UN FUMETTO DA TRE SOLDI: Strehler e la messa in scena dell’opera di Brecht

 

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Pagine: 192 / Prezzo: 19,00 € / Link al sito BeccoGiallo qui

 

Fuoco e freschezza, rilassamento e precisione, distinguono questa rappresentazione dalle molte altre che io ho visto. Voi apportate all’opera un’autentica rinascita.

Così scrive Bertolt Brecht in una lettera conservata nell’Archivio storico del Piccolo Teatro di Milano. È la sera del 10 febbraio 1956, data in cui non solo il grande drammaturgo compie cinquantotto anni, ma viene messa in scena L’opera da tre soldi con la regia di Giorgio Strehler. Un regalo di compleanno – a quanto pare – assai gradito.

Fu un momento particolarmente significativo per il teatro italiano. Da un lato, l’opera rappresentò una novità di quegli anni: il panorama culturale del dopoguerra si apriva alla consacrazione del sodalizio tra Strehler e l’autore tedesco, a lungo osteggiato dalla politica fascista dei decenni precedenti. D’altra parte il teatro stesso aveva sete di cambiamenti: aveva bisogno di aprirsi alle folle, di diventare un bene pubblico, una necessità, un teatro d’arte per tutti. Anche lo stesso edificio in cui viene messa in scena l’opera ha un grande significato. Il Piccolo Teatro di Milano era stato fondato nel 1947 da Giorgio Strehler, insieme a Paolo Grassi e Nina Vinchi. Era un piccolo cinema abbandonato, in un edificio distrutto dalla ferocia degli attacchi dei fascisti. Un luogo in cui la cultura, come la magica fenice, ebbe la forza di rinascere dalle proprie ceneri.

È in questo contesto storico – culturale che si innesta il racconto di Giorgio Strehler. Un fumetto da tre soldi, di Davide Barzi, Claudio Riva, Alessandro Ambrosoni. Un fumetto elegantemente ambizioso, che ha il pregio di raccontare in modo incisivo una storia forse poco conosciuta, in cui i protagonisti sono nomi grandi, grandissimi del teatro novecentesco, con un notevole apparato informativo arricchito dalle interviste a coloro che lavorarono nella messa in scena o ne furono solo spettatori marginali.

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Le immagini sono in bianco e nero, il tratto è dettagliato e piacevole. Estremamente vicini alle fotografie dell’epoca sono le rappresentazioni dei personaggi, fedeli alla realtà, ma al tempo stesso divertenti all’occhio di chi guarda e legge (basti pensare alla famosa capigliatura curata di Strehler o ai buffi occhiali di Brecht!). Efficace anche il gioco di luci e ombre e la decisione – a mio parere visivamente spettacolare – di terminare il racconto con una serie di pagine dedicate alle prove in teatro de Il servitore di due padroni, commedia goldoniana in cui il mitico Arlecchino è l’unico personaggio a essere rappresentato a colori, in evidente contrasto col background nero delle vignette. Decisamente spiazzante.

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Il libro ripercorre la genesi dell’opera a partire dall’incontro tra Strehler e Brecht, avvenuto a Berlino nel 1955. Il regista italiano propone al drammaturgo una rappresentazione innovativa, con un’ambientazione diversa dal testo originale. Facciamo un passo indietro. L’opera da tre soldi era una commedia nata dalla collaborazione tra Brecht ed Elisabeth Hauptmann, sua fidata assistente. La loro speranza era quella di rinnovare l’Opera del mendicante di John Gay, rimasta in cartellone per ben due anni al Lyric Theatre di Londra (parliamo degli anni Venti). L’ambientazione scelta per la nuova opera era quella della Londra vittoriana del primo Novecento. Strehler compie un passo ulteriore: propone a Brecht di ambientare l’opera nei quartieri italiani di New York intorno al 1900 e di aggiungere un prologo. La risposta di Brecht è di una naturalezza disarmante: di fronte al gesto del suo interlocutore, che si slaccia in modo disinibito la cravatta, risponde: “Se poi, caso mai, alle prove, alle repliche, si accorge che non funziona, lo tira via. Come ha fatto con la cravatta”. Geniale.

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Dopo l’incontro tra i due “giganti” arriva il momento della scelta degli interpreti e delle prove vere e proprie. Tasto dolente! Già, perché non era mica semplice, per un regista come Strehler, trovare gli attori giusti per i suoi personaggi. Ancora più difficile il suo ruolo, se si pensa all’idea di teatro epico di Brecht e al famoso metodo di straniamento a cui dovevano abituarsi gli attori. Interessanti le storie di alcuni di loro, come quella di Milly (Carla Mignone), cantante e attrice famosa negli anni Venti per il varietà e i film accanto a Vittorio De Sica, scelta per interpretare la prostituta Jenny delle Spelonche, oppure ancora quella di Mario Carotenuto, che interpretò il ruolo del vendicativo Peachum.

Il regista aveva un rapporto particolare con le persone con cui lavorava: era un uomo egocentrico, originale, severo, ambizioso, estremamente perfezionista, che non concedeva pause, che teneva i suoi attori a teatro per notti intere se necessario. Desiderava la crescita interiore dell’interprete e aveva bisogno di condividerne l’umanità. Un uomo ossessionato dalla grandezza del teatro, che esigeva dagli attori la medesima passione che ardeva nel suo cuore. Non mancarono, a causa della sua forte personalità, i litigi, soprattutto con Paolo Grassi, direttore del teatro, l’uomo che ingaggiò una lotta senza pari contro gli altri teatri italiani per ottenere l’esclusiva delle rappresentazioni di Brecht, in concomitanza con la direzione alla regia di Strehler.

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La messa in scena fu indimenticabile: tra chi la odiò e chi la ritenne geniale, rimane ancora oggi uno dei momenti più significativi del teatro italiano. Meravigliose le tavole che abbandonano la convenzione della pagina singola per aprirsi ad un quadro rettangolare in cui il palcoscenico è libero di presentarsi non solo ai suoi spettatori, ma anche ai lettori del libro stesso. Una libertà, una potenza, una visione che squarcia la lettura e offre uno spettacolo unico.

Un lavoro, in definitiva, che si propone come una sfida, quella di attualizzare un fatto apparentemente lontano attraverso un linguaggio nuovo. Un libro che dovete per forza regalarvi se amate il teatro, o se volete conoscere alcuni dei suoi protagonisti che l’hanno reso celebre.

Ioanna

 

 

 

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