Le cose fragili sono trasparenti, si vede tutto, si vede il buio. “Ho dormito con te tutta la notte”, di Cristiana Alicata

il

 

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Titolo: Ho dormito con te tutta la notte 

Editore: Hacca

Autore: Cristiana Alicata

Pagine: 212

Prezzo: 14€

 

Tutta la notte ho dormito con te
vicino al mare, nell’isola.
Eri selvaggia e dolce tra il piacere e il sonno,
tra il fuoco e l’acqua. 

[…]

Ho dormito con te
tutta la notte, mentre
l’oscura terra gira
con vivi e con morti,
e svegliandomi d’improvviso
in mezzo all’ombra
il mio braccio circondava la tua cintura.
Né la notte né il sonno
poterono separarci.

Ho dormito con te
e svegliandomi la tua bocca
uscita dal sonno
mi diede il sapore di terra,
d’acqua marina, di alghe,
del fondo della vita,
e ricevetti il tuo bacio
bagnato dall’aurora,
come se mi giungesse
dal mare che ci circonda.

 

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Pablo Neruda

Così scrive Pablo Neruda in La notte dell’isola, che probabilmente sarà stata fonte di ispirazione per il titolo del romanzo di Cristiana Alicata. Siamo nella metà degli anni ’80, in provincia di Bergamo dove la vita di una classica famiglia media italiana sembra scorrere al giusto ritmo: padre, madre, due figli piccoli e una vita tranquilla. Le componenti della normalità se miscelate in maniera sbagliata possono diventare un potente esplosivo, e quindi il trasferimento della famiglia in una nuova città, il fascino di due amiche, la più grave malattia della madre e conseguente competizione per l’affetto del padre cambiano le dinamiche di quel luogo sicuro. Quella normalità fatta di paure, desideri, dubbi, sentimenti, emozioni si sfalda e rinsalda nel ricordo: tramite la memoria la protagonista torna all’infanzia, all’unità di quella casa, a quel luogo ameno dove tutto sembrava ancora possibile, e in questo modo cerca di sfuggire ad un presente che non ha il coraggio di affrontare

Io vivevo di leggende epiche, della mitologia della mia infanzia e di apocalittiche fratture che avevano completamente modificato lo scenario della mia età adulta, come se fossi due: quella bambina e questa adulta. Non sapevo come si trasformava l’amore tra un padre e una figlia con lo scorrere del tempo. Non esisteva il tempo, per me esistevano un prima e un dopo.

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Per comprendere il presente è necessario indagare il passato, quell’era mitologica dove, attraverso una ricerca introspettiva, forse lei riuscirà a trovare l’inizio di quel percorso di formazione. Solo ripercorrendo tutta la strada della sua vita forse riuscirà ad affrontare il presente che la spaventa. L’amore che la paralizza, che le fa osservare la vita nascosta su un tetto a guardare una città di luci addormentate. L’amore appunto (il contesto saffico passa in secondo piano perché l’attenzione è tutta concentrata sulla descrizione delle relazioni in sé, non solo quella di coppia) sembra essere sempre fuori tempo: i membri delle relazioni – che siano genitoriali, amicali o di coppia – trasmettono l’impressione di non essere nello stesso posto nello stesso momento, ma sempre in luoghi e in momenti diversi, è come se le loro vite e i loro sentimenti corressero su binari differenti.  Quest’ultimi nascono e vivono sempre per contrasto: l’affetto materno vive della contrapposizione sanità-malattia; il padre è diviso tra madre e figli; le relazioni presenti si scontrano con il passato, l’età adulta con l’infanzia; la presenza della persona amata con il bisogno di solitudine; e così via. Allo stesso modo sembra costruita la psicologia della protagonista

Allo sbarco c’era odore di mare, diverso da quello che esala dai porti. L’ho riconosciuto. Le città di mare hanno la sicurezza della terra alle spalle e la libertà del mare di fronte. Sono insicure e inaffidabili. Io sono nata in un posto così, ne conosco il ricordo invernale accanto a quello della barba giovane di mio padre. Sei stata tu ad accorgerti di quanto somiglio a una città di mare. […] ho conservato quei luoghi come quelli della nascita. Come se quello fosse il ventre da cui ero venuta al mondo, ricoperta di salsedine invece che di placenta.

Sempre divisa tra bisogno di andare e necessità di restare (la metafora del mare ci riporta a Neruda). E così è costruita tutta la storia, attraverso la contrapposizione tra tempo presente e flashback che ci riportano ai sensi un passato straordinariamente ingombrante; è quindi una storia che narra di separazioni, reali o mentali, che non sono solo distacco dalle persone ma anche spostamenti fisici: molti di quei peregrinaggi avvengono solo nel pensiero, nella memoria. Fortissima è la sensazione di intimità, tra i personaggi, così come tra questi e il lettore e ciò è possibile perché Alicata si distingue per la sua capacità di descrivere con estrema delicatezza i sentimenti, soprattutto quando sono fragili e schiacciati dalle paure: quella di aver incontrato una donna che assomigliava a “una molotov appoggiata accanto ai ninnoli di cristallo sul ripiano di una libreria. Una promessa di devastazione”, di fermarsi, di costruire, di dormire insieme tutta la notte.

Io non ero capace di toccarle, le cose fragili, mi veniva più facile distruggerle, per vedere cosa accadeva. Le cose fragili sono trasparenti, si vede tutto, si vede il buio…

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Cristiana Alicata

Ogni personaggio affronta la propria guerra e cerca la propria pace, quella che ci permette di dormire una notte intera, senza insonnia, senza incubi accanto alla persona amata con la quale dormire è proprio uno degli atti più intimi e delicati da compiere, segno dell’abbandono reciproco, metafora del coraggio nel credere che si possa lasciare “che la notte sia discontinua. Che la vita sia irregolare. Che le cose vadano storte per essere diverse”. Cristiana vi sussurra una storia genuina, umana, che somiglia tanto alla vita di tutti, cerca di dare coraggio raccontando frammenti di quelle vite e di tutte le vite, facendolo a bassa voce, cullandoci alla ricerca di quella pace, almeno momentanea, che ci faccia dormire.

 

Elisa

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Molto bello e particolare, l’avevo letto quando era nella cinquina di Modus legendi. ne hai saputo esporre in modo chiaro e accattivante l’essenza. Ciao, Pina

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