Recensione “Quasi in lieto giardino. Civiltà dei luoghi letterari” a cura di Pepi Merisio e Marco Lodoli

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.

Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.

Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.

Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

 

Inizio questa recensione così, con un omaggio alla poesia di Umberto Saba, Città vecchia. Si tratta di un testo emblematico; i suoi versi descrivono sì la città vecchia di Trieste, in tutte le sue contraddizioni ed immagini impoetiche (sono vicoletti oscuri, popolati da personaggi ai limiti della società, come le prostitute, i marinai o i vecchi bestemmiatori), eppure il poeta non si sente ostile al suo paese: la folla descritta è simbolo di una bellezza superiore, perché ogni singolo elemento partecipa all’originalità e all’unicità di quel luogo. Il legame viscerale con l’ambiente è vivificato da un fortissimo sentimento di partecipazione alla vita degli abitanti, per quanto essa sia riprovevole. Eppure… quello è il suo luogo, quelle sono le strade in cui si confonde e di cui, al tempo stesso non confonde nulla, anzi, ritrae con precisione acuta.

La citazione non è casuale. Mi sono permessa di proporla sulla scia dell’introduzione all’opera edita da ECRA “Quasi in lieto giardino. Civiltà dei luoghi letterari”, curata da Marco Lodoli, con le fotografie di Pepi Merisio. È la prima volta che introduco nel blog un libro fotografico e posso dire che sono davvero entusiasta di averlo tra le mani e di presentarvelo! Si tratta del 29° volume della collana “Italia della nostra gente” e si presenta come un’opera di elevato valore culturale sia sul versante fotografico sia su quello letterario. Le due dimensioni si fondono in un’unità inscindibile, si accolgono a vicenda e regalano al lettore – osservatore un punto di vista privilegiato, sul mondo e sulla letteratura.

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I luoghi ritratti nelle meravigliose immagini a colori e in bianco e nero sono, appunto, luoghi letterari, ovvero paesaggi che hanno ispirato la poetica e la prosa della storia della letteratura, in prevalenza italiana, con apprezzabili aperture nei confronti di quella straniera. Il titolo  risuona come una lontana eco leopardiana, che suggerisce la condizione di serenità d’animo scaturita dall’osservazione del paesaggio circostante. La scelta degli autori e degli spezzoni delle loro opere, come spiegato dal curatore del testo, non nasce da una graduatoria o da una selezione altezzosa: non  c’è spazio per la competizione, ogni scrittore è testimone d’eccezione del suo tempo e del suo ambiente.

Chi meglio di loro può regalarci un punto di vista privilegiato, che indugia sui particolari e ce li restituisce ampliati, stupefacenti, bellissimi? Ecco che l’ascolto delle loro parole accompagna lo sguardo, che si posa sui luoghi più belli, magari sconosciuti, della nostra penisola. E non per farcela conoscere, come un depliant turistico, non si tratta di una presentazione truffaldina volta ad invogliare il viaggiatore incuriosito. Questi paesaggi, rispondendo all’idea dell’antiviaggiatore offerta da Lodoli, suggeriscono, quasi in punta di piedi, a bassa voce (come si può fare solo con le cose belle) la necessità di ricordare le nostre origini, di riaffermare – in quanto valore perso nella contemporaneità – l’idea di appartenenza ad un luogo, lontano dagli stereotipi di un mondo confusionario, in cui ognuno cerca di scappare dalla propria terra, rinnegandola e facendosi sopraffare dalla sete dell’Altro, del Lontano, del Nuovo. Quanto è bello sentirsi parte di un “qui”, quanto è prezioso essere consapevoli del rapporto che ci lega al nostro luogo, alla nostra casa, alle nostre strade, alle nostre piazze!

Altrove bisogna andare, altrove altrove. Eppure, in qualsiasi posto del mondo ci ritroviamo, davanti alle onde dei Caraibi, sulla Karakorum Highway, in cima a un grattacielo di Hong Kong, in un alberghetto tra le palme e la schiuma della Polinesia, dovremmo per forza dire: noi siamo qui. Qui è la catena di ferro o di fiori che ci tiene stretti. Qui è l’io e il suo sguardo breve che s’allarga attorno. Non possiamo mai dire: siamo là. Là è sempre dove noi non siamo, è la distanza, la riva oltre il ponte rotto, è la vita senza di noi. Noi viviamo sempre qui, qualsiasi sia questo “qui” non possiamo mai abbandonarlo. E allora, come insegnava Nietzsche, tanto vale provare a stringerlo al cuore in nome di quell’amor fati che è l’unica scelta possibile.

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“Quasi in lieto giardino” non è solo un’opera bellissima da leggere, da vedere, da gustare (con gli occhi e col cuore). È un monito a rallentare, a guardarci dentro e a Guardare intorno a noi, ma soprattutto, un richiamo al dovere della responsabilità. La responsabilità di ricordare i nostri luoghi dell’infanzia, quelli della giovinezza e della maturità, e di trasmetterli a chi verrà dopo di noi. È un invito ad innamorarsi del paesaggio, ancora e ancora, perché – citando il meraviglioso Benigni de “La tigre e la neve”- “Se non vi innamorate è tutto morto! Morto, tutto è… Vi dovete innamorare e diventa tutto vivo, si muove tutto!”. E l’amore vero ce lo raccontano proprio loro, i giganti della letteratura, che primi fra tutti si sono fermati a ricordare “quel ramo del lago di Como” oppure la città di Sirmione “più bella fra tutte le isole e penisole che Nettuno solleva sulle acque diverse dei laghi trasparenti o del mare immenso”, o ancora la “scontrosa grazia” di Trieste (“come un ragazzaccio aspro e vorace, con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore”), “la dolce aria che scioglie le zolle, e visita le chiese di campagna, ch’erbose hanno le soglie”,  “la lingua di terra che orla il mare, chiude la schiena arida dei monti; scavata da improvvisi fiumi; morsa dal sale come anello d’ancoraggio”, il tutto riunito nell’ immensità in cui “s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare”. Nulla viene tralasciato in questo vortice che ubriaca i sensi: si parte dalla letteratura classica con Virgilio e Catullo, passando per l’origine della letteratura italiana con Iacopone da Todi e San Francesco d’Assisi, aprendosi all’imprescindibilità della Divina Commedia di Dante, attraversando i secoli ed i testi di Tasso, Goldoni, Parini, Leopardi, Pascoli, Carducci, Verga, spingendosi fino alla letteratura novecentesca ed avanguardista. Insomma, una vera e propria “Civiltà dei luoghi”, perché

ogni luogo è un catalogo di invenzioni, speranze, desideri, di intelligenza e a volte anche di stupidità, di coraggio e di paura; ogni luogo è stato un fonte battesimale e un cimitero, è il compendio di tutta la nostra vana voglia di esistere. Lasciare una traccia, resistere: basta tenerlo negli occhi e sfogliarlo con interesse.

Regalate o fatevi regalare, se siete appassionati di letteratura, questo piccolo gioiello: il cuore e gli occhi ringrazieranno!

Ioanna

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Editore: ECRA

Pagine: 240

Prezzo: Euro 66,90 (potete trovarlo ora in promozione a Euro 12,75 su IBS clicca qui e su Amazon clicca qui )

Link al sito ECRA

 

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