L’incendiaria: Shirley Jackson e i suoi paurosi romanzi

IMG_9544

San Francisco, 1916: nasce una futura maestra della letteratura gotica e horror americana, Shirley Jackson. Scrittrice e giornalista esordisce nel 1948 sulle colonne del The New Yorker e solo nove anni più tardi vedrà la luce il romanzo che la renderà particolarmente nota: L’incubo di Hill House. Se nella sua produzione rintracciamo i tratti caratteristici del romanzo gotico tradizionale, ascoltando più attentamente le voci che provengono dai testi ci rendiamo conto che forte è l’influenza di autori noti per la loro predilezione per la ghost story, come Henry James con il suo Giro di vite.

IMG_9542
Casa editrice: Adelphi; Pagine:182; Prezzo: 18€

La vita di Shirley è stata breve, morì nel 1965. Pochi anni prima di morire, nel 1962 dà alle stampe Abbiamo sempre vissuto nel castello, brevissimo e agghiacciante romanzo familiare nel quale, con toni sommessi, Mary Katherine, la giovane protagonista, ci racconta della grande casa dove vive reclusa con la bellissima sorella Costance e con lo zio Julian, invalido: qui sono in uno stato di idilliaca felicità. Non ci sarebbe nulla di strano nel loro amore per i piccoli riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, proprio nella sala da pranzo della loro casa. Quando nell’armonia di quest’ultima irrompe l’estraneo – il cugino Charles – si snoda, con piccoli tocchi strategici, una storia perturbante. Nelle sue prime edizioni italiane il romanzo fu dato alle stampe con il titolo significativo Così cara così innocente, che contribuiva a creare sin da subito nel lettore i dubbi su entrambe i personaggi femminili, dubbi che vengono ancor più insinuati dai loro stravaganti comportamenti, dalle loro macchinazioni e dalle loro psicosi. La vicenda inizia in medias res, tutto è già avvenuto ma nulla è stato risolto: ci ritroviamo in una storia claustrofobica e paranoica esattamente come sono gli ambienti e le protagoniste, una storia disturbante e pericolosa dove non c’è mai una reazione eccessiva da parte dei personaggi, anzi sembra di essere davanti alla messa in scena di una commedia; pur partendo da situazioni malvagie sembra che quella sorta di luogo ameno sia intoccabile dal male, dalla società, un mondo altro in cui ogni dolore potrebbe essere esorcizzato. Indubbiamente Mary Katherine è un personaggio particolarissimo e indimenticabile, sin dall’incipit:

Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott’anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l’Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.

La sua psicologia è tanto malvagia, ricorda quella delle streghe – anche il suo amore per i gatti contribuisce ad alimentare questa impressione – quanto infantile, a tratti sembra una bambina, verrebbe voglia di proteggerla, di giustificarla. Ma poi silenziosamente questa storia turba, si insinua nelle pieghe della vostra attenzione mantenendola sempre desta e sospettosa.

Silenziosa, è così la paura in grado di suscitare Shirley Jackson in voi. Niente strepiti, scene mostruose, scontate, splatter. Tutta la tensione è psicologica. Lo sa bene Stephen King che dedica L’incendiaria “A Shirley Jackson che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce”.

IMG_9541
Casa editrice:Adelphi; Pagine:233; Prezzo:12

Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola.

Questo è l’incipit di L’incubo di Hill House, uno dei più famosi e importanti racconti di fantasmi dello scorso secolo. Narra la vicenda di Eleanor Vance giovane, infelice e tormentata donna che viene assoldata dal sinistro professor Montague, aspirante cacciatore di fantasmi, per un soggiorno sperimentale a Hill House, insieme a Theodora e Luke Sanderson, ultimo erede dei proprietari di Hill House. Giunta a destinazione, Eleanor si trova davanti una casa spaventosa, dalle stranissime proporzioni e che sembra vivere di vita propria. La situazione emotiva dei protagonisti viene ulteriormente sconvolta dall’arrivo della moglie del professor Montague che raggiunge il gruppo, accompagnata dal suo collega Arthut. La donna, a differenza del marito che mantiene una certa razionalità di fondo, è pienamente convinta dell’esistenza dei fantasmi e pensa di essere una medium. Chi rimarrà maggiormente coinvolta sarà proprio la triste Eleanor.

Anche in Hill House notiamo un andamento quasi teatrale della vicenda, sembra di poter visualizzare completamente le varie scene, le stanze che di volta in volta sembrano prendere vita, ma soprattutto saranno i dialoghi che ricorderanno quella dinamica scenica: mai un momento di stasi e di indecisione nella loro creazione.

Interessante è la dinamica interno/esterno che sembra essere fortissima nella vicenda: una volta oltrepassati i cancelli della villa, un po’ come le colonne d’Ercole per Ulisse, non sembra esserci una via di ritorno. Il male è all’interno è dentro, non fuori: nella psicologia dei personaggi e negli ambienti chiusi, circoscritti, che diventano così l’elemento ricorrente nella narrazione dell’autrice insieme alle protagoniste femminili e alle psicologie nevrotiche. La causa di questo “difetto” della loro personalità è spesso imputabile ad una vita di insoddisfazioni, di privazioni imposte dalla società ma soprattutto dalle famiglie.

Le vicende possono essere interpretate come storie di ricerca di presenze soprannaturali ma anche come metafore di una ricerca tutta psicologica tenendo conto che i protagonisti di queste storie possono essere identificati, in base alla classificazione di Wayne C. Booth, come narratori inaffidabili, quei personaggi che agiscono in disaccordo con i principi dell’autore: sono disubbidienti, spaventosamente complicati, imprevedibili. Per provare paura leggendo una storia di Shirley Jackson dovete immedesimarvi completamente nei personaggi, dovete guardare le cose dalla loro prospettiva, seguendo la loro intimità, i loro turbamenti; non vi aspettate storie scontate, i brividi non arriveranno in maniera semplice se non terrete conto di tutte le dinamiche messe in moto con precisone orefice da questa straordinaria scrittrice: una vera incendiaria di questo genere di letteratura.

Elisa

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Alessandra ha detto:

    Presentazione bella e interessante di una scrittrice che da tempo mi attira e che mi piacerebbe leggere.

    Mi piace

  2. Paper leaves ha detto:

    Grazie!

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...