La Trilogia impossibile, geniale, violenta: Agota Kristof e i suoi gemelli della città di K.

trilogia

Editore: Einaudi

Autore: Agota Kristof

Pagine: 379

Prezzo: € 13,00

Link al sito Einaudi

 

Claus scioglie il cordino con cui è legato il suo vecchio cappotto. Posa cinque quaderni sul tavolo. Peter li apre uno dopo l’altro:

-Sono veramente curioso di sapere cosa contengono questi quaderni. È una specie di diario?

Claus dice:

– No, sono delle menzogne.

– Delle menzogne?

– Sì, delle cose inventate. Delle storie che non sono vere, ma che potrebbero esserlo.

Se conoscete le mie recensioni lo sapete già: sono una che, quando ha letto qualcosa di Grande, non si trattiene. Proprio per nulla. Io ve lo dico, e suonerà pure come una provocazione: non siete veri lettori se non avete mai sentito parlare di Agota Kristof.

“Trilogia della città di K” è una di quelle letture che non ti spieghi, che ti entra dentro, e che trasmette immagini così vivide, palpabili e forti da lasciarti un segno, anzi, una ferita profondissima. Come una ferita, ogni volta parlarne per me sarà doloroso ed insieme difficile. Come un cattivo sogno che non riesci a dimenticare, come un incubo che hai l’impressione di aver vissuto in prima persona. Uno di quei libri che fanno parlare, ma di cui non si potrà mai dire abbastanza. Elisa mi aveva avvertita: è il libro impossibile da recensire. Perché potrei parlarne per ore, ma quando si è di fronte a una maestria del genere nella scrittura, sarebbe meglio tacere, come si fa solo davanti alle grandi opere d’arte, senza presunzioni. Alla Trilogia bisogna abbandonarsi, e alla fine rassegnarsi a raccogliere quello che ci rimane, come i cocci aguzzi di una bottiglia scagliata violentemente contro un muro. Se per Kafka “il libro deve essere un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi”, per me stavolta la lettura non è mai stata così assordante, fastidiosa e oscena.

agota articolo
Agota Kristof (1935 – 1935), scrittrice ungherese naturalizzata svizzera. “Trilogia della città di K.” è il suo capolavoro.

Raccontarvi questo libro (senza troppe anticipazioni e senza troppi indizi nella trama – oltretutto intricatissima) è per me assai difficile, perché mi riporta alle sensazioni vissute durante la lettura, una lettura che, non ve lo nego, più volte ha incontrato ostacoli emotivi. Raramente un testo mi ha fatto così male, ma male fisico, un male che ha qualcosa di ancestrale e di antico, che non riguarda l’individuo, bensì la collettività. Il male del singolo è al contempo il male dell’umanità: ecco il primo grande dualismo che anticipa la serie di contraddizioni e di binarismi di cui vi parlerò più avanti. La Kristof offre un romanzo complicatissimo, bellissimo, crudele, senza mezzi termini, paradossale. In poche parole unico e geniale. Piccola parentesi editoriale, imprescindibile se vogliamo davvero contestualizzare la trilogia: essa si compone di tre parti, Il grande quaderno (1986), La prova (1988) e La terza menzogna (1991). Il romanzo – a grandi linee  – è incentrato sulla vita di due gemelli, Lucas e Claus/Klaus, che vivono nel contesto della Seconda Guerra mondiale. I due fratelli, nella prima parte, sono affidati ad una nonna: la loro madre è disperata e non sa più come sfamarli. Non si menzionano luoghi precisi, non c’è la certezza di nulla. Neanche la città – presumibilmente una città dell’est – è nominata esplicitamente, quella “K.” così neutrale ed indifferente, diventa un luogo non luogo, un luogo di tutti e di nessuno al tempo stesso. Non è forse la guerra a far perdere la certezza di cosa sia davvero l’essere umano? Di cosa sia stato in grado di fare e di cosa potrebbe fare in futuro? Chi sono davvero Lucas e Claus, Claus e Lucas, due nomi che costituscono uno l’anagramma dell’altro, così interscambiabili, così unici nella loro dualità?

L’inizio è folgorante come una saetta divina:

Arriviamo dalla Grande Città. Abbiamo viaggiato tutta la notte. Nostra Madre ha gli occhi arrossati. Porta una grossa scatola di cartone, e noi due una piccola valigia a testa con i nostri vestiti, più il grosso dizionario di nostro Padre, che ci passiamo quando abbiamo le braccia stanche. Camminiamo a lungo. La casa di Nonna è lontana dalla stazione, dall’altro capo della Piccola Città. Qui non ci sono tram, né autobus, né macchine. Circolano solo alcuni camion militari. I passanti sono pochi, la città è silenziosa. Si può udire il rumore dei nostri passi; camminiamo senza parlare, nostra madre tra noi due. Davanti alla porta del giardino di Nonna nostra Madre dice:

Aspettatemi qui.

La storia inizia con un elemento inquietante: il silenzio. Un silenzio che vi accompagnerà per tutta le lettura de “Il grande quaderno”. In questa prima parte si conoscono i due protagonisti, che fanno, per la prima volta nella loro vita, la conoscenza di una nonna immune da ogni canone, che assume le connotazioni di una vecchia strega, un personaggio dalle sembianze diaboliche e malate, il cattivo di una fiaba noir priva di lieto fine.

La chiamiamo Nonna.

La gente la chiama la Strega.

Lei ci chiama figli di cagna.

(…) Nonna non si lava mai. Si asciuga la bocca con un lembo del fazzoletto quando ha mangiato o quando ha bevuto. Non porta mutande. Quando ha bisogno di orinare, si ferma lì dove si trova, allarga le gambe e piscia per terra sotto la gonna. Naturalmente non la fa in casa.

Nonna non si spoglia mai. Abbiamo guardato in camera sua la sera. Si toglie una gonna, sotto c’è un’altra gonna. Si toglie la camicia, e sotto ne ha un’altra. Si corica così. Il fazzoletto non se lo toglie.

Nonna parla poco. Salvo la sera. La sera prende una bottigia da un ripiano, beve a canna. Ben presto si mette a parlare una lingua che noi non conosciamo. Non è la lingua che parlano i militari stranieri, è una lingua completamente diversa.

In questa lingua sconosciuta Nonna si fa delle domande e si risponde.

Durante la loro permanenza dalla nonna, i due protagonisti entrano in contatto con la realtà che li circonda: un mondo che porta i segni della sporcizia fisica del loro corpo, che insozza le loro esistenze in modo glaciale, innaturale, con una violenza sudicia, rancida. Tutti i personaggi da loro incontrati presentano deformità fisiche e mentali, e questa caratteristica rende le pagine insopportabili, oscene, incredibili: è il caso di “Labbro – leporino”, la loro inquietante e folle vicina di casa, è il caso del curato del paese e della fantesca, entrambi annebbiati da perversioni sessuali al limite della sopportazione. E mi fermo qui. Questa prima parte della trilogia, a mio parere, è una delle cose più potenti che io abbia mai letto. Le tematiche affrontate – più che affrontate però direi scagliate in faccia al lettore – sono vastissime ed intricate. La scrittura della Kristof è faticosissima e rarefatta, più volte mi sono chiesta, durante la lettura, “ma l’ha scritto davvero? Lo sto leggendo sul serio?”. Questo perché, nel raccontare le vicende dei gemelli, non esiste empatia col lettore. Tutto il male, tutta la crudeltà, la perversione, il ribrezzo che scaturiscono da una visione onnisciente ed oggettiva della realtà che lei racconta, incontrano un blocco, un muro, che paradossalmente è quello delle sue parole. La pacatezza della scrittura, lo stile secco, ispido e affilato, quel calibrare le parole al millimetro, quella precisione militare, si scontrano inevitabilmente con l’inspiegabile crudeltà dell’uomo, raccontata nei dettagli più impensabili. C’è una bellissima intervista che la Kristof rilasciò a Michele De Mieri per l’Unità. Ad un certo punto, alla scrittrice viene fatta una domanda precisa, ovvero come abbia raggiunto questo stile essenziale, potentissimo. E lei risponde:

 All’inizio non era per niente così. Anche quando scrivevo in ungherese ero melliflua, romantica, troppo letteraria. Le mie prime cose in francese, quelle per il teatro, erano scritte in una lingua normale, quotidiana. Solo quando ho cominciato a scrivere i capitoli della prima parte della Trilogia ho cercato fortemente un nuovo linguaggio: dovevo rendere lo stile di un libro scritto da dei bambini (i due gemelli n.d.r.), anche se un po’ speciali, molto intelligenti e autodidatti, che amano i dizionari com’eravamo io e mio fratello. Per la verità chi mi ha messo definitivamente sulla buona strada è stato mio figlio quando aveva dieci, dodici anni, io l’osservavo molto scrivere, studiavo il modo e il contenuto, e cercavo di apprendere quello stile, quel punto di vista. Il mio stile è figlio di mio figlio.

Come chiarisce l’autrice nella stessa intervista, i due gemelli corrispondono alla descrizione di se stessa e di suo fratello, ed il romanzo nasce dall’intento di raccontare la loro infanzia durante la guerra con un racconto costituito da piccole scene, ognuna delle quali presentata con un titolo. Tuttavia, ad un certo punto, l’autrice decise di abbandonare l’autobiografia e di abbandonarsi all’immaginazione. I due protagonisti – le cui voci si fondono in un unicum indivisibile –  conservano l’intelligenza, l’ acutezza e la curiosità dei due veri fratelli, e diventano nella storia un simbolo senza nome, rappresentano l’infanzia senza infanzia, il dolore senza grida, l’ingenuità macchiata dalla violenza. Non a caso, durante la loro permanenza dalla Nonna, i due mettono in atto strani esercizi, impensabili per dei bambini, esercizi che hanno come fine l’annullamento di ogni bisogno, l’annichilimento di ogni sensazione, la morte dei loro sensi: si esercitano a digiunare per non aver più fame, a chiudere gli occhi e a tappare le orecchie per non vedere e non sentire nulla, a farsi del male per non avvertire più dolore. Il lettore, di fronte ad uno scenario desolante e squallido, non può far altro che sentirsi impotente e totalmente affascinato dalla storia. È proprio dalla violenza e dal racconto omicida che scaturisce il fascino inenarrabile di quest’opera. La Kristof ammette che l’unico modo per entrare in contatto con il mondo è il dolore, come sola opportunità per comprendere l’altro.

Il primo libro si conclude con l’allontanamento reciproco dei gemelli, a cui segue la seconda parte, “La prova”, in cui lo stile cambia completamente. L’oggettività della scrittura viene conservata fino all’ultima pagina, tuttavia i capitoli si fanno più corposi, la scrittura si scioglie e perde la rigidità con cui ci si scontra all’inizio. Al tempo stesso diluisce, a poco a poco, la chiarezza narrativa. Lo stile conosce un cambiamento progressivo, che perde la forma fatta di carne e sangue del primo libro, per assumere contorni sfumati, come se fosse un’ombra, la cui identità improvvisamente perde sostanza e colore. In questa seconda parte il racconto procede concentrandosi sulla vita di uno dei due gemelli, Lucas, ritenuto un folle perché nessuno crede alla presenza di suo fratello (lui stesso, ad un certo punto, finirà col credere che tutto sia falso). La vicenda si sviluppa intorno all’incontro con una ragazza, Yasmine, e suo figlio, Mathias. L’ultima parte, “La terza menzogna” è raccontata invece dal punto di vista di Claus, con una scrittura in prima persona. Ma qual è la storia vera di Lucas e Claus? Il lettore, al termine di questo libro, non troverà nulla di chiaro. Anzi. Procedendo nella storia tutto diventa più confuso, contorto, alienante, sviante: chi legge ha l’idea di aver perso la percezione di cosa è vero e cosa è falso, cosa è la realtà e cosa l’illusione.

Trilogia della città di K è un capolavoro di scrittura e di psicologia, basti citare l’immensa schiera di temi affrontati durante l’opera: il tema del doppio (sanità/malattia, normalità/pazzia, presenza/assenza, vita/morte), dell’identità sessuale (che spesso e volentieri si lascia annegare nel torbido e nel depravato), della miseria umana e della guerra che denuda l’uomo e lo rende capace di atrocità, il tema dell’amore (che si traduce in una costante mancanza o in rapporti malati, viziosi e contro natura), la tematica legata al culto della scrittura (che diventa appiglio, sfogo, mezzo di salvezza e di perdizione), l’idea demistificata e desacralizzata della morte (simbolica la presenza di scheletri che vengono conservati gelosamente da uno dei due fratelli). Su tutto il romanzo aleggia poi, come il Fato in tanta letteratura classica, come una dea terribile dagli occhi bendati, la presenza inquietante della “cosa”, filo conduttore e al tempo stesso evento da cui tutto ha avuto origine:

Non ho ancora trovato la parola per qualificare ciò che ci è successo. Potrei dire dramma, tragedia, catastrofe, ma nella mia testa lo chiamo soltanto “la cosa” per la quale non c’è parola.

Col silenzio che questo capolavoro merita, non posso far altro che consigliarvi, con tutta la persuasione di cui sono capace, di leggere “Trilogia della città di K”. Non ve ne pentirete, non ve lo scorderete. Mai.

Ioanna

 

 

7 commenti Aggiungi il tuo

    1. Paper leaves ha detto:

      Infatti, se non lo leggi non immagini cosa ti perdi! Per me uno dei libri da leggere assolutamente nella vita, è diventato uno dei miei preferiti.

      Liked by 1 persona

      1. Letto molto tempo fa, indimenticabile!

        Liked by 1 persona

  1. Alessandra ha detto:

    E’ un’autrice che da tempo vorrei leggere. Interessante tutto quello che hai scritto.

    Liked by 1 persona

    1. Paper leaves ha detto:

      Ti ringrazio! Se leggi questo romanzo o altro della Kristof fammelo sapere, mi farebbe molto piacere discuterne. Buona lettura, Alessandra!

      Mi piace

  2. Rosa Parisi ha detto:

    Dopo il tuo commento sul mio blog sono corsa subito in libreria ad acquistare il romanzo. Ora lo inizio e poi ti farò sapere! Complimenti per la recensione! Rosa

    Liked by 1 persona

    1. Paper leaves ha detto:

      Grazie cara, sarà un libro che porterai sempre con te. Te lo assicuro!

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...