Crescere sempre, trasformarsi, adattarsi: Vita e morte delle aragoste di Nicola H. Cosentino

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Autore: Nicola H. Cosentino

Editore: Voland

Pagine: 136

Prezzo: 15€

Link al sito Voland

Sembrerebbe semplice: Vita e morte delle aragoste è la storia dell’amicizia tra Antonio, voce narrante, e Vincenzo, personalità caleidoscopica e artistica, scrittore di mediocre successo, molto meno sensibile di quanto si possa immaginare, dallo strano soprannome-nome d’arte: Teapot. Non lo è, affatto. Questa è sia la storia di un’amicizia ma anche molto di più. Nicola H. Cosentino in questo suo secondo romanzo fa delle scelte molto precise, mature: se decide di analizzare un rapporto d’affetto, un legame profondo, questo, sin dalle prime pagine vive nella memoria. Articolata in modo particolare, la trama conosce continui viaggi a spasso nel tempo e nella memoria dell’io narrante. La storia di questa amicizia non è quindi narrata in modo lineare, ma quasi attraverso una serie di nitidi flashback funzionali a rimettere insieme il puzzle degli avvenimenti che portano alle conseguenze di quel rapporto che sin dalle prime pagine si comprendere essere destinato a mutare, a terminare. Il finale è anticipato ma questa scelta non si rivela deficitaria per la storia, anzi è una mossa molto intelligente che fa in modo che l’attenzione del lettore sia così indirizzata su aspetti molto più importanti e profondi: gli aneddoti e le caratterizzazioni dei personaggi sono gli utili espedienti per interrogarsi su aspetti più generali dei rapporti e dell’uomo. Tutto ciò è reso ancor più straordinario dal fatto che la storia riesce comunque a restituire uno strano senso di ordine, sembra che non ci possa essere un altro modo per raccontarla, che solo in quest’ordine il quadro d’insieme avrebbe mostrato i suoi colori. Non vi racconterò la trama di questo romanzo, vi dirò invece che Nicola H. Cosentino, che ha la mia stessa età, mi ha sorpresa per la sua sensibilità e per la maturità con cui affronta non solo la tematica dell’amicizia, che abbiamo detto essere il perno dell’intero libro, ma anche l’amore

Erano un po’ uguali e un po’ opposti, e più per compensarsi – come si dice delle relazioni tra persone diverse – si addizionavano. Per la prima volta riuscii a pensare che l’amore non sempre toglie.

Le paure, il cambiamento, i sogni e la crescita

Per la crescita si usa spesso una metafora imbarazzante, quella dello spiccare il volo. Cresci, quindi stai spiccando il volo. Io credo non ci somigli proprio, né al volo né al vuoto che sta sotto chi lo pratica. Trovarci adulti, all’improvviso e senza rincorsa, è stato perdersi in una vastità traboccante. Come un imbarazzo della scelta, una crisi davanti al menu, il gesto inaspettato di un cocchiere che ti sfila i paraocchi. Per me, e anche per Vincenzo, crescere ha significato qualcosa come dover lasciare spazio agli orizzonti che si aprono, e liberare, quindi, respirare forte, buttare fuori tutta l’aria che abbiamo trattenuto nel tempo, fin dalle apnee timorose delle prime volte. Per poi capire, anche se fa male, anche se è troppo presto, che di prime volte, tra poco, non ce ne saranno più. E che per non morire devi saper respirare. Devi prendere aria nuova. Devi imparare a rilasciare.

Le sue considerazioni, alternate a momenti di grande ilarità, ad aneddoti che sembrerebbero veri (o forse lo sono) e per questo sono così genuini, sono molto profonde; bellissimo è il suo senso e uso della metafora. Il tono e il ritmo del romanzo sono sapientemente costruiti: questa non è una storia semplice, non è la mera descrizione di un’amicizia ma allo stesso tempo non avvertiamo mai il peso straziante della perdita, non è mai soffocante, anche quando è commovente non lo è mai in modo disturbante, riesce ad essere riflessivo ma incalzante, malinconico e divertente (in alcuni punti davvero tanto), controllato e vivace allo stesso tempo. Lo scrittore è figlio della contemporaneità e non lo nasconde: il libro ha un tempo preciso, la vita di tutti i giorni, di questi giorni, la realtà è restituita nella sua interezza citando i social, le chat, le enjoy e il car sharing, (scelta che personalmente non condivido, forse perché in questo tempo io ci vivo e con queste cose ho a che fare ogni giorno e almeno mentre leggo vorrei dimenticarmene, ma qui stanno bene – ancor di più perché Cosentino ci costruisce anche un gioco di parole, ben riuscito, con il termine sharing e allora tutto gli è concesso!). Altro elemento molto bello è la capacità dell’autore di saperci restituire immagini vivide, sembra di essere seduti in spiaggia con i personaggi della storia, con loro per le strade di Siviglia, seduti a mangiare aragoste in quel ristorante dove non torneranno mai più, il lettore riesce ad immaginare chiaramente i gesti di tutti, li può vedere. Vincenzo è sicuramente il personaggio meglio caratterizzato sotto tutti i punti di vista, protagonista mai approssimativo. Molti sono i tipi umani, le donne sicuramente meglio caratterizzate rispetto agli altri personaggi maschili

Lì capii due cose sul pregiudizio. Uno: la bellezza delle donne cancella il peso delle cose, inverte le posizioni, sfila la tovaglia sotto il servizio buono e spesso lo distrugge; due: Ariane, più che fare quello che voleva, voleva quello che faceva, e come lei la gran parte della gente speciale. Non so se mi sono spiegato, ci riprovo: fare quello che vuoi è una tendenza positiva, ma essere davvero convinto di tutto quello che fai è una vocazione degli illuminati, la felicità realizzata, il modo migliore per godere della libertà. Io, per esempio, che faccio un sacco di cose che non mi rendono felice per niente, che questo Nirvana non l’ho ancora raggiunto, sono uno sprecone di libero arbitrio.

Indubbiamente però tutti i personaggi si rivelano problematici, tutti descritti in momenti di transizione della loro vita: questa è caratterizzata da una perdita, da un cambiamento, una strada da prendere, un amore da difendere o da chiudere; varie sono le sfaccettature di quel periodo di passaggio ma legate comunque ai sentimenti che in questo libro sono sempre presenti a loro stessi: “per quanto i problemi possono essere sormontati […] ognuno soffre a modo suo, ed è la gravità di questa sofferenza, non la sua ragione, che conta”, dice Antonio in uno di quei momenti in cui riflette sui problemi degli altri, come se ci volesse dire che non si dovrebbe mai sminuire un dolore che non si comprende, come a ricordarci che il cambiamento, nel bene o nel male è sempre doloroso. Questo libro parla tanto di evoluzione, di vita in divenire, che si costruisce ma che mostra sempre risvolti inaspettati: le cose che sembrerebbero non poter/dover cambiare mai, mutano; i principi che giuriamo di non infrangere mai, li distruggiamo. Non ci resta che riflettere sul fatto che costantemente cambiamo, ci evolviamo, continuiamo a crescere come aragoste

Se cresci troppo, quello che ti sta introno non resiste mai. E cresci sempre, di fatto, è inevitabile.

E proprio come le aragoste siamo costretti ad abbandonare il carapace dentro il quale non entriamo più, perché quello ha struttura rigida, quello non muta, non si espande, mentre noi sì. Dobbiamo creare un nuovo guscio, uno più grande, uno dove continuare a crescere e poi ricominciare, ancora, sempre. Sottoposti alle conseguenze inevitabili del tempo che cambia i connotati delle cose o più semplicemente alle nostre scelte, i desideri, le ambizioni, la vita. Scegliere ci cambia e cambia il mondo intorno a noi. Questo Antonio lo sa. Vincenzo gli disse quella caratteristica delle aragoste, e su quella lui ha riflettuto a lungo, anche se il suo amico ormai non se ne ricorda più. Antonio è braccio destro di quel protagonista trainante, Sancho Pansa di quel Don Chisciotte contemporaneo che si è perso di vista, ma forse solo momentaneamente. Forse, come le aragoste, stanno solo vivendo un altro momento di passaggio.

Non sentirsi niente di speciale e pretendere di esserlo, ogni tanto: questo per lui doveva avere un sapore amaro, o del sangue ferroso degli sforzi.

Elisa

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