Recensione MARIA ZEF di Paola Drigo

il

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Editore: Ecra

Autore: Paola Drigo

Pagine: 227

Prezzo: 11

Link sito Ecra

Qualche giorno fa vi ho parlato di Zelda Fitzgerald e di quanto questa donna, a mio avviso, possa essere considerata straordinaria. Oggi continuo a parlarvi di donne meravigliose, due donne speciali: un’autrice ed il suo personaggio.

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La prima si chiama Paola Drigo e ci permette di riscoprirla la casa editrice Ecra. Nasce in Veneto nel 1876, nella famiglia Bianchetti. Compie studi presso il ginnasio e sposa, giovanissima, l’agronomo padovano Giulio Drigo, dal quale acquisirà il cognome con cui firmerà le sue opere. Inizia la sua carriera di scrittrice pubblicando novelle per le più importanti testate giornalistiche del suo tempo: “Nuova Antologia”, “L’Illustrazione italiana” e il “Corriere”: proprio sul supplemento “La Lettura” apparirà la prima di queste, nel 1912. Per quanto riguarda la forma del romanzo, vi si dedicherà nel 1936 quando usciranno due storie: Fine d’anno e Maria Zef. Quest’ultimo sarà pubblicato per i tipi dell’editore Treves nel ’38 e dall’editore Garzanti nel ’39; conosciamo, inoltre, altre due edizioni che risalgono al 1946 e al 1953. Proprio nel 1953 nascerà la prima trasposizione cinematografica del romanzo per la regia di Luigi Latini De Marchi. Ne seguirà una seconda, nel 1981, per la regia di Vittorio Cottafavi. Paola è stata un personaggio eclissato dalla storia della letteratura – o forse dalla storia dei lettori –  ma allo stesso tempo ha rivestito un ruolo fondamentale, al punto tale da essere riconosciuta dalla critica come la scrittrice di area veneta più rilevante della prima metà del ‘900.

La seconda donna di cui vi parlo è Maria Zef, la protagonista dell’omonimo romanzo di Paola.

Erano due donne un carretto ed un cane. Andavano lungo l’argine del fiume, dopo il tramonto, verso una grossa borgata di cui si vedeva appena brillar qualche lume sull’altra sponda. Il carretto a due ruote, carico di mèstoli, scodelle, càndole e candolini, e di altri oggetti in legno, era trascinato da una delle donne che, attaccata alle stanghe per mezzo d’una cinghia che le passava sotto le ascelle, tirava innanzi animosamente tra le buche e il fango della strada. Veramente, benchè alta e complessa con larghe spalle di montanara, era ella piuttosto una bambina che una donna, di tredici o quattordici anni appena, con un visotto tondo ed ingenuo, e due begli occhi azzurri dall’espressione infantile. Pur seguitando a fare bravamente il suo ufficio di cavallo, si voltava di tratto in tratto con visibile ansia a guardare la madre che, fiancheggiando il carretto e posando la mano sulla sponda di esso, faceva l’atto di sospingerlo, ma in realtà vi si appoggiava sopra stancamente, trascinando a fatica i grossi piedi calzati delle scarputis.

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La storia di Maria è complicata, la sua vita molto diversa da quella biografica della donna che la inventa. Una storia inizialmente incentrata su tre personaggi femminili: Maria, la sua sorellina e la loro mamma. Insieme girano per i paesi del Friuli per vendere la loro merce (stoviglie per la casa), un lavoro faticosissimo, che le costringe a lunghi tragitti in territori impervi, a sottostare a qualunque condizione metereologica, alla fame, al sonno, alla povertà e alle cattive annate. Tuttavia, Maria non deve crescere velocemente solo per il suo lavoro ma anche a causa dell’improvvisa perdita della madre, che la rende orfana e allo stesso tempo la costringe a farsi carico di sua sorella. Già estremamente responsabile, ella è costretta a diventare molto più grande. Una ragazzina, con i sogni e le speranze propri di quell’età improvvisamente catapultata in una realtà che via via le fa conoscere la disillusione. Quando rimangono orfane vengono affidate all’unico parente, l’unico membro della famiglia che è rimasto loro: Barbe Zef, lo zio paterno. Vivono con lui in una casa poverissima, in alta montagna, lontana dal mondo e, in generale, dalla società. In questa solitudine avverranno altri “incidenti” che decreteranno l’ingresso della protagonista nel mondo degli adulti: ma non è una storia di formazione, non guardiamo crescere e mutare una giovanissima donna, anzi, il mondo degli adulti del quale è costretta a far esperienza è come lo immaginiamo nei peggiori incubi di bambini. Niente eroi, nessun punto di riferimento incrollabile. Il mondo dei grandi è cattivo e costringerà Maria a spingere se stessa al limite.

In una società ancora incentrata su opposizioni binarie, in cui la donna è vista sempre come l’elemento debole, la controparte insignificante dell’uomo, in un mondo ancora ingiusto, Paola Drigo ci fa conoscere la caparbietà di chi è disposto a tutto per non soffrire più, la determinazione spietata di chi decide di salvarsi la vita ad ogni costo. E fa tutto questo creando un clima perfetto: in un ambiente arido, duro, pericoloso e malvagio come quello della montagna in pieno inverno si svolge una storia sbagliata, fatta di sentimenti altrettanto duri, dove la felicità, come il sole, non sembra riuscire a scogliere la coltre di neve. Anche il linguaggio scelto rientra perfettamente in quelle tinte: le parole del dialetto (quasi incomprensibile) proprie non solo di alcuni passaggi dei dialoghi dei personaggi ma anche della narrazione rendono tutto più crudo, legato alla terra, e ci descrivono un mondo che sembra perso nel tempo, una realtà italiana che appare lontanissima dai giorni nostri e invece è proprio lì, dietro l’angolo.

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Questa è una storia completamente incentrata sulla perdita: degli affetti, delle certezze, dell’innocenza. A Maria sembra impossibile sfuggire al suo destino. L’unica rivalsa contro questo mondo che la vuole sottomessa e silenziosa fino alla malattia e alla morte – proprio come era stata sua madre –  è trasformare la sua natura bambina in quella di una giovane donna arida, asciutta come la montagna, disposta a tutto pur di sopravvivere.

Pericolosa è la storia di Maria Zef che è la metafora della rivalsa, pericolosa per tutti gli oppressori, per tutte quelle persone che sottovalutano la bontà, che scherzano con l’apparente rassegnazione degli “ultimi”, i quali, tuttavia, dimostrano di essere muniti di un’arma molto più potente: il coraggio.

Elisa

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