconto. Feste lontane, primi piani, sorrisi, sguardi. Indizi di lontananza, presagi di “altrove”. Ricordi, ormai solo ricordi.

Benché gli bastasse allungare una mano per sfiorarla, per toccare quelle cosce snelle, quelle braccia così pallide percorse da lunghe vene verdi, non gli bastava mai. In una di quelle notti Alessio comprese che il “dolceamaro contentarsi” era un modo di corteggiare il nulla. Sfiorando appena la superficie delle cose, eri al riparo da qualunque forma di distruzione. L’amore invece lo portava a esistere con una violenza inimmaginabile, e di più: a dover rendere conto dell’esistenza di un altro essere umano.

Tutto sembra favoloso, perfetto. Ma ben presto Alessio fa i conti con la fragilità di quell’amore. La chiarezza del sentimento conosce i primi momenti di crisi. Si tratta di piccole esitazioni, rivelazioni sussurrate, comportamenti distanti, sentimenti che scricchiolano. L’amore, che sembrava così semplice e genuino, svela il suo lato oscuro e diventa scontroso, complesso, ingarbugliato, incomprensibile. Incomprensibile, agli occhi persi di Alessio, appare la distanza che Martina prende da lui. Si tratta della solita storia, antica come il mondo, straziante e  dolorosa come poche: Martina ama ancora il suo ex ragazzo. Per questo motivo non può continuare a fingere un sentimento che non le appartiene. E glielo dice, ad Alessio. Glielo confessa, glielo spiega. Ma cosa vuoi spiegare ad un innamorato? Cosa?

Alessio era passato attraverso la solitudine dell’adolescenza in quel posto dimenticato da dio, l’aggressività del padre, il fratello in prigione; era passato attraverso le infamie di vecchi amici, i lavori umilianti, la morte di una cugina cui era tanto legato; tutto il cumulo di problemi che non rivelava a nessuno per decenza o vergogna: e dunque perché ora non era in grado di riaversi?

Perché comprese questo – il vero punto della storia, come mi disse finalmente al Ritornello: si sopravvive a tanti inferni, e non a un solo paradiso.

Il male d’amore di Alessio va in cerca di una cura, che  sembra non arrivare mai.

E la sua ricerca incessante, dopo anni di tormenti, non può che essere una soltanto. No, lettore, non la morte. Quello sarebbe scontato. E qui, come avrai ben capito nulla è “da copione”.

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La storia della sua discesa agli inferi assume dei contorni che apparentemente sembrano assurdi: tutti gli amori possono finire, farsene una ragione è l’unico modo per andare avanti. Eppure, il sentimento di Alessio non ha nulla in comune con le altre storie. È innocente, puro, indifeso come un bambino. La disperazione dei bambini, quando togli loro qualcosa di importante, è qualcosa di toccante, vero. E li rende così commoventi. Alessio tocca il fondo, senza mezzi termini. Quella ragazza diventa il suo tormento interiore, il suo fantasma che torna a fargli visita ogni singolo, maledetto, giorno.

Eppure non c’è spazio per i rimpianti, almeno nel suo cuore lacerato.

Percepiva, come una verità oscura ma sostanziale, che lo scambio fra la felicità passata e il caos del presente era scevro da inganni. Sorridendo si diceva:

Sono finito qui per amore, soltanto per amore.

Può il vuoto di un amore diventare un unico destino? Giorgio Fontana ce lo racconta con una prosa ammaliante e fastidiosamente reale, una scrittura lacerante e pericolosa, una sirena affascinante che ci abbandona sul più bello, proprio come fa Martina con Alessio, e ci lascia di fronte al nulla, o forse al tutto, dopo aver vissuto questo unico e bellissimo paradiso.

Ioanna

 

 

 

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Alessandra ha detto:

    Un autore che non conosco. Non so se sono rimasta più colpita dai contenuti offerti dal libro o dalla tua presentazione dello stesso, perché sei veramente brava a trasmettere agli altri il tuo entusiasmo, ciò che ti ha più o meno colpito. Me lo segno 😉

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  2. Paper leaves ha detto:

    Ma che bello, ti ringrazio! Quando un libro mi colpisce tanto vorrei farlo leggere a chiunque, spero di averti contagiata con il mio entusiasmo! Neanch’io conoscevo Fontana ma ti assicuro che vale davvero la pena leggere questo romanzo, il suo stile di scrittura è molto fresco, scorrevole ma al tempo stesso estremamente attento ai dettagli. Con “Morte di un uomo felice” ha vinto il Campiello nel 2014…mi sa che lo metto in lista per una prossima lettura 🙂

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  3. Nicola ha detto:

    Ho comprato e letto il libro con la stessa avidità descritta nella tua bella recensione

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    1. Paper leaves ha detto:

      Mi fa piacere, Nicola! Fontana è stato una bella scoperta!

      Mi piace

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