L’arte di turbare: GRANDE ERA ONIRICA di Marta Zura-Puntaroni

il

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Editore: Minimum Fax

Autore: Marta Zura-Puntaroni

Pagine: 180

Prezzo: 16 €

Link al sito Minimum Fax

L’arte deve tranquillizzare chi è turbato e turbare chi è tranquillo. O forse era la letteratura.

Questa è una delle prime frasi che mi ha colpita nel libro di Marta Zura-Puntaroni, Grande era onirica (che titolo stupendo, e che copertina!). È proprio il ruolo che ricopre questa storia, che non tranquillizza affatto chi non ha vissuto esperienze simili a quelle di Marta, ma va anche oltre: non tranquillizza neanche chi di quelle dinamiche ne ha fatto esperienza, perché questo romanzo è poco educato e molto sincero. In queste pagine viene narrato uno spaccato della vita dalla protagonista, la storia non esiste se non nei termini dell’evoluzione della psicologia di Marta, non succede nulla di concreto: non è la storia di un amore che si concretizza, non è la storia di un percorso psicoanalitico portato a compimento, non è il raggiungimento definitivo di uno scopo. È una disturbante e bella evoluzione, un insieme di pensieri a metà strada tra forma diaristica e romanzo di formazione.

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Se c’è una cosa che so, è che il passato si armonizza. La vita ripete inesorabile gli stessi errori, i luoghi attirano su di loro gli stessi eventi: non c’è possibilità di scampo, di uscita.

Marta racconta del suo continuo passaggio da un’era onirica all’altra: quelle degli psicofarmaci, delle sigarette, degli uomini e dell’amore. Ciò che la contraddistingue è la grande indulgenza che mostra nei confronti di personaggi, quasi tutti maschili, che le fanno del male e la pochissima indulgenza che mostra nei suoi confronti: lei ha una personalità estremamente autocritica e riflessiva, si interroga molto e ma è anche consapevole di non poter sopportare di ascoltare quelle verità che confessa a se stessa; per questa ragione e per molte altre ricorre all’analisi.

Come mai ogni cambiamento mi segna in maniera così irreversibile, mi lascia così priva di energia, ha bisogno di anni per essere assorbito e accettato, perché tutto mi sembra irrecuperabile?

Marta è un bellissimo personaggio malinconico. Le manca sempre qualcosa, è nostalgica, alla ricerca di un ritorno su rive sicure che però non ha mai visitato. Si è sempre sentita inadeguata, soprattutto nei confronti del maschile che qui viene indagato attraverso la descrizione di alcuni tipi caratteristici e nelle sue diverse manifestazioni, ma non attraverso delle specificità: lei lascia tutti i personaggi appartenenti all’altro sesso senza nome, li nomina attraverso i momenti (il Primo) emozioni, ruoli (il Padre) e in questo modo chiunque può rintracciare qualcuno che ha incontrato nella propria vita e iniziare questa ispezione delle psicologie insieme a lei.

Gli uomini di cui mi innamoro, nel momento in cui me ne innamoro, sembrano perfetti: è la mia incapacità di vedere oltre il presente, è – se posso giustificarmi – la mia malattia. Lo Junghiano mi diceva sempre: tu riversi tutto nel momento che stai vivendo, credi non ci sia altro, che tutto finisca.

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Il femminile invece, tranne che per la protagonista e per l’ Hippy, la sua psicoterapeuta, è personaggio accessorio, che si determina solo nel tentativo di farsi accettare dall’uomo. Questo processo Marta lo mette continuamente in atto: lei gioca alla caccia al tesoro, cerca in tutti i modi i nascondigli in cui potrebbe essere stato infilato l’amore degli uomini della sua vita (il padre, il nonno, i suoi amanti), cerca la loro accettazione che però questi o non possono darle. Inoltre, o gli stessi non sanno come fare ad amarla o lei non comprende il loro modo di sentire. Marta sembra quasi spaventata dall’idea che hanno gli uomini delle donne, o forse, più in generale, da una società in cui ancora ci sono disparità di genere, legate soprattutto all’apparenza.

Mi dice: voi donne, e mi sale il sangue al cervello. Voi donne fate sempre così, voi donne siete competitive, voi donne. Mi sale il sangue al cervello: non ho mai voluto essere una donna e non ho mai voluto stare con gli altri: ecco, adesso la persona più importante mi mette in questo gruppo grande la metà della popolazione umana, mi mette con tutte le altre donne a fare cose da donne, a essere donne, a mestruare partorire fare le isteriche fare le gelose – non fare la femmina, mi dico spesso, non fare la femmina, mi ripeto: tutta questa fatica soltanto per stare qui, nel gruppo di tutte le sue donne.

Le donne sono le rivali della protagonista e da questo punto di vista nasce un’altra disfunzionalità dei rapporti. Tutto questo perché Marta è coraggiosa, anche se non sembra: lo è perché prima di tutto lei è alla ricerca di se stessa e tutte le manovre che compie nelle relazioni umane, che si rivelano scomode anche se lei cambia continuamente posizione, lo sono solo perché è lei la prima che muta, si evolve, si scopre e sta lottando per conoscersi. Tra farmaci, psicoterapeuti, narrazioni di sogni, amori sbagliati, ci troviamo all’interno di una storia conturbante, che parla di paure, di depressione e non è mai stucchevole, mai banale, che in un modo o in un altro ci siamo trovati a vivere anche noi.

 Chi è che non ha mai guardato un guardrail con desiderio? Chi non si è allontanato da un treno in transito per paura della forza che lo chiamava – avvicinati, avvicinati? Chi non ha mai contratto i polpacci, poggiato, il corpo contro una balaustra, guardato di sotto, spostato appena il baricentro, appena un po’, qual tanto che bastava per poter ancora tornare indietro, al sicuro?

Questo è l’esordio di Marta Zura-Puntaroni, un gran bell’esordio, uno di quei libri che quando li finisci ti continuano a mandare la loro eco e lo fanno in modo acuto e prolungato. Ho riconosciuto una parte di me nella protagonista ed è per questo che sto ancora vivendo la grande era onirica di questo libro!

Elisa

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. loshame ha detto:

    Ottimo lavoro 👍👍

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    1. Paper leaves ha detto:

      Grazie! 😊

      Liked by 1 persona

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