“Forse è chiaro perché uno scrittore debba interessarsi al continuo, prepotente, criminale, sporco delitto che è la guerra”. Hemingway ed il suo ADDIO ALLE ARMI

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libro addio

Editore: Mondadori

Autore: Ernest Hemingway

Pagine: 350

Prezzo: 14,00 €

Link al sito Mondadori

“Il titolo del libro è Addio alle armi e eccettuati tre anni da quando è stato scritto c’è stata quasi continuamente una guerra di qualche genere. C’era qualcuno che diceva sempre, perché questo tale è così preoccupato e ossessionato dalla guerra, e ora dal 1933 forse è chiaro perché uno scrittore debba interessarsi al continuo, prepotente, criminale sporco delitto che è la guerra.”

Ernest Hemingway presenta così il suo romanzo, il 30 giugno 1948, in una breve prefazione in cui racconta le circostanze, il luogo ed il tempo in cui si è originata una delle opere più famose del Novecento, un vero e proprio caposaldo della letteratura americana. Parlare di Hemingway, parlare di Addio alle armi, significa innanzitutto focalizzare l’attenzione su una letteratura che si nutre di storia, e che la racconta dal punto di vista di chi la conobbe da vicino. Parlare dell’autore e dell’opera comporta uno sforzo di ricostruzione biografica: mai come in questo caso è necessario leggere il romanzo alla luce dell’esperienza e delle vicende vissute in prima persona dallo scrittore.

Andiamo con ordine. Addio alle armi viene pubblicato nel 1929, ed immediatamente diventa un bestseller negli Stati Uniti, battendo il successo di un’altra opera dell’epoca, Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque. Il protagonista è un giovane americano, l’ufficiale Frederich Henry, che combatte al fianco degli italiani durante la Prima Guerra Mondiale. Il romanzo racconta al lettore una realtà drammatica, che mescola la tragicità della vita in guerra con i dolori dei rapporti umani: disperazione, crudeltà, amore, nascita, morte, attesa, delusione si mescolano tutti insieme, trasmettendo l’immagine di una realtà che non nasconde nulla, che ha mille risvolti, che regala tanto, che priva di tutto.

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Hemingway, in una fotografia che lo ritrae in divisa.

“Il fatto che il libro fosse tragico non mi rendeva infelice perché ero convinto che la vita è una tragedia e sapevo che può avere soltanto una fine. Ma accorgersi che si era capaci di inventarsi qualcosa; di creare con abbastanza verità da essere contenti di leggere ciò che si era creato; e di farlo ogni giorno che si lavorava era qualcosa che procurava una gioia maggiore di quante ne avessi mai conosciute. Oltre a questo nulla importava”.

Nella parte iniziale del romanzo il protagonista conosce, tramite l’amico Rinaldi, un’infermiera, Catherine Barkley. Dal giorno in cui si incontrano i due intrecciano una relazione, che diventa col passare del tempo sempre più significativa per entrambi. Durante un combattimento Frederic si ferisce gravemente ad una gamba e per questo motivo viene trasferito a Milano per essere curato in un’ospedale americano. Nello stesso ospedale ritrova Catherine, ed è in questa occasione che il loro rapporto diventa profondo, al punto tale che, dopo qualche mese, la ragazza rimane incinta. In questo periodo la situazione del fronte italiano precipita clamorosamente: è il momento della disastrosa disfatta di Caporetto (1917). Frederic riesce a salvarsi dalla guerra fuggendo, e dopo poco tempo sfugge anche all’interrogatorio della polizia (e alla relativa fucilazione dei disertori) gettandosi nel fiume Tagliamento. A Stresa trova Catherine, e con lei decide di affrontare un viaggio fino in Svizzera, dato che in Italia è ricercato dalle autorità che intendono arrestarlo. Di lì a poco la storia volge al suo tristissimo finale, che riconduce il protagonista alla solitudine, senza più speranze per il futuro.

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Leggere questo romanzo comporta abbandonarsi ad un lettura paziente, che non mette fretta al lettore, anzi. Offre a lui una panoramica dettagliata, che passa dal macroscopico (le vicende storiche, la guerra combattuta sui due fronti) al miscoscopico (l’amore tra il protagonista e l’infermiera). Destino storico e destino personale sono inscindibili tra di loro.

Hemingway è testimone della storia e di una realtà che fin da subito ha voluto vedere con i propri occhi: nel 1918 si arruolò come autista di ambulanze della Croce Rossa e combattè sul fronte italiano, nel 1937 si recò in Spagna come corrispondente di guerra, nel 1941 viaggiò in estremo Oriente come corrispondente della guerra cino-giapponese, nel 1944 assistette allo sbarco in Normandia e partecipò al secondo conflitto mondiale.

Sono gli anni della poesia di Ezra Pound, gli anni dell’Ulisse di James Joice, de Il grande Gatsby di Fitzgerald, de Gli Indifferenti di Moravia, de L’uomo senza qualità di Musil. Gli anni in cui Picasso dipinse una delle opere più memorabili, convulse, strazianti del Novecento: Guernica.

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Hemingway racconta mostrando. Mostra la realtà da lui vissuta, un rischio che causò numerose polemiche all’epoca dell’uscita del romanzo. A partire dall’immagine  negativa, ridicola, dell’esercito italiano e dalla visione politica dello scrittore:

L’esercito austriaco era stato creato per regalare vittorie a Napoleone; a qualunque Napoleone. Avrei voluto che avessimo un Napoleone, ma invece avevamo Il Generale Cadorna, grasso e prosperoso, e Vittorio Emanuele, l’ometto dal lungo collo sottile.

Ricordiamo che fu lo stesso Hemingway ad accanirsi contro Mussolini in un noto articolo apparso nel 1923 sul “Daily Star” di Toronto:

Studiate il suo genio nel rivestire piccole idee con paroloni. Studiate la sua predilezione per il duello. Gli uomini veramente coraggiosi non hanno bisogno di battersi a duello, mentre molti vigliacchi duellano in continuazione per farsi credere coraggiosi.

Per quanto riguarda i personaggi di Addio alle armi non vi sono dubbi sull’identificazione Hemingway – Frederic: un uomo che affronta la guerra con rassegnazione, consapevole della sua inutilità e del suo orrore. Indimenticabili le pagine in cui lo scrittore parla del momento successivo allo scoppio della bombarda che ferisce gravemente il protagonista: le immagini sono lì di fronte ai nostri occhi, i soldati non sono fantasmi ma uomini fatti di carne ed ossa, di carne sanguinante, lacerata, di corpi straziati, di membra ormai irriconoscibili. La guerra è raccontata con ironia, con aggressivo stupore. La descrizione dei feriti dopo i combattimenti restituisce prosasticamente il senso di quella bellissima e tristissima Veglia, raccontata da Giuseppe Ungaretti. Il soldato diventa un simbolo della storia. Nel suo corpo irriconoscibile, nel rosso del sangue che bagna il pavimento degli ospedali di campo, nei suoi occhi rivolti al nulla è possibile una sola domanda: perché?

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Eppure. Eppure in questo delirio dell’umanità nasce una storia d’amore. Frederic si innamora di Catherine: da quel momento in poi sarà l’amore a tenerlo in vita, a seguirlo durante i suoi pellegrinaggi, le sue avventure. L’amore come miraggio, come meta, come musa, come destino. Catherine è il simbolo della donna ideale per lo scrittore: una donna tenera, amorevole, ma allo stesso tempo forte, appassionata, coraggiosa, desiderosa di fare l’amore con l’uomo che ama. Mentre il mondo vive nell’assurdità. Mentre intorno a loro tutto sembra morire senza una ragione. L’amore diventa quasi un’esperienza mistica, religiosa. Lo scrive Hemingway, quando racconta uno degli incontri tra il protagonista ed il cappellano (ispirato ad una figura reale, il prete Giuseppe Bianchi che lo scrittore conobbe nel 1918 a Fossalta):

“Mi sono sempre aspettato di diventare devoto. Tutta la mia famiglia è morta molto devota.Ma chissà come non è successo.”

“È troppo presto.”

“Forse è troppo tardi. Forse sono sopravvissuto al mio sentimento religioso.”

“Il mio viene soltanto al buio.”

“Ma poi lei è innamorato. Non dimentichi che è un sentimento religioso”.

La scrittura è un altro strumento che l’autore modella sapientemente. Lo stile è apparentemente semplice, con un periodare che predilige coordinate e principali, con una punteggiatura che vivifica la letteratura lasciandola libera di espandersi e di diventare, a volte, quasi minimale. Il ritmo non è costante: parte in medias res, rallenta, si dilata, per poi diventare a volte quasi frenetico, impetuoso.

Tutti dovrebbero leggere un capolavoro come Addio alle armi. Perché la storia non è fatta di eventi unici. Perché le storie, in fondo sono tutte uguali. Perché noi, come esseri umani, abbiamo una grande forza e un’enorme debolezza: l’amore.

“È persuasione ponderata dello scrittore di questo libro che le guerre sono combattute dalla più bella gente che c’è, o diciamo pure soltanto dalla gente, per quanto, più ci si avvicina a dove si combatte e tanto più bella è la gente che si incontra; ma sono fatte, provocate e iniziate da precise rivalità economiche e da maiali che sorgono a profittarne”.

Così scriveva uno degli scrittori più importanti del Novecento. E questo Signor libro è il suo testamento.

Ioanna

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Alessandra ha detto:

    Ho in programma di leggere anche questo, del grande Hemingway. Analisi ben curata e interessante, mi è piaciuto tanto anche il riferimento alla poesia ungarettiana. Complimenti!

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    1. Paper leaves ha detto:

      Ti ringrazio cara! Verso metà libro la mia lettura ha subito un po’ di rallentamenti, per via del ritmo della scrittura, ma sono felice di averla ultimata (con le lacrime agli occhi, perché il finale è devastante) e la consiglio a chiunque. Hemingway è uno di quegli scrittori che non si può non conoscere. La descrizione della vita dei soldati è allucinante, restituita al lettore in modo reale, osceno, vivo. Il paragone con la poesia di Ungaretti mi è saltato in testa proprio durante la lettura di alcune scene, ho trovato tanta affinità nella resa letteraria di quella realtà inimmaginabile che è stata ed è la guerra.

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      1. Alessandra ha detto:

        Io ho pianto anche leggendo “Per chi suona la campana”. Allora preparo di nuovo la scorta di fazzoletti… 😉

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