“Fatemi amare ancora, poiché la vita, senza amore è morte”. L’UOMO SOLITARIO di Grazia Deledda

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Editore: Ecra

Autore: Grazia Deledda

Pagine: 208

Prezzo: 11,00 €

Link al sito Ecra

Nascere donna nel 1871 non doveva essere particolarmente semplice, ancor meno se la tua era una famiglia che viveva solo momentanei attimi di felicità alternati a profondi disagi e lutti. A Nuoro, nel 1871 nacque Grazia Deledda, proprio in una famiglia così, che la temprò al dolore e alla sopravvivenza. Figlia di un imprenditore e agiato possidente, compositore e fondatore di una tipografia, fu mandata a scuola fino in quarta elementare per essere poi seguita privatamente da un precettore e proseguire la sua formazione completamente da autodidatta, almeno fino al momento in cui la famiglia non iniziò ad essere colpita da continue disgrazie: il più grande dei figli maschi della famiglia Deledda era alcolista, il più piccolo fu arrestato per furti; il padre di Grazia morì molto giovane e la famiglia si ritrovò sommersa dai debiti. Anche la sorella dell’autrice morì a pochi anni di distanza dal genitore.

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Grazia Deledda (Nuoro, 27 settembre 1871 – Roma, 15 agosto 1936)

Grazia iniziò a identificarsi completamente con la sua attività letteraria, che aveva visto la luce già nel 1888 e che in quegli anni si andava affermando in tutta Italia. Nel 1900 si trasferì a Roma e sposò Palmiro Modesani, dal quale ebbe due figli; la sua vita, da questo momento, iniziava ad essere meno travagliata, più stabile. Le forme letterarie fino ad allora sperimentate, novelle e racconti, non le furono più sufficienti e si cimentò nella stesura di romanzi. Nel 1921, cinque anni prima di vincere il premio Nobel per la letteratura, Grazia scrisse Il segreto dell’uomo solitario, che oggi possiamo leggere nell’edizione curata dalla casa editrice Ecra.

Il romanzo racconta la storia di Cristiano che, a causa del suo segreto, decide di vivere isolato dal mondo in una piccola casa circondata solo dalle terre, dove arriva il rumore del mare e dove passa, sporadicamente, Ghiana, la contadina che gli porta da mangiare e che nutre un sentimento per lui. La solitudine viene interrotta dalla costruzione di una casa nelle vicinanza della sua. Il fatto turba particolarmente il protagonista, ancor più dopo l’arrivo dei suoi vicini: una giovane donna, Sara, suo marito, vecchio e gravemente malato, e la loro serva. Inevitabilmente la curiosità lo spinge ad osservare la vita di quella casa. Con loro, per una serie di circostanze, Cristiano inizierà ad avere rapporti e il suo mondo protetto verrà stravolto dalla crescente vicinanza con Sarina.

Non era amore, né desiderio; ma qualche cosa di più profondo: un senso di tenerezza, di protezione, verso la creatura sola in combattimento col mostro della follia e della morte.

Grazia Deledda è stata spesso associata, per il suo stile narrativo, agli scrittori veristi ma da questi moltissime cose la distolgono e in particolare – come è stato sottolineato da molti critici – la natura autobiografica della sua ispirazione. La stessa autrice dichiarerà di sentirsi parte del verismo solo se questo viene inteso come la volontà di descrivere gli uomini per come sono, o meglio per come lei li ha conosciuti. Proprio questa dinamica è presente nel romanzo: se da un lato troviamo descrizioni precise e puntuali di ambienti e circostanze, non manca mai una precisa descrizione dei sentimenti e delle emozioni dei personaggi, i quali mutano entrando in contatto, mettono al bando le loro certezze confrontandosi, rivedono le loro posizioni influenzandosi.

Se in un primo momento molte delle circostanze e dei pensieri di Cristiano ricordano il Leopardi dell’Infinito o quello che, riflettendo sulla solitudine afferma che: “la solitudine è come una lente di ingrandimento: se stai solo e stai bene stai benissimo, se stai solo e stai male stai malissimo”, più tardi, quando comprendiamo che questa è la storia di un incontro (e del conseguente cambiamento delle vite che entrano in contatto) più che di un segreto, allora la prospettiva cambia.

La Deledda si interroga sui rapporti umani, l’amore, il rimpianto, la nostalgia, la paura del giudizio. Ciò che non viene detto diventa ancor più grande di quel che realmente è, proprio perché tenuto nascosto, ma accettabile se, quando condiviso, viene analizzato e mostrato nella sua reale natura: gli errori della vita di tutti gli uomini, alcuni così difficili da metabolizzare che possono spingere l’individuo a infliggersi dolorosissime punizioni. Proprio questa volontà del protagonista di nascondere ciò che non vorrebbe aver compiuto sembra essere metaforicamente rappresentata dalla presenza del pozzo vicino casa, dove Cristiano deve andare a prendere l’acqua: questo luogo che lui non vorrebbe dover condividere con i suoi vicini sembra essere il rifugio dove lui ha cercato di affogare il non detto, il proprio passato e l’orrore da nascondere. A quel pozzo, però, si disseta anche Sara, l’unica alla quale lui riuscirà a confessare il suo segreto. Ma l’acqua sembra rivestire un ruolo marginalmente fondamentale in tutto il romanzo: siamo in un luogo non specificato a livello geografico, caratterizzato solo dall’essere solitario come le vite che lo abitano; questo luogo è vicino al mare, il quale spesso descrive gli statti d’animo e nei suoi mutamenti mette in evidenza i climax della narrazione. Il paesaggio è, inoltre, spesso battuto dalla tempesta e dal vento che sembrano essere metafora del cambiamento, dello stravolgimento di quelle certezze che Cristiano aveva lentamente costruito nella sua solitudine e alle quali Sarina si era arresa pur di tenere in vita suo marito. Tra quest’ultimo e Cristiano esistono delle analogie: entrambi soffrono di una malattia, che ha a che fare con l’umore e la psicologia, che porterà il primo alla morte fisica, il secondo alla morte spirituale ed entrambi a lasciare vedove le donne vittime del loro stesso male. I personaggi femminili invece sono diversi, si caratterizzano nella realtà e nei racconti di Cristiano in modi antitetici: ci sono quelle che abbandonano le circostanze che le fanno soffrire e quelle, come Sarina, che resistono, restano, pronte ad affrontare, non senza fatica, qualunque difficoltà.

La verità è che cerchiamo l’amore fuori di noi, mentre è solo dentro di noi, e dall’amore vogliamo solo la gioia mentre esso dà più spesso dolore che gioia.

L’incontro tra Cristiano e Sara porta al racconto delle loro vicende private, quelle che raramente gli uomini sono disposti a confessare, e si concretizzano in un sentimento che è sintomo di rinascita: l’amore e in generale la gioia, i sentimenti positivi che esorcizzano l’odio e il dolore, dice Sarina, vanno cercati prima di tutto in noi stessi, sono già dentro ogni uomo.

Fatemi amare ancora, poiché la vita, senza amore è morte. Non importa che io sia amato, o che sia amato e tradito: importa che io ami, che il mio dolore non sia più sterile e vuoto.

Il tempo della narrazione del romanzo è slegato dalla Storia, non sappiamo esattamente in quali circostanze ci troviamo (l’autrice ci lascia qualche indizio ma senza dargli mai particolare importanza) perché ciò che si rivela fondamentale è che il tempo è legato all’evoluzione della vita e della psicologia dei personaggi. Impossibile staccarsi dalle parole di Grazia Deledda, troppo importante per il lettore si rivela sapere cosa ne sarà dei protagonisti, se Cristiano riuscirà mai a perdonarsi. Non è importante sapere neanche quale sia il suo segreto, non è questo ciò che attira l’attenzione: ciò che è fondamentale è se lui espierà o meno la sua colpa, se poi una colpa esiste davvero, o se sono solo le circostanze della vita a rendere tutto complicato. È una ricerca del vero senso della vita, dove ci si può riconoscere proprio per la presenza del segreto: questo vuoto narrativo può essere riempito dalla personale esperienza di ognuno di noi e allora tutto assumerà un senso più profondo. Sara rimane uno dei personaggi più sensibili, comprensivi e psicologicamente meglio costruiti della nostra letteratura. Cristiano un uomo da accarezzare, compatire e comprendere. Grazia Deledda una scrittrice portentosa e questo un capolavoro da recuperare assolutamente.

Elisa

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