Ciò che brucia non si dimentica: LE BRACI di Sándor Márai

il

braci

Editore: Adelphi

Autore: Sándor Márai

Pagine: 181

Prezzo: 10,00 €

 

 

Si trascorre una vita intera preparandosi a qualcosa. Prima ci si sente offesi e si vuole vendetta. Poi si attende. Da molto tempo, ormai, attendeva. Non sapeva più a che punto il risentimento e la sete di vendetta si fossero trasformati in attesa. Nel corso del tempo tutto si conserva, però si scolorisce come quelle fotografie di un passato ormai lontano che venivano fissate su una lastra di metallo. La luce e il tempo sfumano i tratti più nitidi e spiccati, che poco a poco scompaiono dalla lastra. (…) Così sbiadiscono nel corso degli anni tutti i ricordi umani. Poi un bel giorno un raggio di luce piove da qualche parte, e allora ritroviamo d’improvviso un volto.

Come un uragano che spazza via tutto con violenza ed ineluttabilità, come fuoco che divora le ossa ed i pensieri è questo romanzo, “Le braci“, di Sándor Márai, apparso a Budapest nel 1942 e pubblicato da Adelphi nella sua traduzione italiana. Quando si legge un testo di una bellezza così sconfortante è difficile rimanere indifferenti: le sue parole ti entrano dentro, toccano delle corde invisibili che collegano sentimenti contrastanti, vibrano di verità, profumano di amore, disegnano stupore, uccidono la banalità. E costringono alla profondità, allo scavo, all’andare oltre tutto ciò che può sembrare importante. Più di una volta Màrai parla di essenzialità. Quell’essenziale che è alla base di tutto, che rappresenta l’unica possibilità di redenzione e di rinascita, quell’essenziale che muove la vita e che fa chiarezza nella confusione degli eventi. Quell’essenziale così invisibile agli occhi, che paradossalmente rappresenta la nostra unica ancora di salvezza.

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Sándor Márai (1900-1989), scrittore e giornalista ungherese naturalizzato statunitense.

Protagonisti di questa storia sono due amici di vecchia data, Henrik e Konrad, che dopo ben quarantun anni si incontrano in un castello per l’ultima volta, prima di morire. L’ambientazione ha qualcosa di oscuro, grottesco, la narrazione si apre su spazi polverosi ed inabitati, dal sapore medievale, arresi allo scorrere del tempo, placati dal succedersi di giorni, mesi, anni inconsistenti. Il luogo è sottoposto ad un processo di personificazione, diventa personaggio imbruttito dalla tirannia del tempo, ingrigito dagli avvenimenti e dal ciclo naturale e brutale di nascita e morte.

Il castello era un mondo a sé stante, come quei grandi e sfarzosi mausolei di pietra in cui languono le ossa di intere generazioni e si dissolvono le vesti funebri di seta grigia o panno nero di donne e uomini vissuti in altri tempi. Esso racchiudeva in sé il silenzio, come un recluso che vegeti esanime sulla paglia marcescente di un sotterraneo, con la barba lunga, vestito di stracci e coperto di muffe.

Tutto sembra rianimarsi nel momento in cui Henrik riceve dal suo amico una lettera in cui viene svelato il suo imminente arrivo.
Egli vive da solo, in compagnia di una donna straordinaria, la sua vecchia balia, Nini, che con i suoi novantun anni ha visto nascere, crescere ed invecchiare quest’uomo, di conseguenza è stata testimone silenziosa e discreta di una vita che ha conosciuto amore, amicizia, delusione, vendetta, indifferenza. Nini rappresenta un’immagine femminile rassicurante, protettiva, forte, così lontana dalle brutture del mondo, una creatura quasi angelica, a tratti disumana.

Sorrideva sempre. Il suo nome volava attraverso le stanze come se gli abitanti del castello si lanciassero un avvertimento. Dicevano: “Nini!”. Ed era come se dicessero: “è strano, al mondo esiste anche qualche altra cosa oltre all’egoismo e alla passione, oltre alla viltà. Nini…

Mancante, appannata, rievocata con rimpianto ed un velo di mistero è invece la donna che Henrik ha amato e sposato, Krisztina, morta molto tempo prima in circostanze altrettanto oscure e poco chiare. L’arrivo di Konrad dà al vecchio settantenne la libertà di ricordare il passato, il momento in cui nacque, in modo naturalissimo e spontaneo, la loro amicizia nel contesto del collegio militare. Il rapporto nasce e cresce con la consapevolezza della sua unicità e rarità, immune da tutto e tutti, baciato dalla sorte e dalla complicità.

La loro amicizia era seria e silenziosa come tutti i grandi sentimenti destinati a durare una vita intera. E come tutti i grandi sentimenti anche questo conteneva una certa dose di pudore e di senso di colpa. Non ci si può appropriare impunemente di una persona, sottraendola a tutti gli altri. Inoltre si resero conto, sin dal primo istante, che quell’incontro li avrebbe vincolati per tutta la vita.

La fragilità fisica di Konrad incontra la ferma salute di Henrik in un rapporto di crescente spessore e profondità. Il tempo nutre l’unione e li rende indivisibili nella loro diversità ed inclinazione. Fanciullezza, adolescenza e giovinezza trascorrono in apparente tranquillità, anche quando entra a far parte del connubio la figura di Krisztina. Eppure, nel leggere il racconto dell’amicizia, abbiamo la sensazione che qualcosa di più complesso, ci sfugga. Qualche indizio arriva dalla diversità di Konrad, dal suo essere lontano, per carattere, per animo, dal mondo dell’esercito, della virilità esibita dei ragazzi della sua età, del dovere della forza e dell’incorruttibilità. Il suo spirito esula dagli insegnamenti del collegio e si riduce ad un’educazione sofferta ma impeccabile. Non a caso il suo rifugio ideale è quello della musica, un ambito il cui linguaggio è sconosciuto ed incomprensibile a Henrik (a differenza di Krisztina), che invece rimane legato alle necessità materiali, vitali, gioiose ed incalzanti dell’esistenza.

Tu eri della razza di Chopin, eri cioè un essere pieno di riserbo e di orgoglio. Ma in fondo all’animo nascondevi un impulso spasmodico: il desiderio di essere diverso da quello che eri. È il tormento più crudele che il destino possa riservare a un uomo.

Ad un certo punto Konrad sparisce. Senza spiegazioni. Senza lasciare tracce di sé all’amico. Con la presunzione di annullarsi nel mondo e nella memoria. Da quel momento in poi inizierà per lui un lungo peregrinare per il mondo e per l’estremo Oriente, un viaggio che sembra ribaltare l’immagine del ragazzo, prima apparentemente tranquillo e fragile, poi irrequieto, turbato, tormentato. Un viaggio che solo in parte ha placato demoni nascosti, ma che di sicuro lo ha reso più saggio. Dirà infatti al suo amico, che al contrario non si è mai spostato dal suo castello e che immagina che i suoi ricordi siano sbiaditi:

Il mondo non significa niente. I fatti importanti non si dimenticano mai. Di questo mi sono reso conto solo più tardi, a mano a mano che mi avvicinavo alla vecchiaia. Ma i fatti marginali non esistono, li rimuoviamo come i sogni.

Cosa ha spinto i due ad allontanarsi da un giorno all’altro? Qual è la verità dietro ai gesti, alla crudeltà della fine di un’amicizia? Cosa si nasconde dietro ad un silenzio durato ben quarantuno anni e perchè questa necessità di vedersi quando ormai la vita è giunta al termine? La verità, sembra suggerire Márai, è che la verità è un’altra, arresa alla complessità e alla commovente fragilità dell’essere umano.

Quarantun anni sono un tempo molto lungo. Ci hai riflettuto bene, non è vero?… Ma poi sei tornato, perché non potevi fare diversamente. E io ti ho aspettato, perché nemmeno io potevo fare diversamente. E sapevamo entrambi che ci saremmo incontrati ancora una volta, e che poi sarebbe stata la fine. Della vita, e naturalmente di tutto ciò che ha dato un senso alle nostre vite e le ha mantenute in tensione fino a questo momento. Perché un segreto come quello che esiste tra me e te possiede una forza singolare.

Mente leggevo questo romanzo, mi è balzata in testa la parola “lacuna”. La storia dell’amicizia tra Henrick e Konrad, così come il loro dialogo – non – dialogo nel momento in cui si incontrano nel castello, è una storia fatta di mancanza, di vuoto. Da “lacus”, termine latino che significa lago e proprio come un lago è un rapporto tanto meraviglioso e spendente nelle giornate di sole, quanto oscuro, profondo e spaventoso nel buio di un temporale. Non si sa mai cosa possa nascondere al suo interno. La sottile e gentile increspatura delle onde della superficie a volte nasconde l’orrore ed il tradimento più spregevole. Lacunare, manchevole ed allo stesso tempo così feroce ed inimmaginabile, è la confessione silenziosa tra i due, nel momento in cui rievocano eventi, sottigliezze, passaggi che li hanno segnati per il resto della loro vita.
Dicevo non dialogo proprio perché a parlare è praticamente solo Henrik, la narrazione si riduce ad un soliloquio tremendo eppure pacato, soffocato dal vuoto degli anni, dalla polvere del castello, dalla consapevolezza che tutto è stato vano, tutto è stato tradito e non esiste modo per porre fine a questo universo di emozioni, se non con un un’ultima stretta di mano e con la morte.
Molti sono i riferimenti filosofici e letterari che incontriamo durante il racconto, penso al più riconoscibile “De amicitia” di Cicerone, palese in frasi che risuonano come monito all’amicizia vera ma che tradiscono la consapevolezza della difficoltà/impossibilità del rapporto:

A volte mi sembra quasi che essa rappresenti la relazione più intima che esiste nella vita… Forse per questo è talmente rara. E su cosa si fonda allora?

In un crescendo virtuoso ed intensissimo di tensione e di bruciante desiderio di verità, il lettore viene sospinto prima da un soffio, poi da un vento continuo ed impetuoso sulle ali di una narrazione condotta da un maestro della scrittura, esperto nel descrivere con autorità e giusta intuizione l’incontro tra due uomini che si sono voluti bene, e tanto, ma che sono rimasti invischiati nella prepotenza della vita, delle scelte e delle conseguenze. Un romanzo tutto da sottolineare e ricordare, da gustare nella pacatezza delle riflessioni, nella bellezza, scorrevolezza e maturità della scrittura, nella compostezza e nel fascino delle parole. Non sbaglio se dico che è diventato uno dei miei libri preferiti di sempre, meraviglioso e davvero unico nella sua intensità. Verso la fine del dialogo Henrik dirà a Konrad: “Alla fine ha importanza solo quello che rimane nel nostro cuore”. Nulla di più vero e di più straziante.

Ioanna

 

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. diariodiunalettrice ha detto:

    L’ho visto in libreria e la storia mi ha sempre affascinata, estremamente denso nelle sue 181 pagine.

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  2. Paper leaves ha detto:

    Leggilo e non te ne pentirai, per me uno dei romanzi più toccanti di sempre, di quelle scritture che si incontrano raramente.

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