Abraham, Willie e i fantasmi: LINCOLN NEL BARDO di George Saunders

il

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Titolo: Lincoln nel Bardo

Autore: George Saunders

Editore: Feltrinelli

Pagine: 352

Prezzo: 18,50 €

«Negli anni Novanta avevo sentito un aneddoto su Lincoln, colpito dal dolore per il lutto, che era entrato nella cripta di suo figlio e, a quanto pare, aveva abbracciato il suo corpo. Il materiale mi spaventava — soprattutto mi sembrava che richiedesse di essere trattato con molta serietà. Così, ho continuato a rimandare. Un giorno del 2012 — avevo appena finito Dieci dicembre e stavo aspettando che uscisse — ho pensato che voltarmi dall’altra parte sarebbe stato come una specie di resa artistica. Così mi sono detto, “Oh, che cavolo, un po’ di cose le ho fatte. Se fallisco in questa, chi se ne importa?”»

A lungo Saunders ha riflettuto sulla stesura di questa storia, il risultato è uno dei migliori libri di quest’anno, uno di quelli straordinariamente congeniati e bellissimi. Ripartendo dai fatti realmente accaduti e documentati l’autore costruisce un romanzo che si interroga sul rapporto tra padre e figlio, vita pubblica e privata, terrena e ultraterrena, colpa e pena, e lo fa in modi vari e stravaganti. Siamo a Washington, febbraio del 1862, e Abraham Lincoln è il Presidente degli Stati Uniti. In questo periodo la sua vita pubblica è resa complicata dallo scoppio della Guerra Civile che rapidamente si trasforma in una carneficina. La sua vita privata, invece, è segnata dalla malattia del figlioletto Willie: ha soli undici anni, è il suo bambino prediletto e la febbre rapidamente se lo porta via. Da qui, dalla fine, tutto ha inizio.

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Abraham Lincoln

Attraverso l’utilizzo di fonti storiche – o l’espediente letterario della fonte quando queste non sono vere – l’autore ci mette a conoscenza di quegli eventi che stavano colpendo la vita del Paese e soprattutto dell’uomo che ne era a capo: così veniamo a conoscenza della storia fuori dal Bardo. Il resto della vicenda, invece, è ambientata proprio lì, in quella sorta di limbo che nella filosofia buddista tibetana rappresenta uno stato transitorio, quell’intervallo di tempo che intercorre tra la morte di un individuo e la sua reincarnazione e che qui diviene anche luogo fisico in cui si ritrovano quelle anime incapaci di accettare la propria morte. Quest’ultime riescono a vedere i loro corpi ma non li riconoscono come cadaveri, percepiscono, invece, solo lo stato di malattia (la bara viene chiamate “cassa da malato”). Se non passano oltre rimangono incastrate in questa fase purgatoriale, nella zona d’ombra della vita ultraterrena: compiere il passaggio significa accettare la propria condizione, rinunciare definitivamente a ciò che hanno lasciato, abbandonare ciò a cui erano realmente legati. La transizione risulta più difficile a quelle anime che hanno condotto una vita felice, che hanno dei bei ricordi, quelle che hanno coltivato grandi affetti e tra queste, ovviamente, ci sono i bambini con le loro anime ancora incorrotte

«Era un punto di partenza. Adoro l’idea, per esempio, che qualsiasi cosa saremo nella morte somiglierà a chi siamo adesso e che l’attaccamento ci possa precludere l’ingresso in Paradiso, magari che il nostro pensiero e i nostri processi attuali s’ingigantiscano dopo la morte. (Beh, non è che io ami quest’idea, ma mi sembra interessante — e terrificante —). Da questo punto di vista sono partito da alcune idee tibetane di base ma poi ho osservato il testo stesso per capire che tipo di luogo voleva essere. In questo senso, era molto simile a scrivere una storia di fantascienza. Le regole interessanti non sono quelle che uno pensa all’inizio, ma quelle che si rivelano via via che si scrive. E si rivelano attraverso le azioni e le conseguenze.»

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George Saunders

Willie, quando arriva nel Bardo viene in contatto con tre strane anime: il Reverendo, Everly Thomas, Hans Vollman quarantaseienne morto senza aver consumato il suo matrimonio e Roger Bevins III omosessuale suicida. Tre umani fantasmi, tre spettri inconsapevoli, che in una sorta di immaginario dantesco sembrano essere guide delle anime di passaggio. Non solo per questo aspetto ho pensato all’immaginario creato dal nostro immenso fiorentino ma anche perché le anime sembrano punite per contrappasso e perché, anche qui, la coscienza delle anime non muore con il corpo, anzi quelle non riescono ad abbandonare i sentimenti umani e le sensazioni terrene. Completamente organizzato come una rappresentazione teatrale, vengono pronunciati una serie di “monologhi” e di “battute” che mandano avanti la storia, dalle tinte beckettiane e stranianti, nelle prime pagine vi metterà in difficoltà per poi rivelarsi una prova geniale. Su quell’immaginario palcoscenico salgono un padre e un figlio incapaci di dirsi addio: Lincoln non è il presidente forte e potente che immaginiamo, ma un uomo distrutto dal dolore per la perdita del figlio, un dolore così forte che lo spinge ad aprire la bara e abbracciare il cadavere di Willie: lo tocca e questo gesto agli occhi delle altre anime sarà straordinario e motore dell’azione. Anche Lincoln si trova nel Bardo, solo che il suo è terreno e personale. Il dolore trattine padre e figlio ognuno nel proprio limbo. La commozione è il sentimento preponderante. Questa però si mischia alla comicità di alcuni dei fantasmi, contraddistinti da una vivace umanità: così terrena che ce li fa sembrare niente altro che, come diceva proprio Beckett, “goffi tipi da commedia”. Quando parla di loro Saunders lascia libera la propria immaginazione

«Era tutto molto misterioso e meraviglioso: i personaggi finivano improvvisamente in situazioni in cui dovevano decidere se restare egoisti o crescere. E continuavano a decidere di crescere, non necessariamente perché lo volevo io, ma perché era più drammatico, più vivo. E allora… li ho lasciati fare. […] Scrivere Lincoln nel Bardo è stata sinceramente un’esperienza molto bella — avevo sentito gli scrittori dire che i loro libri si scrivevano da soli e così via, e pensavo fosse tutto assurdo. Ma in questo caso, tutte le mattine io mi avviavo un po’ pigramente verso la rimessa in cui scrivo e una volta arrivato… succedeva qualcosa di potente. Niente di mistico, ma mi ritrovavo ad avere opinioni molto forti e mi muovevo con certezza, sapendo sempre (beh, quasi sempre) se una cosa era buona o cattiva. Non era proprio come “scrivere sotto dettatura”, ma non avevo molte incertezze, né mi capitava di perdermi lungo la strada. Sapevo cosa mi piaceva — credo di poterlo dire così — e questo rendeva la scrittura molto divertente».

Morbosi nelle loro ripetizioni e nei loro tic, contraddistinti nei loro racconti da continue epifanie narrative, finalmente con una missione ed uno scopo dopo l’arrivo di Willie e di Abraham. Nello spazio temporale di una sola notte vediamo svilupparti una vicenda che si caratterizza per gli urti causati dal passaggio da momenti estremamente terreni, benché i protagonisti e i luoghi non lo siano affatto, a quelli di estremo sentimentalismo, nei quali tu lettore vorresti poter salire su quel palco, entrare in quella storia e fare qualcosa per alleviare tutto quel dolore che è descritto così bene da sembrare reale e per questo lo provi, diviene quasi una questione personale. Ma poi si torna all’ilarità di una società di anime sboccate, decadenti, irriverenti e impertinenti, che hanno bisogno solo di una cosa, una cosa preziosissima e costantemente sottovalutata fuori dal bardo, sulla terra: tempo, altro tempo, specialmente da dedicare all’amore in tutte le sue forme. Tra romanzo, piéce, poesia (perché vi farà pensare anche ad Antologia di Spoon River), forma aforistica, Lincoln nel Bardo non è niente di tutto ciò, è molto di più: è un libro straordinario.

Elisa

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