Recensione BELLEZZA E CRUDELTA’ di Attilio A. Ortolano

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Editore:  LA GRU 14°PIANO

Autore: Attilio A. Ortolano

Pagine: 120 pagine

Prezzo: 13 euro

Link al sito Edizioni La Gru

“Bellezza e crudeltà” è il titolo ed il binomio ossimorico su cui si gioca la partita d’esordio di Attilio A. Ortolano, giovane, anzi, giovanissimo scrittore di Lanciano (provincia di Chieti).

Nel titolo si nasconde un fascino proibito, raccontato in un romanzo a tratti fantascientifico, a tratti  consapevolmente riflessivo e lirico. Il protagonista, Jonathan, vive in un mondo futuristico, quello dell’anno 2112. Dopo aver attraversato crisi economiche e guerre, la società entra in una nuova fase storica, basata sulla depersonalizzazione dell’individuo e sulla manipolazione delle coscienze. Il mondo in cui vive Jonathan teme le forti individualità e gli scrittori sono mandati in cliniche psichiatriche senza particolari accuse: la loro stessa attività costituisce un pericolo enorme, nonché un reato. Il panorama naturale appare in uno stato di degradazione: l’elevato calore, causato dai raggi nocivi del sole, si distribuisce su tutta la superficie terrestre, i frutti sono geneticamente modificati. Ogni angolo, ogni stanza è videosorvegliata perennemente ed i televisori sono arrivati a raggiungere le dimensioni di una parete: la tirannia delle nuove tecnologie ha impoverito gli uomini, li ha isolati e soggiogati ad uno sterile gioco di asservimento delle coscienze.

Fin dalle prime pagine, il personaggio di Jonathan si prospetta come “diverso” rispetto al mondo in cui vive. L’animo è quello di un sognatore, di un uomo proiettato nel passato, un uomo che avverte il fascino della letteratura e delle grandi personalità protagoniste di un immaginario culturale che, seppur sottoposto a censura come nei peggior regimi totalitari del XX secolo, non cessa di palpitare nel cuore di pochi rivoluzionari.

Non mancano epifanie, rivelazioni improvvise nella vita di questo personaggio dai contorni volutamente sfumati, come l’incontro con una giovane fotografa, Sofia, che sembra risvegliare e rivelare il suo spirito poetico e sognante:

“Sofia, sei una ragazza che corre tra le scenografie delle strade, come una farfalla vola tra le scenografie delle vite, delle persone, dei fiori o dei prati che incontra. Nonostante tu risplenda già di mille colori, non ti stanchi mai di colorare delle tinte più accese che appartengono all’esistenza. Scegli di colorarti anche delle più scure. Se a volte pensi che le nostre vite siano brevi, vivi nell’incanto. Perché in verità, di vite brevi, l’incanto non ne ha. È una questione di magia, se le farfalle trovano amore  e colore, continuano a vivere, e a guardarti silenziose da qualsiasi fiore, su ogni vaso del tuo balcone. Lo fanno continuamente. Anche quando il vetro dalla finestra piange rugiada alle sette del mattino, o quando la nebbia le nasconde. Attendono. E tu, come loro, sei fatta di attimi infiniti. Continua sempre a rendere eterni i momenti, perché nessuno lo fa come te”.

Jonathan e Sofia sono accomunati da un sentimento nostalgico e antico, un attaccamento deciso alla realtà, che viene cristallizzata e racchiusa in opere d’arte; per il primo è fondamentale tornare a stampare libri e a metterli in circolazione, in modo da “svegliare” l’umanità e ridestarla da un torpore anticulturale che li ha resi schiavi di una pericolosissima manipolazione delle menti. Per Sofia, invece, è la fotografia ad assumere una valenza simbolica enorme: il mezzo si rivela potentissimo nella sua duplice efficacia, quella di consapevolezza sulla dignità della prospettiva individuale e quella di testamento, quasi, della realtà inafferrabile. La fotografia imprigiona l’attimo, un momento che non tornerà mai più, pietra sepolcrale di un attimo morto nel momento stesso in cui lo si cattura con un obiettivo. Così come i nomi dei grandi scrittori di ogni tempo, che hanno lasciato, con i loro libri, un ricordo del loro secolo, delle loro idee. Un testamento che permetterà ad essi di vivere anche dopo la morte, per insegnare agli uomini a riflettere, ad avere delle opinioni. Di nuovo un paradosso: la fotografia e la letteratura, non a caso rappresentanti di una bellezza senza tempo e portatrici di una sana crudeltà nella rivelazione di un tempo finito, irrepetibile.

Jonathan sembra ossessionato da questo tempo, dall’idea di averne poco a disposizione per fare tutto ciò che potenzialmente potrebbe elevarlo intellettualmente e spiritualmente. Numerosi gli spunti di riflessione, gli interrogativi e la ricerca spasmodica di un’esistenza vissuta in tutte le sue potenzialità, fino al suo esaurimento.

“A volte la vita sembra una miccia accesa. Ci sono musicisti, attori e poeti,, che hanno bruciato la realtà così velocemente da arrivare alla morte appena passati i trent’anni. Sembra quasi che non ci si possa permettere di evitare quell’ozio che caratterizza i giorni di una vita. O meglio, evitandolo si ha semplicemente più tempo per vivere. Vivere davvero. Forse chi vive sempre e davvero, impacchetta la realtà. Diviene un piccolo gioiello. Si abbandona l’esistenza quando gli obiettivi son raggiunti. Funziona così per ogni cosa. Raggiunto il desiderio lo si abbandona in modo naturale. Il più grande pericolo è restare a guardare. Non raggiungere niente. La miccia brucia nonostante tutto. Il segreto sembra essere uno: vivere. Al massimo.”

Altro incontro fondamentale sarà quello con Davide De Costa, ex agente immobiliare di poca fortuna, ma uomo adatto ad intraprendere il suo progetto di una compagnia del Tormento, che porta come unico slogan quello di una “debordante passione per la bellezza, la scellerata ambizione del sogno”. L’idea di aprire un ufficio per stampare libri ben presto diventa realtà: non a caso il primo libro ad andare in stampa è “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury.

Di lì a poco Jonathan scopre l’esistenza di un negozio antistante l’ufficio: ad attirarlo è l’insegna, “Beauty and Cruelty – Bellezza e Crudeltà”, un venditore di barche.

Ben presto ne conosce la proprietaria, Aurora, misteriosa e centrale figura femminile che lo espone ad un nuovo sconvolgimento di sensazioni e sentimenti. A partire dalla rivelazione sull’insegna, con l’allusione alla bellezza e crudeltà del mare:

“Nel mare è possibile cogliere una superiore bellezza. I marinai e le persone lo navigano, riflettono sull’infinito blu fino all’orizzonte. Ma quando il mare è tempestoso, può portare via tutto ciò che incontra”.

La Natura, come l’Arte, diventa portatrice di un significato più ampio: genera bellezza con fecondità ma al tempo stesso ha il potere di distruggere ogni cosa, una natura matrigna nel senso più drammaticamente leopardiano del termine.

E da questo intreccio di natura, arte e senso incombente di precarietà scaturirà il destino di Jonathan, in un modo del tutto imprevisto: la sua intraprendenza ed i suoi sentimenti non gli lasceranno scampo ed il prezzo da pagare sarà davvero alto.

Interessante prova d’esordio per Attilio A. Ortolano, che riversa un bagaglio di riflessioni mature sul senso della vita, sul significato della letteratura e dei rapporti umani, fondendole nel tessuto letterario di una creazione futuristica e poetica allo stesso tempo, facendo convivere due volti diversi ma complementari ed inscindibili della realtà. Il gioco degli opposti diventa il vero leit motiv del romanzo. La scrittura si rivela visionaria, più attenta alle idee e al punto di vista dell’autore, decisamente più vaga sui personaggi, soprattutto quelli che fanno da contorno alla vicenda. Per questo motivo la lettura non risulta subito scorrevole, ma invita spesso il lettore ad indugiare sulle frasi e sulla loro costruzione ricca di significato: la scrittura diventa, a mio parere, una proiezione del protagonista, che crede nella forza delle parole e nella loro potenzialità. Gli stessi dialoghi spesso si dissociano dalla realtà e diventano un espediente evidente per trasmettere contenuti. Lo stile del romanzo dà al testo stesso una consistenza di sogno, di allucinazione, offrendo la sensazione di un “sospeso” che induce il lettore a porsi tanti interrogativi. Jonathan è l’emblema del letterato di ogni tempo, che spera di cambiare il mondo con l’arte. Fortissima l’idea di un contrasto tra il mondo freddo, vuoto che circonda il protagonista ed il suo spirito animato da intenzioni entusiastiche, calde, assetate di verità e di vita. Spaventosa l’immagine di un mondo dominato dallo schiavismo mediatico e tecnologico: quale prospettiva per uno scrittore che vuole ricondurre il mondo alla bellezza e alla forza delle parole? L’esito sfocia in un cupo pessimismo, con una nota di nostalgia e di rimpianto per un passato che non tornerà mai e la delusione di un presente senza più speranze:

“Ogni scrittore ha amato più degli altri uomini. Ha sofferto più degli altri uomini. Ha gioito più degli altri uomini. Non trovare in queste parole nessuna presunzione. È  quando decide che una realtà non è più sufficiente, che inizia a scrivere di mondi capovolti. E non posso precludermi questa possibilità. Anche se sarà l’ultima. O vado a segno, o morirò.”

 

Ioanna

 

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Cuore Zingaro ha detto:

    Ho trovato questa recensione dettagliata e accattivante, le visioni futuristiche mi affascinano e mi spaventano. L’età dei miracoli del quale non ricordo l’autrice mi aveva letteralmente ipnotizzata.
    Sono alla ricerca di letture diverse, qui da voi le trovo. Complimenti Ioanna.

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  2. Paper leaves ha detto:

    Grazie davvero! Hai ragione, le visioni futuristiche suscitano sensazioni contrastanti e non a caso questa storia insiste molto sulla dualità di concetti che si completano… ho voluto trasmettere tutte le mie sensazioni vissute con questo breve romanzo e sono contenta di avergli dato spazio tra gli autori emergenti! Buone letture! 🙂

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