Uno spettacolo in tre respiri: UNA STORIA QUASI SOLO D’AMORE di Paolo Di Paolo

il

 

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Editore: Feltrinelli

Autore: Paolo Di Paolo

Pagine: 176

Prezzo: 8,50 €

 

Una storia quasi solo d’amore

Commedia in tre atti

Interpreti:

  • Nino: giovane romano tornato recentemente in città da Londra. Come moltissimi altri ragazzi figli del suo tempo e della sua generazione aveva intrapreso la strada della città lontana per fare una nuova esperienza. Lì, però, faceva lavori semplici, lontanissimi dalla sua passione: il teatro. Torna a Roma perché gli viene offerta la possibilità di tenere un corso di recitazione. Certo, l’idea che i suoi allievi siano anziani, senza possibilità di diventare grandi attori non lo entusiasma ma da questa esperienza imparerà più di quanto avrebbe mai potuto immaginare.
  • Teresa: proviene dalla provincia, arriva nella grande città che non la fa sentire accolta ma ancora ospite; lavora in un’agenzia di viaggi dove pianifica soggiorni da favola, dove sogna il mondo che la attende e che non raggiungerà perché zavorrata dalle sue paure. In quella città arriva carica di un bagaglio stracolmo di passato da dimenticare.

Regia:

  • Grazia: zia di Teresa e proprietaria di quella scuola di teatro in cui insegna Nino. Una volta attrice, ora insegnante: tanti sono gli interrogativi che si pone questa donna che ricorda le gemelle Chance di Angela Carter. Tramite lei conosceremo gli interpreti della storia.

Come oggi anche lì, nel 2012, era ottobre. I due ragazzi –  lui ventenne e lei trentenne, profondamente diversi, a tratti antitetici – si incontrano davanti alla scuola di teatro. Nino è giovane, votato all’arte, frizzante, simpatico tanto che “niente aveva il potere di fargli cambiare umore, se non la resistenza altrui al divertimento”. Teresa è misteriosa, schiva, sembra provenire da un mondo lontano, fuori dal tempo ed è per questo che è così affascinate. Ad accomunarli è la paura.

Grazia è la voce narrante non solo di ciò che accade nella sua scuola, dentro la sala prove che diventa inevitabile metafora della vita e di “altre possibilità di essere” ma anche della nascita di questa storia: attraverso i suoi occhi vediamo l’evoluzione del rapporto che unisce i due ragazzi, esseri spaventati e fragili.

[…] Né si può dire che siano un ventenne e una trentenne a baciarsi, accanto al tavolino, per il tempo minimo e sconfinato che può essere una manciata di secondi, se i secondi sono questi, e se non è in segreto che è accaduto, ma qui, in un locale, vicino alla parete di sinistra, tra il bagno e la cucina, dove nessuno potrebbe dire che un bacio tanto breve e pudico sia il primo; […] e invece è il primo e fa tremare, restare zitti e storditi e stupidi, con la confusione addosso di non sapere più di chi siano le labbra di chi, e i corpi in genere, e gli anni. Perché in una notte di febbraio tanto umida, tanto elettrica, del 2013, può accadere che un bacio simile faccia sentire i due che se lo danno, baciati anche all’interno: per i tempi oscuri e ignoranti in cui era impossibile anche solo sospettare che l’altro – a qualche latitudine nemmeno troppo remota – ci fosse e, senza saperlo, aspettava.

La regista ci narra una storia quasi solo d’amore, che sboccia lentamente, si ritira spaventata come l’attore nel momento in cui si accendono le luci della ribalta, trema in quell’infinito attimo di silenzio che si crea prima di pronunciare la prima parola, ansiosa di saper veramente interpretare il suo ruolo. Ma non si tratta solo di questo perché tra i due avverbi si inserisce, prepotentemente e inesorabile, la vita: imprevedibile e dolorosa, reale e pulsante, cambia le sue condizioni costantemente come un regista sempre insoddisfatto del suo spettacolo. Quella vita che tanto somiglia ad una strabiliante messa in scena, come diceva Antonio nel Mercante di Venezia: “Io conosco il mondo per quello che è: un palcoscenico dove ognuno deve recitare la sua parte”. Ma questa cambia in base alle circostanze e alle relazioni. In conseguenza delle sue condizioni sempre differenti mutano anche il modo di amarsi, conoscersi e riconoscersi

In verità, qualunque nostra azione, se non viviamo nel deserto, ha un pubblico. Diffidente, ansioso, partecipe, stronzo. Non fa che commentare, dire la sua a voce alta o sottovoce a chi, mezz’ora dopo, commenterà altro con altri, te con i tuoi nemici. È questo pubblico di merda a tenerci vivi, a farci vivere. Dà un peso e un senso a ogni nostro movimento sulla crosta del mondo, può accadere di ingraziarselo ma dura poco, e comunque meglio non farci conto. È incostante, imprevedibile, critico sempre, generoso poco, tuttavia necessario. Siamo tutti uno spettacolo per qualcun altro.

E allora quando un uomo come Nino incontra una donna come Teresa può imparare che “siamo tutti in provincia di qualcosa”, minuscoli ma genuini contrapposti alle barocche esistenze costruite dal nostro tempo, stracolmi di cose interessanti da dirci e da contrapporre al caos prodotto dal rumore che ci confonde ogni giorno. Una donna come lei insegna la semplicità, la sofferenza, la forza ma senza un uomo come lui non potrebbe imparare a vincere le proprie paure, a lasciare gli ormeggi e lanciarsi in mare aperto, un mare di possibilità. È la rappresentazione del gioco delle parti, la presa di coscienza che anche nel minuscolo e amatoriale teatro, quello dei giovani anziani che dirige Nino, anche in luoghi così “di provincia” si può trovare la meraviglia che ci dimostra che siamo vivi e inconsapevolmente noi stessi.

Quand’ è che siamo diventati stronzi? Come abbiamo fatto a non rendercene conto? Qualcosa sopravvive – il talento, che diventa mestiere: più raffinato, più disinvolto. Ma lo stupore? E l’attenzione autentica, profonda, che ci teneva incollati alle cose per ore, alle scoperte della vita intellettuale, alle parole degli sconosciuti, un po’ a tutto. Resta come un piccolo guscio di noce, al centro di noi, dove il meglio di cui siamo capaci è al sicuro. È la parte più viva e più umana. Mentre il resto precipita nell’incuria e del degrado – i principi, l’onestà, il nostro stesso corpo – qualcosa ancora laggiù emana calore. Ma non basta. Non brilliamo più. Qualcuno, da lontano, scambia per luce vera il neon freddo e sterile del saperci fare.

Paolo-di-Paolo
Paolo Di Paolo

 

Per come imposta la narrazione la nostra regista, noi spettatori non riflettiamo solo sui rapporti di coppia, ma sull’amore declinato in tutte le sue forme: quello per l’arte, verso la quale viene mostrata completa devozione e grande rispetto, maestra suprema non solo sulle assi del palcoscenico; ma anche tra zia e nipote; tra amici; quello per la propria storia, che viene scritta nel corso di una vita intera, quella alla quale si vuole disubbidire; quello degli anziani per un tempo che non c’è più e dei giovani per il futuro che non ancora fa troppa paura; quello per l’insegnamento che comporta responsabilità e la continua messa in discussione di noi stessi e degli altri. Amare insegna sempre qualcosa, anche quando le previsioni della vita, talvolta, mettono pioggia, quando la resilienza deve essere l’unica capacità da sviluppare. Tutti i personaggi saranno costretti ad abbassare le loro difese e con magistrale colpo di scena ci rendiamo conto che i fili di questa vicenda li tiene l’autore, invisibile presenza e abile ingegnere di un meccanismo perfetto che confonde, stupisce ed emoziona. Ma dopo lo stupore non resta che ascoltare l’applauso, inchinarsi e spegnere le luci sulla scena per poi sentirsi liberi di continuare a immaginare tutto il resto di quelle vite.

Sipario.

Elisa

 

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