“Due minuti di – versi”: la poesia riservata di Emily Dickinson

 

Emily-Dickinson-Biography

Una poesia nata nella solitudine e che della solitudine parla in termini originali: la scrittura di Emily Dickinson (1830 – 1886), che fluisce rapida come un torrente, sfocia in una raccolta ponderosa (1776 testi) ed esprime amore, odio, angoscia, sensualità, turbamento. Questa è la storia di una poetessa riservata, che a ventitré anni decise di vivere sola, mantenendo pochi contatti con amici e familiari. Lontana dall’ambiente della ricca borghesia americana, ella si rifugiò esclusivamente nella poesia, conscia dell’incredibile potere delle sue parole e di quelle che leggeva: “Se leggo un libro che mi gela tutta, così che nessun fuoco possa scaldarmi, so che è poesia. Se mi sento fisicamente come se mi scoperchiassero la testa, so che quella è poesia. È l’unico modo che ho di conoscerla. Ce ne sono altri?”

 

A casa ero la più piccola

e scelsi la stanza più piccola.

La mia lampada fioca – di notte –

un libro ed un geranio.

Così potevo a mio agio raccogliere

la menta – che cadeva di continuo.

E il mio cestino – se ricordo bene –

Questo era tutto.

Non parlavo mai – se non sollecitata.

In quei casi – brevemente – a voce bassa.

Non mi riusciva di vivere nella

confusione. Mi vergognavo del chiasso,

Se non fosse stato tanto lontano –

e che laggiù era già andato qualche amico –

avevo spesso pensato – come sarei potuta

morire – senza che nessuno lo notasse.

 

spaziatura.

 

Piangere è una piccola cosa –

Cosa tanto breve un sospiro.

Ma cose di tale grandezza

uccidono uomini e donne.

 

spaziatura.

 

Era debole, allora – e forte io,

così lasciò che lo facessi entrare.

Debole ero io, allora – e forte lui,

così lo lasciai condurmi a casa.

Il cammino era breve – la porta vicina –

chiara la sera ed egli procedeva.

Silenzio – non disse una parola.

Questo e non altro volevo sapere.

L’alba arrivò, dovemmo separarci:

di noi nessuno era il più forte, ormai.

Egli tentò – ed anch’io tentai,

e tra noi niente accadde – tuttavia.

 

spaziatura.

 

Restai insaziata tutti i miei anni.

Arrivato il pomeriggio, tremante

avvicinai il tavolo per mangiare

e assaggiai un vino strano,

quello che avevo visto sulle tavole

quando affamata – tornando a casa –

guardavo attraverso i vetri la ricchezza

che non speravo di possedere mai.

Non conobbi l’abbondanza del pane –

Era diversa la briciola

che avevo divisa con gli uccelli

nella sala da pranzo della natura.

Il troppo mi urta – è così insolito.

Mi sentivo a disagio, spaesata –

come una bacca di fratta montana

trapiantata sulla strada.

E non avevo fame. Allora capii

Che la fame è un istinto

di chi guarda le vetrine dal di fuori.

L’entrare, la disperde.

 

spaziatura.

 

Molta follia è suprema saggezza

per un occhio che capisce –

Molta saggezza, la più pura follia.

Ma anche in questo prevale la maggioranza.

Conformati, e sei saggio –

Dissenti, e sei pericoloso.

Un matto da legare.

 

spaziatura.

 

C’incontrammo come scintille – selci

divergenti – sparpagliate in varie direzioni.

Ci separammo come se una scure

avesse spaccato il centro della selce –

Sostenuti dalla luce che portammo

prima che sentissimo la notte,

selce, forse, fino a questo giorno

se non per quell’unica scintilla.

 

spaziatura.

 

Nelle mie dita tenevo un gioiello

quando mi addormentai.

Il giorno era caldo – il vento greve.

Mi dissi: “durerà”. Al mio risveglio

rimproverai le mie dita innocenti.

La gemma era scomparsa.

Adesso è un ricordo d’ametista

tutto ciò che mi rimane.

 

 

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Tutti  i testi sono tratti da “Poesie” di Emily Dickinson, edito da Newton Compton Editori. A cura di Gabriella Sobrino, con venti disegni di Ugo Attardi.

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