Recensione IL PAESE DELLE NEVI di Kawabata Yasunari

kawabata

Editore: Einaudi

Autore: Kawabata Yasunari

Pagine: 149

Prezzo: 1o,00 €

Link al sito Einaudi

Nella letteratura, così come nella vita, esistono i colpi di fulmine. Ve lo posso assicurare. È quello che è successo a me con “Il paese delle nevi” di Kawabata Yasunari, un libricino che ho amato dal primo momento in cui l’ho visto. E, come ogni cosa pazzesca ed indimenticabile, è stata una scoperta totalmente casuale.

Dopo l’amore per Murakami, da ignorante in materia avevo voglia di leggere qualcos’altro inerente la letteratura giapponese, e come io sia arrivata a questo scrittore che fino ad un mese fa mi era totalmente sconosciuto, boh, non so dirvelo neanche io. Vi dico solo che dopo uno dei miei soliti ed infiniti  pellegrinaggi in libreria, scorrendo centinaia e centinaia di libri, mi trovavo sempre a tornare da lui, quel minuscolo romanzo che destava in me tanta curiosità, quasi morbosa. La prima cosa ad avermi colpita è stata, lo ammetto, la copertina, un’opera dell’artista Utagawa Hiroshige, “La collina di Yuhi e il ponte di Meguro” che raffigura un paesaggio invernale totalmente immerso nel candore drammatico della neve. Non a caso è proprio la neve l’elemento naturale che contraddistingue il gelido inverno di Yuzawa, ambientazione del romanzo, in cui sorge una stazione termale ben conosciuta da molti signori di città che, secondo l’usanza, vi trascorrono giorni di vacanza e di totale riposo. Tra questi vi è Shimamura, un esteta dal lavoro imprecisato, sposato e con figli (che non appariranno mai nella storia) il quale non rinuncia al relax delle terme e desidera trascorrere il proprio tempo con una delle tante geishe dell’albergo, in un vero e proprio paradiso immerso nella natura, lontano dal mondo e dal caos della quotidianità. Durante il soggiorno egli incontra una giovane geisha, Komako, una ragazza che attira la sua attenzione, avviluppandolo in un sentimento ossimorico, caldo come il fuoco ma distante e gelido, come la neve.

Disse di avere diciannove anni. Shimamura gliene aveva dati dai ventuno ai ventidue e poiché non credeva che mentisse, sapere che dimostrava più anni di quanti ne aveva lo mise finalmente a suo agio, come egli desiderava sentirsi con una geisha. Quando incominciarono a parlare del kabuki, scoprì ch’ella ne sapeva più di lui in fatto di attori e di stili. Ella continuava a chiacchierare febbrilmente, come se avesse a lungo desiderato di trovare qualcuno disposto ad ascoltarla, e d’un tratto cominciò a mostrare una facilità ed un abbandono che rivelavano in lei, dopo tutto, una donna di piacere. In genere pareva sapesse tutto quello che c’è da sapere sugli uomini. Shimamura , tuttavia, l’aveva giudicata una dilettante e, dopo una settimana passata in montagna durante la quale non aveva parlato quasi con nessuno, si trovò a desiderare vivamente una compagna. Era dunque un sentimento di amicizia, più che altro, ch’egli provava per la donna. Il sentimento che provava per le montagne si era esteso fino a lei.

Sin dall’inizio accade qualcosa tra i due personaggi, qualcosa che inspiegabilmente li lega e li condanna a danzare tra stati d’animo confusi, attrazioni impalpabili, giochi di seduzione, erotismi sottili e lontani. Mi ha fatto pensare moltissimo ad una poesia di Cardarelli, “Amicizia”, che trovo vicina nel linguaggio e nell’idea del rapporto sfuggente (Ritrosie disperanti/pause vertiginose e insormontabili/dicevan nelle nostre confidenze,/il contatto evitato e il vano incanto./Qualcosa ci è sempre rimasto,/amaro vanto,/ di non ceduto ai nostri abbandoni,/qualcosa ci è sempre mancato).  Già dalle prime pagine, da lettrice ho capito presto di aver trovato un romanzo diverso dal solito: lirico, candido, suggestivo, raffinato, ermetico. Solo leggendo la storia dello scrittore e apprendendo il contesto culturale in cui si formò e scrisse questo piccolo capolavoro si riesce a capire meglio di quale gigante della letteratura stiamo parlando. Vi darò giusto un paio di informazioni, a mio parere utilissime se ci si vuole avvicinare a questo libro.

ka-immagineKawabata Yasunari, nato a Osaka nel 1899 e morto suicida nel 1972, è stato il primo giapponese ad aver ottenuto un premio Nobel per la letteratura, nel 1968. Fin dal suo esordio come scrittore, subì il fascino della letteratura occidentale ed entrò a far parte di un circolo avanguardistico, il movimento Neopercezionista che si poneva come obiettivo quello di rappresentare la realtà facendo totale affidamento al mondo delle percezioni e delle sensazioni. Le loro teorie fecero molto discutere l’opinione pubblica e lo stesso Kawabata scrisse la sceneggiatura per un film d’avanguardia che divenne il loro manifesto visivo, “Una pagina folle” (1926), diretto da Kinugasa Teinosuke. Lo stesso scrittore si cimentò anche nella tecnica del flusso di coscienza (L’Ulisse di Joyce venne pubblicato nel 1922). Fu rappresentante della “Scuola della nuova sensibilità”, una modalità totalmente nuova di far letteratura, sposando l’autonomia dell’opera letteraria rispetto alla realtà ed il distacco dello scrittore nei confronti della società. Il romanzo di cui vi parlo si inserisce perfettamente in questo clima di nuova sensibilità, nuova percezione della scrittura.

Si fa fatica a chiamarlo romanzo, tra l’altro frequentemente rimaneggiato fino alla pubblicazione definitiva nel 1948: potrebbe essere un lungo poema, una lirica prosastica composta da più movimenti, da un adagio iniziale fino al precipitare convulso verso una tragedia, aleggiante come uno spettro candido, bianco come la neve, che avvolge la natura e sembra confondere la realtà con il sogno. La trama è semplice, e segue prevalentemente gli incontri tra Shimamura e Komako, personaggio ispirato ad un figura reale, amata dallo scrittore. Apparentemente non succede nulla di eclatante. Persino le parole, i gesti, appaiono misurati, immersi in un flusso letterario di non detto, di sospeso, che irrita ed intriga terribilmente nel corso della lettura. Lo stile appare laconico e le immagini presentate si sovrappongono come epifanie improvvise, giochi ad incastro ed illuminazioni mentali sospese. È difficile afferrare la materia del testo, proprio perché per sua natura è scivolosa ed inconsistente. Nel vortice di immagini, discorsi, incontri, spesso accostati senza evidente filo logico, si palesa l’evidente forza degli opposti: il freddo pungente della neve che avvolge l’albergo delle terme ed il calore del corpo di Komako e dei bagni, il bianco della neve ed il rosso delle sue guance da geisha ubriaca.

– La gente è delicata, vero? – aveva chiesto Komako quella mattina. – Ridotta in poltiglia, si dice, cranio, ossa e tutto. Un orso potrebbe cadere dalla roccia più alta e non ferirsi minimamente – . C’era stato un altro incidente tra le rocce, e ella aveva indicato la montagna sulla quale era accaduto.

Se l’uomo avesse una pelle ruvida e pelosa come l’orso, senz’altro la sua vita sarebbe diversa, pensò Shimamura. Era attraverso una pelle sottile e liscia che l’uomo amava. Guardando le montagne nella luce della sera Shimamura sentì un ardente, struggente desiderio della pelle umana.

La scrittura sembra a volte molto ostile, manca di punti di riferimento, discorsi indiretti  si alternano senza preavviso a discorsi diretti, rivelando qua e là qualche raro appiglio narrativo. Ho avuto la sensazione di un’indescrivibile lentezza…ma non la lentezza di un romanzo che fai fatica a seguire, una pacatezza di quelle pericolose, perché ne avverti la malinconia e ti suggerisce sentimenti disarmanti, che preludono allo scoppio di un’apocalisse.

Interessante appare il collegamento tra la situazione descritta ed il mondo del teatro giapponese, o meglio, della danza, più volte esplicitamente citato, facendo riferimento al Nô ed al kabuki. In un famosissimo libro di antropologia teatrale, “La canoa di carta” di Eugenio Barba, si descrive molto bene il principio che guida gli attori giapponesi in queste forme tradizionali d’arte scenica, che può essere riassunto e spiegato col termine “otsukarasama”, espressione bellissima con cui gli spettatori ringraziavano gli attori dopo uno spettacolo, letteralmente “ti sei stancato molto per me”. Sono tecniche che si basano sullo spreco d’energia, contrariamente a quanto accade nella vita reale, in cui vige il principio del minimo sforzo. Lo spreco d’energia si manifesta in una nuova, difficoltosa ricerca fisica dell’equilibrio.

Oppure ancora, e qui abbracciamo in pieno l’idea del romanzo di Kawabata, esiste nel teatro giapponese una figura, il secondo attore, chiamato Waki, che paradossalmente rappresenta il non-esserci. In pratica un’assenza, che usa la propria presenza. La scrittura, a mio parere in questo caso fa la stessa identica cosa: si afferma negandosi, con uno sforzo eccezionale da parte di chi scrive.

L’elemento coloristico diventa il protagonista di un lungo poema, il bianco opaco si offre come chiarezza di parole e si manifesta non solo nella neve, ma anche in un tessuto di fine lavorazione, il Chijimi, che le ragazze di montagna tessono pazientemente durante i mesi più freddi, e mostrano ai venditori in primavera:

Il filo di lino, più leggero del pelo di un animale, è difficile a lavorarsi se non nell’umido della neve, si dice, e la buia e fredda stagione è quindi ideale per la tessitura. Gli antichi dicevano, inoltre, che la proprietà di questo prodotto del freddo di tener fresca la pelle nella stagione più calda, era un effetto dei principi della luce e del buio. Anche Komako, che si era così legata a lui, sembrava esser fatta di gelo, e il suo forte, concentrato calore era per questo ancor più commovente.

“Il paese delle nevi” è una di quelle rare esperienze letterarie che mette alla prova la capacità del lettore. Più volte, procedendo nella lettura, mi sono chiesta: ma lo scrittore, dove vuole arrivare? E la risposta l’ho trovata solo finendo il romanzo. E ho capito che non si arriva da nessuna parte, che il viaggio era stato già fatto e proprio guardandomi dietro sarei riuscita a coglierne la rara, struggente bellezza. Ogni particolare, ogni incontro, ogni frase diventa portatrice di un’essenza che si fa fatica a descrivere. La natura, l’uomo, i sentimenti, la morte. È un universo di percezioni collegate tra loro, un cerchio perfetto di bellezza e straziante crudeltà al tempo stesso. Perché Kawabata Yasunari ti inganna, facendoti credere di non aver detto nulla. E invece, ti ha detto tutto. E tu non puoi far altro che ringraziarlo, con la gratitudine di  uno spettatore di teatro giapponese: “ti sei sforzato molto per me”.

Ioanna

 

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